Carlotta Dazzi, Deli Carbonari.
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La memoria del mare.
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2004. Magenes Editoriale, MILANO.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
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      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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Presentazione.
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Dal Mediterraneo alla Polinesia in barca a vela, e poi mesi di navigazione nel Pacifico tra splendide lagune e incontri indimenticabili. Un viaggio colorato, allegro e coinvolgente.
La drammatica esperienza di un naufragio davanti alle coste della Tunisia. Intere settimane su una zattera, lottando tra la disperazione e la voglia di vivere.
Storie di vita vissuta raccontate nei Diari di bordo di due veri navigatori, che testimoniano nella loro diversit la comune passione per il mare.
Vedi, i solitari sono delle persone strane: sono forti, hanno mani potenti, occhi duri e risentiti, sono contro, contro ogni cosa, contro chiunque, forse persino contro il mare, ma solo in mare stanno bene. E li prendi per matti. Poi scopri che avevano ragione loro, perch hanno uno sguardo pi profondo.  per questo che ci manca, Simone. (dalla prefazione di Cino Ricci)
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Con La memoria del mare nasce la Biblioteca dei Diari di bordo Simone Bianchetti, primo passo della realizzazione dell'unica biblioteca specializzata in Diari di bordo, che avr sede a Cervia, citt natale di Simone. I volumi raccoglieranno Diari di bordo inediti di navigatori grandi e piccoli, scelti da giornalisti, velisti e scrittori. I diritti d'autore saranno devoluti alla Biblioteca per acquistare Diari di bordo di navigatori di tutti i tempi che andranno a costituirne il patrimonio. Affinch le imprese, la tenacia e la capacit di sacrificio di Bianchetti non siano solo il frutto di una vita eroica durata poco, ma un seme per sogni futuri. Che si realizzano se vuoi, come insegn Simone.
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Gli autori di questo volume:
Carlotta Dazzi, nata a Milano nel 1967,  giornalista professionista dal 1996. Da sempre naviga e si occupa di vela e di mare per passione: dagli esordi come istruttrice di vela all'attuale impegno nell'editoria specializzata. Dal 1992 lavora per il mensile Yacht Capital, dove  capo servizio sportivo.
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Deli Carbonari a 28 anni lascia tutto e parte per un giro del mondo a vela, ma fa naufragio. Ricomincia da capo a Napoli e dopo due anni diventa skipper professionista. Nel 1982, pensando a una vita pi tranquilla, si trasferisce nelle Eolie dove scopre con successo l'attivit imprenditoriale. Senza perdere il gusto dell'avventura. www.delicarbonari.it.
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La memoria del mare.
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INTRODUZIONE.
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Nasce, con La memoria del mare, la Biblioteca dei Diari di bordo Simone Bianchetti. E il primo passo di un progetto che consiste nella realizzazione dell'unica biblioteca specializzata sui Diari di bordo (non ne esistono altre, al mondo). La Biblioteca avr sede a Cervia, citt di nascita di Simone Bianchetti, a cui la Biblioteca  dedicata. L'idea nacque nel 2000, da un incontro con Simone Bianchetti, subito dopo la conclusione della sua Vende Globe, primo italiano a circumnavigare il pianeta a vela, in solitaria, senza scalo. Ma fu trasformata in progetto nel 2003, d'intesa fra Pino Aprile, Massimo Medri e Alberto Pilandri. La decisione di intitolare la Biblioteca a Simone fu presa qualche giorno dopo la sua imprevedibile scomparsa, avvenuta nel giugno dello stesso anno.
Per promuovere e sostenere l'iniziativa,  in fase di costituzione
un'Associazione che porta il nome del progetto, che ne sar punto di riferimento e il soggetto attuatore. Oltre ai tre "ideatori", saranno protagonisti di questo percorso il Comune di Cervia, il Circolo dei Pescatori La pantofla, il Circolo Nautico di Cervia e altre persone e istituzioni che hanno gi manifestato il loro interesse. Ovviamente, tutto ci avviene con l'affettuoso assenso (di cui siamo orgogliosi) della famiglia di Simone, che sar sempre rappresentata nell'Associazione e nella Biblioteca. La Casa editrice Magenes editoriale ha aderito con grande entusiasmo al progetto e ha messo a disposizione le sue strutture. Hanno assicurato il sostegno all'iniziativa direttori di riviste, di settore e non, e tanti amanti del mare, amici e ammiratori di Simone. L'Associazione e la Biblioteca sono pronte a ricevere suggerimenti e aiuto da chiunque, per migliorare i risultati del progetto e garantirne la crescita.
Il programma prevede che ogni anno si pubblichi un volume che conterr Diari di bordo inediti di navigatori, grandi e piccoli, selezionati da un'autorevole giuria composta da direttori di riviste nautiche e quotidiani, giornalisti e velisti di fama, scrittori. I proventi che si realizzeranno con la vendita dei volumi, aggiunti ai sostegni finanziari che giungeranno, saranno utilizzati per acquistare Diari di bordo di navigatori di tutti i tempi (da Cristoforo Colombo a Moitessier), che andranno a costituire via via il patrimonio della Biblioteca (che si arricchir anche grazie a prevedibili donazioni librarie). Ovviamente, con la gradualit opportuna, la Biblioteca dovr entrare on line, per essere fruibile anche non soltanto "in loco".
Il volume che sar pubblicato ogni anno, sar presentato pubblicamente il 28 giugno, data della scomparsa di Bianchetti, nell'ambito di una giornata a lui dedicata e arricchita di eventi nautici collaterali (regata, mostre, proiezioni eccetera).
Facciamo questo, donando al ricordo di Simone nostro tempo ed entusiasmo, perch riteniamo sia desiderio di tutti che le imprese di Bianchetti e il modo, la tenacia e la capacit di sacrificio con cui le realizz, non restino solo il frutto di una vita eroica durata poco, ma un seme che produca altra grandezza, da un albero dei sogni.
Che si realizzano se vuoi, come insegn Simone.
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PREFAZIONE
di Cino Ricci.
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E quanti siete? gli chiesi. Solo io. Sono un solitario. Davanti a me c'era un ragazzino con gli occhi penetranti, spiritati. Mi guardava e mi parlava, come un soldato al suo capitano. Non l'avevo mai visto e non sapevo chi fosse. Ma una cosa, almeno, nella vita la so fare: riconoscere un marinaio. Eravamo a Trieste e, finita la Barcolana, avevo messo in giro una voce, sui moli: se c'era qualcuno disposto a portarmi la barca a Rimini, perch io non potevo. E mi si present questo ragazzino. Cos'aveva? Qundici anni, sedici? E va bene, gli risposi, mentre gli passavo le chiavi della barca. C'era gente, l, amici, che mi sconsigliavano: Ma sei matto? Non lo vedi che  un ragazzino? E da solo, poi. Be', ma come fai, se  un solitario...
Dopo, negli anni ho pensato pi volte a quel giorno a Trieste (a proposito: la mattina dopo, la mia barca era gi a Rimini): non lo sapevo e non ne avevo intenzione, ma fu in quel momento che adottai Simone Bianchetti, un grande navigatore, che solo perch pi giovane di me,  stato considerato una sorta di mio figlioccio nautico. Per essere pi esatti, fu lui che adott me. E, soprattutto, la mia barca. Perch poi la us per le regate, per la Solitaire de Figaro, per la Route du Roum... E gliene fece di tutti i colori alla mia barca, l'allungava, l'accorciava, le fece rimodellare la prua, pi stretta. Ma glielo lasci fare? mi rimproveravano gli amici. Quello te la rovina la barca. Era vero. Be', ma come fai, se era un solitario...
Vedi, i solitari sono delle persone strane: sono forti, hanno mani potenti, occhi duri e risentiti, sono contro, contro ogni cosa, contro chiunque, forse persino contro il mare, ma solo in mare stanno bene;  gente che parla a monosillabi, mugugna, bofonchia, ce l'ha sempre con quelli che gli danno i soldi per la barca, per l'impresa, per il
progetto, rovistano nei bidoni della spazzatura, come Moitessier, Wakelam, si costruiscono le cose da soli, come Alain Bardieux, che si fece la barca (senza nemmeno la battagliola) e persino le vele, e poi comp il giro del mondo in solitaria e controvento. I solitari non li puoi giudicare come gli altri. E non parlo di quelli di oggi, che sono gi diversi, una specie di meravigliosi ingegneri, che usano strumenti sofisticati, a bordo di barche che sono dei missili, mantengono il contatto con il loro staff e il comitato di regata e affrontano da soli Capo Horn. No, Simone era di quei solitari che non avevano a bordo, a volte, nemmeno la radio, che non erano in grado di usare gli strumenti e manco gli andava di impararlo, che riducevano la sfida a: un uomo, una barca e il mare. Quanti timoni automatici ha sfasciato Simone! Non era roba per lui. Simone era come quei grandi solitari dei miei tempi, di quelli che conobbi allora. Era un antico solitario nato troppo tardi, fuori tempo massimo.
E quei solitari sono gente che in testa ha un'idea, a cui d la forma di barca. Ora,  vero che la barca era mia, ma la forma dell'idea di Simone era diversa. E, credetemi, per quelli come lui,  pi facile cambiare la forma della barca che quella dell'idea. Ma non riuscivo a spiegarlo a quelli che non capivano perch gli lasciassi violentare la mia barca. Be', ma come si fa, se  un solitario...
E anche questo, Simone lo faceva "contro": mi piombava in ufficio e mi rimproverava perch non facevo abbastanza per aiutarlo a realizzare il suo sogno. Perch lei...! Perch lei...! continuava, piantato a gambe larghe davanti alla mia scrivania. Non  mai riuscito a darmi del tu. E qualche volta aveva ragione, perch, magari, per una certa regata avevo aiutato pi qualche altro che lui. Poi, se gli davi una mano, poteva succedere che, alla vigilia della partenza, quando valutava la sproporzione fra i suoi mezzi e quelli degli altri e le imbarcazioni, decideva di rinunciare. E sbagli, gli dicevo, perch chi non c', non c'. E chi non c', non conta. Tu devi esserci. Per la Solitaire du Figaro, lo affidai a un grande, Laurent Cordelle, uno che nella vela ha fatto tutto e sempre al meglio. Uno che a 40 anni aveva deciso di correre una solitaria, si era preparato per la Figaro e l'aveva vinta contro tutti i pi grandi.
Laurent doveva insegnare quasi tutto a Simone: un po' di meteorologia, di uso degli strumenti a bordo. Ma Simone non si presentava agli appuntamenti, magari dormiva da qualche parte o se ne usciva in barca. Laurent mi telefonava fuori dalla grazia di Dio: Basta, dimmi che ci faccio qui, con questo matto. Non ne posso pi. Trovatene un altro, anzi lascia perdere, che con questo qui  tempo e fatica buttati. Be', ma come si fa, era un solitario... Si sa che sono strani. E cercavo di calmarlo, di fargli capire che Simone riteneva tutte quelle cose superflue, forse persino dannose. Lui era un solitario, uno che, come si dice: andava di ventrale; dunque, nella sua testa, uno che sale su una barca e va. E se succede qualcosa, non si attacca a uno strumento, ma si industria e se la cava.
E fu per questo che part lo stesso per la prima Around Alone, nonostante la barca non fosse in grado di affrontarla. Dove vai? Quella roba non sta a galla, gli dicevo. Ma lui non intendeva rinunciare. Credo che non si sia reso nemmeno conto di quello che accadeva, che la barca non era pronta. Era troppo preso dall'idea e dai lavori da fare. Io vado, io vado, ripeteva. Andare, and, ma non molto lontano. Simone tocc il suo cielo con un dito, quando torn dal Vende Globe. All'arrivo, alle Sables d'Olonne era felice, sbalordito: Ma tutta questa gente  qui per me? continuava a chiedermi. C'erano migliaia di persone, centinaia di barche ad aspettarlo. Ricordo che io e Laurent gli andammo incontro, con un motoscafo, a trenta miglia dall'arrivo. Vedemmo la barca, ma vuota: andava col timone legato. Ci avvicinammo, urlavo: Simone, Simone! E, finalmente, venne fuori, che trascinava i piedi e si stroppicciava gli occhi: dormiva della grossa.
Oh, svegliati che sei arrivato; senn vai a sbattere. Ma quando giunse sottocosta e vide quel brulicare di barche e di gente, perse la testa. Urlava, rideva, si sbracciava, salutava tutti. E stava per infilare il traguardo dalla parte sbagliata. Sciagurato, che fai? gridavo, fino a che, per fortuna, mi dette ascolto. Guarda che ti squalificano. Ci pensi, dopo 25 mila miglia di mare, trovarsi squalificato perch sei passato a sinistra e non a destra di una bandierina? Sarebbe stata una cosa alla Simone. Ma a lui, della vittoria, della classifica, non importava niente.
Il mare era la sua vittoria, navigare era la sua vittoria e, soprattutto, riuscire a tornare era la sua vittoria. Il resto, erano menate di gente che sta sul molo, a fare i conti. Cose da ragionieri. Ma che vuoi, era un solitario...
Quando arriv sul palco, si era gi scolato almeno una magnum di champagne. Non sapevo se era pi ubriaco di gioia o di vino. E abbracciava tutti. I cronisti, le troupe televisive andavano a intervistarlo, e lui recitava le poesie che aveva composto durante il viaggio. E non la finiva pi. Ridevano tutti, ma lui pi di tutti. E io ero l a guardare che uomo era diventato il ragazzino che si era preso la mia barca a Trieste. Fu l, alle Sables, che Simone vide il suo sogno diventare vero.
Poi venne Tiscali. Una barca importante, veloce, tecnologica, ma con cui lui non leg veramente mai. Forse solo verso la fine. Era una barca da solitari di oggi e lui era un solitario di altri tempi. Sai,  come se prendi uno che  sempre andato a dorso di mulo, anche se in cima all'Everest, e lo metti in groppa a un purosangue.
Forse, il momento in cui lui sent Tiscali come parte di s, fu quando l'albero si spezz a poche decine di miglia dall'arrivo, dopo il giro del mondo, l'Around Alone. Mentre tutti davano per finita la sua corsa, lui attrezz un armo di fortuna e con la vela che sembrava un'ala spezzata, giunse al traguardo, senza nemmeno perdere posizioni in classifica.
Sono arrivato! mi url al telefono, felice, con l'albero rotto. E la seconda parte della frase suonava pi importante della prima. Simone era uno cos, un solitario vero, uno antico, uno che forse non sapeva stare al mondo, ma in mare s.
Lui che aveva sempre avuto problemi di soldi e debiti, e che negli ultimi tempi diceva: Ho tre volte i soldi che mi servono. Il che non vuol dire che ne avesse tanti, ma che, di solito, gliene servivano pochi.
E che aveva cominciato a farmi discorsi strani: Sa, ora lei deve aiutarmi a emanciparmi, a comportarmi meglio; adesso sono in contatto con sponsor importanti, con persone di un altro ambiente...
Ma cosa vuoi emancipare, gli dicevo, tu vai bene come sei. Pensa a restarlo.
Il "maledetto", in fondo, gli piaceva farlo. E io credo che lo fosse. Ogni tanto, adesso mi rileggo le sue poesie. Io non sono un letterato, non  che ci capisca sempre.
E forse, non  che sempre ci sia da capire. Credo che lui mettesse delle parole, degli aggettivi, pi per il loro suono, per l'energia o la dolcezza della parola, non per il suo significato; lui voleva dare forza alla frase. E lo faceva a suo modo.
Come tutto il resto.
Be', ma che vuoi, sono cos i solitari come Simone. Gente che guarda quello che stai guardando tu, ma vedono altro, che tu non vedi. E li prendi per matti. Poi scopri che avevano ragione loro, perch hanno uno sguardo pi profondo. E per questo che ci manca, Simone. Parlo di uno che in riva all'Adriatico sogn Capo Horn. E ci and. Da solo.
(testo raccolto da Pino Aprile)
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La memoria del mare.
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Con questo primo libro Cino, Pino e Alberto cominciano a pagare un debito di amicizia.
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Carlotta Dazzi.
In viaggio con Decibel.
(dicembre 2002-gennaio 2004).

A Horace che mi ha fatto scoprire il mondo con gli occhi del mare.
A inframmezzare questo Diario di bordo abbiamo riportato gli appunti scritti dall'autrice per Yacht Capital, e pubblicati nel corso del suo viaggio. Sono indicati con la sigla VC e la data di pubblicazione.

introduzione.

Non dimenticher mai quest'anno di vita passato in mare in cui, navigando verso il Pacifico, ho lasciato un mondo per scoprirne un altro totalmente diverso.
Se sono qui a raccontarlo  per tre persone: Horace, Pino Aprile e Simone Bianchetti.
Senza Horace, mio compagno di vita e capitano in quest'avventura che ci ha portato dalla Liguria alla Polinesia, il viaggio non avrebbe preso forma: devo a lui, alla sua tenacia e al suo sconfinato amore per il mare se abbiamo realizzato questo sogno.
Pino, da bravo giornalista qual , ci ha messo il suo zampino per convincermi a trasmettere ad altri le esperienze vissute in tante miglia. Non ci ha impiegato molto. Per convincermi  bastato che mi facesse il nome di Simone, gran navigatore con cui entrambi abbiamo condiviso una bella amicizia e a cui  dedicata questa collana di diari di bordo. Cos  nata l'idea di queste pagine, uscite dal nostro diario di bordo, ma anche dalle tante riflessioni che accompagnano una simile avventura. Idee, pensieri, sentimenti buttati gi a caldo appena tornata, lasciando che il nostro viaggio si scrivesse quasi da s.
Ho inserito anche gli articoli scritti per il giornale per cui lavoro (Yacht Capital), che ringrazio di cuore per avermi concesso un anno di libert.
I pezzi fanno parte di quest'anno di vita tra Atlantico e Pacifico e lo raccontano da altri punti di vista. E volutamente un diario di bordo ibrido. Ho voluto semplicemente raccontare la bellezza del nostro viaggiare per mare. Spero  sproni altri a passare dal sogno alla realt.


La barca: dalla disperata ricerca al varo.

Trovare la nostra barca  stato tutt'altro che facile. Come cercare un ago nel pagliaio, vuoi per le nostre finanze, vuoi perch mancavano proposte interessanti sul mercato dell'usato e vuoi (mettiamocelo pure) per la pignoleria del capitano che non cercava certo una barca qualunque.
Abbiamo girato l'Italia in lungo e in largo spulciando per un annetto abbondante gli annunci di riviste e siti web. Poi, capito che sui nostri 8000 chilometri di costa buttava male, abbiamo cominciato a battere a tappeto Francia, Spagna e Inghilterra. Avevamo pile (o meglio, montagne) di schede barche in vendita. Ho perso il conto dei fine settimana passati in autostrada o in treno per andare a vederle, ma siamo arrivati fino a Gibilterra con le nostre spedizioni.
Ormai eravamo diventati lo zimbello dei nostri amici. "S, s... state cercando la barca. Ma partirete mai?" Era il commento tipo che sentivamo a nastro in quel periodo. Non vi dico il nostro morale...
Be', tra gli sfott generali, un bel giorno su un sito Internet Horace l'ha trovata! Decibel era a Martigues, un paesino vicino a Marsiglia dove c' un enorme porto a secco stracolmo di barche di seconda mano in vendita.
Era esattamente la barca che aveva sempre sognato: un 12 metri d'alluminio a scafo tondo. Unico neo i due metri e 10 di pescaggio (un po' tantini per i gusti del capitano), ma era uno dei rarissimi Levrier de Mer in circolazione e non c'era da perdere un attimo. Occasioni cos non ti passano due volte sotto il naso.
Il prezzo superava il nostro budget, ma la barca valeva, eccome se valeva.
A Martigues  stato amore a prima vista: dB aveva l'aria cattivella e il suo simpatico armatore (ex fabbricatore d'aerei che l'aveva anche costruita) l'aveva attrezzata a misura d'oceano e con sua moglie ci aveva fatto un giro del mondo di cinque anni. Era lei, non c'erano dubbi e cos dopo un paio di settimane ci siamo trovati con una barca tutta nostra fra le mani. Il sogno stava diventando realt. Yuppieeeeeeeee!!!
lavoro, casa e vita nuova....
Con Decibel iniziava ufficialmente il nostro Viaggio. Ora c'era la barca, ma bisognava organizzare il resto.
Dopo il trasferimento, in cui emozionati come due bambini abbiamo portato dB a Bocca di Magra per farle un po' di lavoretti, Horace si  trasferito praticamente in pianta stabile a bordo per preparare la barca.
A me toccava tenere duro a Milano e, soprattutto, dare l'annuncio al lavoro che sarei partita di l a nove mesi.
Ricordo come fosse ieri la mattina in cui sono entrata dal mio direttore per dirglielo. Avevo il cuore in gola, ma sentivo che sarei uscita da l con la sua approvazione.
Se c' una cosa che non mi manca  la determinazione: lui avrebbe capito e mi avrebbe aiutata a ottenere la benedetta aspettativa.
Ho avuto fortuna, ma lui ha veramente capito. Lavorare in una rivista di vela ha sicuramente fatto la differenza: altrove non sarebbe stato facile trovare
qualcuno che mi ascoltasse senza prendermi per pazza.
Nessuno mi toglier dalla mente che  andata bene e che ci siamo capiti al volo anche perch era un progetto valido, una storia che valeva la pena di essere vissuta.
Sono uscita da quell'ufficio raggiante, come se mi avessero tolto un coltello dallo stomaco. C'era la barca, il lavoro mi avrebbe aspettata e la ruota della fortuna sembrava finalmente girare dalla nostra. Cosa chiedere di pi?
cinque mesi e via in acqua!
Abbiamo trovato il nostro angolo di paradiso per fare i lavori in un cantiere sul fiume Magra, a due passi da La Spezia. Un piccolo mondo dove la vita  scandita dai ritmi del cantiere e animata dagli arrivi dei barcaioli il fine settimana. Nei cinque mesi che abbiamo passato l in secca siamo stati circondati dall'affetto di tutti. Non c'era fine settimana in cui i vicini di barca non venissero a informarsi dello stato dei lavori. Tutti erano incuriositi: il nostro viaggio affascinava, la barca era inusuale e i tanti mesi passati a prepararla insieme a Nelson, il nostro cane arrampicatore (saliva da solo a bordo inerpicandosi su una scala a pioli di tre metri) hanno fatto il resto.
Horace ha lavorato senza tregua rivedendo e sistemando da solo tutto quel che c'era da rivedere, dall'impianto elettrico all'attrezzatura di coperta. Io, facendo la spola da Milano a La Spezia, passavo con scioltezza dalla redazione alle vernici di bordo per dargli una mano pi che potevo.
Dentro dB sembrava esplosa una bomba in quei mesi: polvere ovunque, barattoli di vernici, attrezzi da lavoro, fili e tubi che pendevano da ogni parte,
cuccette smontate, motore aperto. Tutto era all'aria, la barca era un cantiere e noi ci vivevamo dentro scaldati da una stufina elettrica.
Sono stati cinque mesi intensi e bellissimi. Il giorno del varo (il 1 giugno 2002)* eravamo tutti emozionati: noi, gli operai e i vicini del cantiere, i parenti e i nostri amici venuti a farci festa.
Il nostro sogno scendeva in acqua e le fatiche di tanti mesi si scioglievano come neve al sole. E difficile descrivere cosa si prova in momenti come questo: non sapevo se piangere dalla commozione o ridere dalla gioia vedendo dB pronta a partire e i miei due ammiragli (Horace e il cane Nelson) impazienti di saltarci su.
Il primo giugno 2002 il Presidente della Repubblica  stato autorizzato a ratificare il "Protocollo di Kyoto" sui cambiamenti climatici con legge approvata da Camera e Senato.
prove generali e la grande partenza
Giugno, luglio e agosto 2002 sono passati tra preparativi, prime navigazioni per testare barca e attrezzature e una vacanza nel sud della Sardegna. A settembre siamo tornati sul Magra per gli ultimi ritocchi e stavolta il tempo  volato. La grande partenza si avvicinava e ogni giorno c'erano miliardi di cose da fare: imbarcare quanto ci sarebbe servito per l'anno via, recuperare le carte del giro, tornare dal velaio per gli immancabili ritocchi, la capottina da fare di gran carriera, la cambusa per le Canarie da organizzare, i documenti e i vaccini del cane e chi pi ne ha pi ne metta. Dovevamo anche salutare una valanga di parenti e amici (cosa tutt'altro che facile), trovare una mano per il trasferimento fino alle Canarie visto che io sarei arrivata solo l, e {last but not least) anch'io e Horace dovevamo separarci per un paio di mesi per via del mio lavoro.
Be', non so come, ma ce l'abbiamo fatta.
E il 13 ottobre, in un bel pomeriggio di sole, Horace, Decibel e Nelson si sono staccati dal molo del Magra. Direzione: Canarie.
Dire che ero commossa  poco. Dentro avevo un torrente di lacrime in piena, ma a volte bisogna stringere i denti e dare il tempo alle cose di accadere. Cos sono rimasta l sul molo a salutare cercando di sfoderare il migliore dei miei sorrisi, mentre Horace prendeva il largo con Matteo, Massimo e il fido peloso che, ignaro del suo destino, scodinzolava in coperta. Non era il massimo tornarmene a casina sola soletta, ma da l a fine novembre li avrei raggiunti e per noi tre sarebbe iniziato il viaggio. Mi bastava questo per camminare a una spanna da terra.
* Cristoforo Colombo si fermer nel porto di Las Palmas de Gran Canaria un mese, nel 1492, durante il suo primo viaggio verso le "Indie", a causa di un'avaria alla Pinta e necessit di rifornimenti per il suo equipaggio di soli 120 uomini.
verso le canarie.
I ragazzi sono arrivati a Las Palmas il 2 novembre dopo un trasferimento bello sportivo. Non  una novit che si fatichi un po' a uscire dal Mediterraneo e l'essere partiti avanti nella stagione invernale non ha certo facilitato le cose. Dopo essere stati shakerati ben benino tra il Golfo del Leone e il mare di Albo-ran, dB e i ragazzi hanno passato lo Stretto di Gibilterra entrando finalmente in regime di alisei, i venti che dolcemente portano dal Vecchio al Nuovo continente. E con loro  iniziata la pacchia. Caldo, tonnetti che abboccano, vento al giardinetto, primi tramonti da urlo e il ritmo oceanico che entra nelle vene.
A Las Palmas* il porto era stracolmo di barche per la partenza dell'Are (Atlantic Rally for Cruisers) e in banchina era un via vai continuo d'equipaggi indaffarati negli ultimi preparativi. Horace e i ragazzi sono rimasti alla fonda in rada per non entrare nel calderone della regata, ma hanno pi che apprezzato il bel clima che si respirava a terra: feste, musica tutte le sere e nuovi e vecchi amici incontrati quasi per magia.
Io sono arrivata il 29 novembre agitata come una bimbetta al suo primo giorno di scuola. Mille emozioni mi ribollivano dentro. Eravarno arrivati al dunque, stavo per staccare con la vita cittadina per cominciarne una totalmente nuova. Avevo tutto da imparare non avendo mai messo il naso fuori dalle acque di casa e gi l'essere l mi sembrava un traguardo.
dB era pronta, mancavano veramente solo sciocchezze: la spesa del fresco, gli ultimi ricambi da recuperare in giro per la citt, il pieno di gasolio e acqua e potevamo mollare gli ormeggi verso l'oceano.
A salutarci c'erano anche i miei genitori, venuti apposta dall'Italia per vedermi iniziare questa nuova vita. Abbiamo riso e scherzato fino all'ultimo, ma l'emozione si leggeva sui nostri occhi. Ricordo mia madre salire svelta come un gatto sul taxi che la portava via per non farsi tradire dalle lacrime e io che facevo il verso alla nostalgia sorridendole disinvolta.
Ero felice e, seppur un po' frastornata dalla commozione, le ero grata per avermi capita incoraggiandomi a fare quel che avevo nel cuore. Deve esserle costato parecchio anche perch sapevo sarebbe stata in pensiero, ma il suo appoggio e la sua forza in quel momento hanno reso il sogno ancora pi grande.

ATLANTICO ECCOCI!
Siamo partiti per i Caraibi il 3 dicembre in una giornata di sole con ancora il freddo che pungeva le ossa.
Con noi, oltre al cane Nelson, c'era Clara, un'amica di vecchia data che ci avrebbe dato una mano per la prima tratta fino in Martinica.
Era il pi bell'equipaggio che potessi desiderare, l'aliseo soffiava teso e il mio cuore tamburellava felice.
Mi rendo conto solo oggi, che quel primo giorno di navigazione ero tesa come una corda di violino.
Guardavo l'oceano e mi sentivo un pulcino di fronte a un gigante. Horace e Clara (entrambi con diverse esperienze oceaniche alle spalle) mi infondevano per sicurezza e tranquillit. Le isole sfumavano poco a poco e dB galoppava finalmente libera nel suo elemento. Che gioia sentirla planare, avanzare verso il blu pi sconfinato e sapere che in quell'oceano avremmo trovato un'altra dimensione col passare delle settimane.
Dopo anni di orizzonti limitati, questo era anche un viaggio alla scoperta di me stessa. Per la prima volta nella mia vita mi sentivo veramente libera. Che pace nel prenderne coscienza!
La prima settimana di navigazione  volata con medie giornaliere di 140/160 miglia e con il nostro morale che era alle stelle. Avevamo ormai preso il ritmo oceanico e le nostre giornate iniziavano di buon'ora con l'arrivo della prima cartina meteo, proseguivano con il punto nave delle 24 ore, una bella colazione e varie attivit in coperta che spaziavano dalla pesca, ai lavoretti sulle vele fino all'immersione nei libri di bordo.
Il tempo non manca di certo nel bel mezzo dell'oceano, ma  incredibile come le giornate scivolino fra le mani senza accorgersene. Man mano che andavamo avanti il sole si faceva sempre pi caldo e noi ci toglievamo strati di vestiti come fossimo cipolle. Di notte, dopo l'immancabile appuntamento radio con il Net degli italiani (dove parlavamo con tutti gli altri equipaggi in Atlantico) e una bella cenetta calda, ci davamo il turno stando al timone da soli.
Eravamo sempre legati come salami e di guardia con il nottambulo di turno c'era anche il fido Nelson, che per tutta la traversata non ha lasciato il suo posto preferito all'entrata del pozzetto, ben protetto da eventuali secchiate. Mica stupido il peloso...
La seconda settimana  stata decisamente una prova zen. Il vento ci ha mollato del tutto e noi siamo rimasti a ciondolare avanzando a fatica.
Il minimo storico l'abbiamo toccato un giorno facendo solo 60 miglia nelle 24 ore. Il mare sembrava una padella d'olio e noi ci friggevamo dentro dal caldo che faceva.
In quella piatta quasi irreale non eravamo soli per. Mai come in quei giorni abbiamo avvistato tanti cetacei: balene, delfini e persino due orche.
Dopo aver fatto ogni sorta di offerta agli dei del mare, finalmente il vento  tornato.
Abbiamo ricominciato a macinare miglia, ma (ironia della sorte) bolinavamo nel bel mezzo dell'oceano! Ricordo che alla sera in radio le battute si sprecavano, qualcuno ci ha persino chiesto "se eravamo sicuri di star andando dalla parte giusta"...
Ridendo e scherzando siamo arrivati alla vigilia di Natale con 467 miglia che ci separavano dalla Martinica...* e noi che contavamo di essere in banchina a far bisboccia con gli amici di traversata gi arrivati!
Poco male... Tutto sommato era meraviglioso essere sotto un cielo di stelle, spinti da un bel venticello a festeggiare il nostro primo Natale oceanico.
Avevamo pure un bel tonnetto fresco per cena e due barche (una d'inglesi e una d'italiani) poco lontane a tenerci compagnia via radio.
Non ci siamo fatti mancare nulla: sushi, sashimi, pasta fatta a mano con sugo di funghi porcini, un buon vinello messo in fresco e persino una torta. Ha fatto festa anche Nelson con il suo bravo pezzo di tonno fresco e come si leccava i baffi!
* Anche la Martinica fu scoperta da Colombo nel 1502, durante il suo quarto viaggio. L'isola fu colonizzata per solo dopo il 1635, quando arrivarono i francesi. La Martinique costituisce dal 1947 un dipartimento d'oltremare della Francia.
Il regalo pi bello ce l'ha fatto il vento la mattina dopo girando finalmente a nostro favore. dB ha ripreso a filare veloce e in cielo sono ricomparse le nuvole da aliseo. Che gioia rivederle!
Abbiamo sentito il profumo di terra il 27 dicembre.
Erano passati 24 giorni da quando avevamo lasciato Las Palmas.
Abbiamo dato fondo nella baia di St. Anne all'una di notte. A farci strada con una strobo nel ginepraio di barche alla fonda sono stati degli amici italiani partiti con l'Are settimane prima di noi, che sapevano del nostro arrivo via radio.
Come ogni traversata che si rispetti  finita in festa. Brindisi, frutta fresca, pane caldo e un mare di chiacchiere fino alle prime luci dell'alba, quando gli occhietti di tutti cominciavano a chiudersi dalla stanchezza.
Il giorno dopo, con il sole ormai alto sulle nostre capocce, ci siamo avvicinati in banchina. La baia era piena di barche e molte erano l a riposarsi dopo la traversata. Era incredibile, anche se Horace mi aveva preparata all'impatto, mai mi sarei aspettata qualcosa del genere.
Era arrivato il momento di buttarsi nella mischia: c'erano amici in banchina, i miei che arrivavano per una crociera con noi, ma anche Clara da salutare che aveva gi un imbarco ad attenderla e doveva fare in fretta e furia i bagagli.

Dopo tante settimane passate assieme lontani dal caos, ora tutto girava cos veloce... Finiva il primo capitolo del nostro viaggio, ne iniziava uno tutto da scrivere.

migrazioni.
La nostra avventura  iniziata a Las Palmas de Gran Canaria che, rappresentando un classico del genere transatlantico, rimane una tappa* quasi d'obbligo prima di traversare, vuoi per la cambusa, vuoi per gli ship-chandler, le officine specializzate e i cantieri che offrono l'ultima opportunit per fare riparazioni e recuperare pezzi di ricambio. L'isola Rotonda a forma di conchiglia, terza dell'arcipelago canario per estensione,  un vero porto di mare. L'Atlantico la circonda e, anche se palazzoni e alberghi troppo audaci fanno a gara per sgraziarne i tratti, l'atmosfera in banchina tra novembre e dicembre  unica per l'incredibile numero di equipaggi che si preparano a traversare. Quest'anno tra le barche dell'Are, la transat inglese Atlantic Rally for Cruisers che contava 240 iscritti, quelle della neonata regata Are-Antigua (40 iscritti), partita da Lanzarote proprio perch i posti in porto a Gran Canaria erano esauriti, e i tanti che partivano per i fatti loro come noi, si sono messe in oceano quasi 500 barche.
La flotta era davvero eterogenea: inglesi, scandinavi, francesi, italiani, spagnoli, olandesi e persino svizzeri. Tantissime le barche tra i 12 e i 18 metri e diversi gli yacht a cinque stelle che si spostavano ai Caraibi per la stagione di charter alle porte.
Tutti, comunque, rigorosamente a vela.
Le partenze sono state scaglionate fra l'ultima settimana di novembre e la prima di dicembre. Prima le barche delle due Are, dietro quelle da charter (fra cui tanti italiani) e, come fanalino di coda, gli equipaggi "in famiglia".
A traversare pi velocemente sono state le barche n regata, che, spinte da un aliseo dichiarato, sono arrivate a Saint Lucia e ad Antigua con buon anticipo su Natale.
Las Palmas e 1 suo porto furono fondati il 23 giugno del 1478 e furono il punto di partenza di molti dei viaggi alla conquista delle Americhe.

In questa flotta c'erano cinque barche italiane e a ben figurare  stata proprio una di loro (Nisida, un Uldb di 53' disegnato da Bill Lee), che si  aggiudicata l'arrivo in reale dell'Arc-Antigua.
Delle 240 barche dell'Are sono arrivate a buon porto 237. Mancavano all'appello due barche abbandonate in mezzo all'Atlantico in seguito a vie d'acqua. Una terza, su cui navigava una coppia di fratelli, ha purtroppo perso un uomo in mare e ha raggiunto i Caraibi anche grazie all'aiuto di un altro equipaggio in regata che gli ha dato rinforzi.
La flotta da charter si  diretta su Antigua e Martinica: sulla prima isola, capitale del noleggio a cinque stelle, hanno fatto rotta gli yacht di lusso, mentre nella seconda si sono ritrovate tutte le barche fino a 60' per Natale.
Il gruppo di equipaggi in famiglia ultimi a partire, ha invece subito le bizze dell'anticiclone delle Azzorre. L'aliseo ha soffiato poco e in maniera anomala, lasciando i pi per giorni in balia delle piatte nel bel mezzo dell'Atlantico. Per alcuni di noi questo si  tradotto in un insolito Natale in compagnia dell'oceano e di tanti cetacei, che, mai come quest'anno, sono stati avvistati un po' ovunque. Ai consueti appuntamenti radio la notte della Vigilia e il 25 era tutto uno scambio di auguri tra le barche in navigazione e quelle gi a terra e di buffi men atlantici che viaggiavano via etere. Davvero un Natale da ricordare!
Abbiamo avvistato le luci della Martinica poco dopo, con 24 bellissimi giorni di navigazione alle spalle e il desiderio di non fermarci, perch in mare ognuno trova la sua dimensione. Una volta attraccati a Le Marin, dove ben 52 barche charterizzate da italiani erano in partenza per la crociera di Capodanno, abbiamo capito di non essere i soli a pensarla cos.

IMPRESSIONI CARAIBICHE.
Abbiamo dedicato gennaio a navigare i Caraibi da sud a nord, approfittando degli innumerevoli ancoraggi disponibili per conoscere le isole e fare gli ultimi preparativi in vista del Pacifico.
Terre di bucanieri una volta, le isole oggi devono la loro fortuna alle compagnie di charter, alle navi da crociera e ai tanti alberghi e resort che hanno colonizzato mare e terra. Chi cerca l'isola alla Robinson Crusoe  meglio scarti questa destinazione. I posti meritano, ma si rischia una delusione se da un viaggio qui ci si aspetta un tuffo nella natura incontaminata. Nelle baie pi belle, specialmente durante i periodi di vacanza,  una fortuna trovare solo 30 barche all'ancora. Alberghi a volte davvero sfacciati sono nati come funghi qua e l e con le loro strutture imponenti alzate a pochi metri dalle spiagge, fanno tutt'altro che buon'impressione visti dal mare.
La vera nota dolente riguarda (ahinoi!) il mare. Il reef  ovunque inesorabilmente morto. Vedere un pesce  un'assoluta rarit, mentre nuotare tra teste di corallo grigie ormai prive di vita  la norma. Non  certo una novit degli ultimi anni quella che sto raccontando, ma  davvero triste arrivare sin qui e vedere con i propri occhi che le cose stanno solo peggiorando.
Delle isole che abbiamo visto (Windward e Le-ward Islands) meritano la palma d'oro sicuramente le Grenadine, a sud. Sono ancora vere e ragionevolmente ben servite. Il mare nella sua povert  pi sano che altrove e il rapporto con la gente del posto  meno commerciale che nelle isole del nord. I bare boat e le barche da charter con equipaggio qui si contano a dozzine (Moorings e Sunsail in testa).
Il giro classico che fanno tutti parte da Le Marin,
in Martinica, e scende verso sud, a favore di vento, fino a Union, dove terminano le crociere one-way.
In questo piccolo paradiso non va persa Bequia, l'isola dei balenieri che accoglie chi arriva dal mare in un grande porto naturale. Il fascino del posto  notevole: navi da carico, tall-ship e barche di passaggio stanno alla fonda davanti a un bel paesino fatto di case in legno dai colori pastello, locali alla capitano Achab e ristorantini.
Merita anche St. Lucia e i suoi Pitons, due alti vulcani inattivi che dominano una delle baie dove si pu passare la notte alla fonda. A terra ci sono cascate solforose, una vegetazione da Libro della giungla e i rasta-men fanno a gara con le loro speed boat per portare alle barche in rada frutta, verdura e aragoste appena pescate.
Perle delle Grenadine sono per i Tobago Cays e il numero delle barche che vi si trova alla fonda lo testimonia. Tutti vi spendono minimo due o tre giorni perch trattasi di vere isole da sogno. La barriera  kaput anche qui, ma gli ancoraggi mozzafiato di Petit Tobacco a ridosso del reef e le aragoste cucinate sulla spiaggia dai pescatori fanno dimenticare il resto del mondo.
La nostra risalita verso nord  stata un po' una corsa contro il tempo per arrivare presto a St. Martin, l'isola da cui abbiamo salutato il Caribe.
Abbiamo toccato a volo d'uccello St. Pierre, la vecchia capitale della Martinica rasa al suolo da un'eruzione vulcanica, che ricorda la nostra Pompei tanto  bella e carica di mistero; Les Saintes, un gruppo di isolette selvagge con passaggi sottocosta che da soli valgono la sosta anche se un po' turistiche; Guadalupa, la farfalla del Caribe che ci ha lasciato un ricordo molto francese e poco caraibico, e Antigua, che merita una nota a parte. Delle isole viste
Antigua rimarr nei miei ricordi per l'incredibile numero di megayacht che abbiamo contato in rada e nei marina di Falmouth e English Harbour (almeno 80). L'isola  bellissima e merita la fama che ha: si trova di tutto, ma i prezzi sono direttamente proporzionali alla misura degli yacht che ospita.
St. Martin  un caso a s. Divisa in due parti, una francese e una olandese, con una grande laguna in mezzo, offre lusso e semplicit in un mix unico.
Nella parte olandese l'ultimo anno  stato costruito un gigantesco porto oggi completamente occupato da megayacht, mentre il lato francese  pi battuto dalle barche dei giramondo. Rimane un'isola di frontiera oltre che un ottimo scalo tecnico (gli ship-chandler sono megastore con prezzi da duty free): da qui si torna in Mediterraneo, si iniziano charter o, come nel nostro caso, si fa rotta sul Pacifico.

Bye bye caribe.
Dopo appena un mese passato nei Caraibi siamo pronti a lasciarci alle spalle l'Atlantico. Ci tocca ancora uno scalo tecnico a St. Martin per recuperare un po' di pezzi di ricambio, fare gli ultimi rifornimenti e poi nulla ci trattiene pi qui.
Finalmente navigheremo noi due da soli (da quando siamo partiti abbiamo sempre avuto qualcuno a bordo!), avvicinandoci sempre pi al Pacifico. Siamo al settimo cielo, felici di lasciare le affollate baie dei Caraibi per una meta lontana dalle rotte pi battute. Prima di raggiungere Panama, infatti, abbiamo deciso di passare un mese a San Bla's, l'arcipelago degli Indiani Kuna(6) di cui tutti dicono meraviglie.
Cos il 2 febbraio con la barca riempita a tappo di cibarie, acqua e gasolio abbiamo preso il largo. Ci aspetta una settimana bella sportiva: taglieremo ilmar dei Caraibi per fare la rotta pi diretta e sappiamo che vento e mare non ci mancheranno. Per la prima volta dall'inizio del viaggio vogliamo mettere seriamente alla prova anche il timone a vento. In due, soprattutto di notte, sar di grande aiuto per non esaurire le nostre energie.
Il timone a vento che abbiamo trovato a bordo  decisamente sottodimensionato per dB, ma se l' cavata egregiamente. Per sei giorni e sei notti ha planato sulle onde dell'oceano facendoci fare medie belle alte.
dB  una gran barca e ogni giorno ce ne ha dato la prova. Siamo passati come saette nel mar del Caribe ed  stata una bella galoppata con continui cambi di vela (dai una mano, togli una mano, su trinchetta, fuori il genova e via cos...) e tanti groppi carichi di vento e pioggia a tenerci compagnia.
Siamo arrivati in vista di San Blas l'8 febbraio, quasi all'imbrunire, e per un pelo non siamo rimasti fuori a bordeggiare un'altra notte.
Le San Blas sono circondate da un dedalo di reef corallini ed entrarci con la luce sbagliata  un suicidio. Prima ancora di vedere gli isolotti ricoperti di palme  il rumore delle onde infrante sulla barriera a far drizzare le antenne.
In atterraggi come questi, tutti i sensi sono in allerta, ma la prudenza non  mai troppa. Le carte datate sono imprecise e affidarsi al solo Gps  pura follia. Bisogna tornare a navigare come una volta: con gli occhi ben aperti e la massima concentrazione ai fondali. Un errore pu costare la barca e un cargo spaccato in due tronconi sul reef esterno di Coco Bandero  l a ricordarlo, semmai qualcuno se lo dimenticasse.
Siamo entrati a Coco Bandero aiutati via radio dalla comunit di barcaioli italiani che da qualche anno si  installata a San Blas. Conoscono isole e passe come le loro tasche e ci hanno dato davvero una bella mano.
Che spettacolo! Il posto toglie il fiato da quanto  bello e c' persino un comitato d'accoglienza italiano... da non crederci.

il paradiso degli indiani kuna.
L'Atlantico ruggisce sul reef tutt'intorno a noi e all'ancora, davanti a un'isoletta di palme, il colore del mare sfuma dal turchino all'indaco. Da un mese siamo a San Blas, l'arcipelago degli indiani Kuna, a un giorno di navigazione da Panama, e questa visione potente ci stordisce ancora per la sua bellezza e unicit. Lo spettacolo si rinnova a ogni ancoraggio, ma pi si naviga in questo dedalo d'isole e di corallo, pi si rimane stregati dalla magia del luogo e della magnifica gente che lo abita.
Carte e portolani riportano pi di 350 isole che puntellano l'oceano con chiome di palme. Alcune sono fazzoletti di sabbia cos bassi sull'acqua che si vedono appena, altre misurano non pi di 50 metri per 50 e si girano a piedi in un attimo. Molto vicine una all'altra, le isole hanno fondali incredibilmente ricchi e non  raro fare snorkeling tra razze e squali nutrici.
I Kuna(7) abitano per lo pi le isole vicino alla costa, dove fiumi e una foresta a dir poco impenetrabile assicurano di che vivere. Le loro case sono capanne di bamb e palme e la vita nei villaggi scorre nel pi pacifico e semplice dei modi, seguendo il ritmo delle albe e dei tramonti. Il resto delle isolette  abitato solo saltuariamente dalle famiglie cui appartengono le palme da cocco, vera ricchezza di questa gente, che ne cura la crescita.
Per spostarsi i Kuna usano i cayucos, canoe ricavate da tronchi d'albero scavati e mosse a vela, a pagaia, o da un piccolo motore fuoribordo.
Fatta eccezione per Rio Diablo che ha abbandonato le tradizioni Kuna, della cultura occidentale qui  filtrato lo stretto indispensabile. I "Seis Pueblos Kuna Yala" che formano la popolazione sono, infatti, ancora saldamente ancorati alle loro tradizioni.
I capostipiti di questi indios vivevano nelle montagne del Darin e, secondo gli antropologi, linguisticamente i Kuna si rifanno al ceppo della famiglia Chibcha proveniente dall'America Centrale e dall'America del Sud. La societ  di tipo matriarcale, ogni decisione deve essere vagliata dal consiglio dei saggi (i Sahila) e le famiglie vivono di cocchi, di pesca e della vendita di Molas, i colorati tessuti ricamati a mano dalle donne Kuna.
Navigare fra queste isole paradisiache  un ritorno alle origini e, proprio per questo,  importante farlo con il massimo rispetto per la gente e il luogo che si ha la fortuna di conoscere.
L'unico mezzo consigliabile per visitare le San Blas  la barca perch le sistemazioni turistiche alternative (due minuscoli villaggi con cabanas in affitto) non consentono di vedere granch.
Le isole sono collegate quotidianamente da microaerei (compagnie Aereo Perlas e Aviatour) che volano da e verso Panama con passeggeri e viveri, ma una volta atterrati  consigliabile avere gi organizzato un charter. Le barche disponibili sono per la maggior parte italiane, ma si contano sulle dita di una mano e dall'Italia  bene muoversi per tempo con le agenzie di noleggio che li rappresentano (Mondovela, Charterando, Full Sail). Non sono in molti quelli che arrivano qui con la propria barca perch navigare
in queste acque  tutt'altro che facile. I reef sono ovunque, le carte sono spesso imprecise e molti banchi di corallo non sono nemmeno segnati. Insomma  un arcipelago dove bisogna stare davvero all'occhio, tanto che i veterani del posto consigliano di tornare a navigare a vista. Non  un caso che le poche barche incontrate avevano tutte a bordo gente che sapeva bene quel che faceva.

Verso panama.
7 marzo,  ora di metterci in moto per raggiungere Panama. La stagione  gi avanti e, sapendo che impiegheremo un po' a sbrigare le pratiche burocratiche per passare il canale,  meglio darci una mossa.
Questa volta viaggiamo in compagnia. Dietro di un soffio abbiamo Jammin', di Ian e Mary (una coppia di giovani inglesi amici di vecchia data di Horace), con cui navigheremo di conserva fino in Pacifico.
Prima di entrare nel porto di Colon, che gi sappiamo essere un postaccio, ci concediamo una sosta di decompressione a Portobello, base di Drake(8) nei tempi d'oro della pirateria. Il posto ha un che di magico con il forte che questo grande filibustiere fece costruire interamente in corallo sulla rocca che domina la baia.
Noi per di pi siamo piombati nel bel mezzo del carnevale locale e a terra  un autentico delirio di danze, costumi e musica.
Restiamo qui giusto il tempo delle feste per salpare poi il 9 marzo con rotta su Colon.
La tratta  breve e arriviamo lo stesso giorno in serata (carichi di tonni pescati lungo la rotta) in un Porto che sembra non finire mai. Dentro il via vai di navi  continuo. Sono gigantesche cattedrali del mare: mega porta container cariche all'inverosimile, super
petroliere, navi cisterna, navi da crociera. C' veramente di tutto e noi sembriamo delle formiche al confronto.
Horace ha gi fatto questo passaggio una decina d'anni fa e sa che ne vedremo delle belle. Si capisce lontano un miglio che  felice di essere finalmente alle porte del Pacifico, dove vuole navigare con me, il peloso e dB.
La zona del porto di Colon riservata all'ancoraggio delle barche a vela in attesa di fare il canale  quella dei Fiat, poco lontano dallo Yacht Club, punto di ritrovo di tutti gli equipaggi. Scartiamo l'ipotesi di metterci in banchina, non c' posto e costa comunque troppo per noi. Ci infileremo come fanno tutti solo all'ultimo per fare acqua e gasolio.
La zona vela del porto  abbastanza un carnaio. Riconosciamo le barche pronte per il canale perch hanno le fiancate ricoperte di ruote d'automobile per evitare di danneggiarle nel passaggio. Ci sono diversi equipaggi con cui da mesi incrociamo la rotta e fa davvero piacere vederli.
Quella sera festeggiamo l'arrivo con Ian e Mary facendo onore ai nostri tonnetti con una cena in perfetto stile giappo.
La mattina dopo scendiamo a terra per capire il da farsi. Nel giro di poco ci troviamo per le mani una bella mazzetta di documenti da compilare, il numero degli stazzatori del canale che devono misurarci la barca e altri indirizzi che ci serviranno per sbrigare pratiche e pagamenti.
Questo calvario per noi durer 10 giorni. Colon non  certo un bel posticino dove scorrazzare tranquilli, per la citt ci si deve muovere rigorosamente in taxi. I prezzi sono politici, ma  una bella seccatura muoversi in un posto che sembra sotto stato d'assedio.
La zona dello Yacht Club  circondata da alte reti metalliche, chiusa da cancelli e guardianata giorno e notte. Dentro si  sicuri, ma ci si sente come galline in un pollaio e non si vede l'ora di poter scappar via.
Noi ce l'abbiamo fatta il 20 marzo. Inutile scrivere che ci sembrava di uscire di prigione. Siamo stati fortunati e abbiamo fatto il passaggio in giornata con il nostro paffuto pilota panamegno (pi intento a mangiare che altro), Horace sempre al timone e io e altri quattro amici alle cime.
Che giornatina, ragazzi! Sveglia alle 4 di mattina, imbarchi alle 5 e poi via con questi bei ritmi fino a Panama City.
Siamo passati con altre due barche a pacchetto, come succede di norma quasi a tutti i monoscafi e, a parte qualche momento di tensione nella prima chiusa,  andato tutto benone. Il canale  un capolavoro d'ingegneria e traversarlo  un'esperienza senz'altro interessante. Una volta nella vita per basta e avanza direi...

panama canal, gateway to the pacific.
Finalmente possiamo pensare con serenit al Canale di Panama(9) che abbiamo appena traversato. Un passaggio che lascer un segno indelebile nei nostri ricordi per la tensione emotiva che ha comportato e le costose pratiche burocratiche a cui tutti devono sottostare.
A fare il bello e il cattivo tempo sono le autorit del Canale (ACP) per le quali le barche da diporto sembrano rappresentare pi un fastidio che altro.
Il comitato d'accoglienza nel porto di Colon  formato dai misuratori dell'Acp che, bindella alla mano, prendono sommariamente lunghezza e larghezza
delle barche e controllano che vi siano quattro cime da 38 metri l'una.
La pratica ha un che di antidiluviano e serve pi ad alimentare il racket delle cime in affitto che altro.
Fatta la misurazione, si compila una lunga serie di moduli e si ottiene il numero d'identificazione della propria barca.
A questo punto c' da pagare il salato pedaggio e l'ancor pi esoso deposito. Le tariffe variano in funzione della lunghezza: per le barche come noi sotto i 50' il transit fee  di 600 dollari Usa e il deposit fee  di 850 dollari Usa. Chi paga cash si vedr restituire il deposito solo dopo due mesi. Chi, invece, vuole usare la carta di credito  bene abbia una Visa poich  l'unica accettata e per riavere il deposito deve confidare che l'organizzazione distrugga il cedolino (lasciato d'ufficio con la cifra in bianco!) a passaggio avvenuto.
Dopo questo inferno di pratiche si ottiene la fatidica data.
Le giornate d'attesa prima di passare il canale sono faticose e allo scoccare dell'ora x bisogna avere i necessari line-handler (quattro persone che si occupino delle cime) e ruote di camion (brutte, ma indispensabili) per proteggere la barca. Molti equipaggi si aiutano l'un l'altro per fare esperienza prima di traversare con la propria barca.
Come tutti, abbiamo imbarcato anche il pilota panamense d'obbligo su ogni unit, che ha stabilito tempi e modalit di passaggio.
Il sistema di chiuse che ha permesso la realizzazione del Canale di Panama, inaugurato nel 1914 e lungo 40 miglia,  un capolavoro d'ingegneria per il quale sino a oggi sono transitate pi di 875.000 unit (fra cui 250\300 yacht all'anno). Navigarlo  un'esperienza per le barche da crociera, che lo attraversano a pacchetti di due o tre e, pi raramente, da sole. Nelle chiuse (tre a salire e tre a scendere), infatti, ci si trova in compagnia di navi che arrivano fino a 305 metri di lunghezza con turbolenze in acqua inimmaginabili.
Le prime tre chiuse portano all'altezza del Gatun Lake, 23 metri sopra il livello del mare, per riempirle viene usata l'acqua dolce del lago artificiale. Le forze in gioco sono pazzesche: in ogni chiusa in 15 minuti vengono pompati 197 milioni di litri di acqua dolce. Gatun Lake si percorre a tutto gas per arrivare con la luce del giorno alle ultime tre chiuse e scendere di nove metri alla volta in Pacifico.
Se si ha fortuna e un motore che garantisce almeno sei nodi si riesce a passare in giornata. In caso contrario, si spezza il passaggio con una notte a Gatun Lake in compagnia di scimmie, serpenti e coccodrilli.
L'ormeggio su boe al Balboa Yacht Club, sotto il ponte delle due Americhe, non  il massimo: il transito delle navi  continuo e con esso il rollio, e le barche in mezza giornata sono coperte di fuliggine. Quanto allo Yacht Club i servizi che offre si limitano al taxi boat, due docce, un bar e una piscina poco invitante (ogni barca paga 35 cent di dollaro per piede al giorno). Non esiste alternativa, a meno di spendere di pi ed essere ancora pi scomodi al Flamenco Yacht Club (un dollaro per piede al giorno).
Panama City(10)  un crocevia obbligatorio per il Pacifico e un utile scalo tecnico, ma il consiglio che viene da dare di cuore, dopo avervi passato qualche giorno,  di lasciarla in fretta.

Rotta su galapagos.
31 marzo. Ne abbiamo avuto abbastanza di Panama e finalmente anche per noi  arrivato il giorno di staccarci dal Balboa Yacht Club. Partono con noi Ian e Mary, anche loro impazienti di buttarsi in Pacifico.
Siamo stanchi anche se  quasi un mese che non navighiamo. Panama ci ha sfibrati e solo ora che la vediamo sfilare a poppa ce ne rendiamo veramente conto.
Per raggiungere le Galapagos abbiamo davanti circa 800 miglia di navigazione e dovremmo cavarcela in una settimana, se non rimaniamo intrappolati nelle calme equatoriali.
La meteo sembra sorriderci e noi siamo felici di poter lasciare a briglia sciolta dB nel grande oceano. Si sente che siamo vicini all'Equatore, fa un bel caldo, ma Eolo  dalla nostra e continua a spingerci nella direzione giusta.
Da quando siamo partiti non avevamo mai avuto la barca cos piena di cibarie. C' frutta e verdura praticamente ovunque perch abbiamo approfittato del bellissimo mercato generale di Panama City per caricare la barca al meglio.
Le reti sono stracolme di agrumi, abbiamo cassette zeppe di pomodori, patate e cipolle e una vagonata di manghi aspettano di maturare, per non parlare dei caschi di banane appesi a poppa. Non rischiamo certo di fare la fine dei marinai di una volta... anzi dovremo darci dentro e tenere sott'occhio la zona del fresco.
dB va che  un piacere e finora il motore ha sempre riposato. Teniamo le dita incrociate e speriamo continui cos perch con le piatte abbiamo gi dato in Atlantico...
7 aprile, 10,20 di mattina: passiamo l'Equatore!
Fa stranamente un freddo becco tanto che siamo tutti e due con giubbotto e maglioni dopo giorni belli calducci. Visto che passiamo per la prima volta
l'Equatore, la tradizione vorrebbe che il veterano di bordo, facendo le veci di Nettuno, impiastricciasse me e Nelson con qualche poltiglia, ma la scampiamo con un bel brindisi. Mancano 53 miglia a San Cristobal, prima isola delle Galapagos dove atterreremo e si comincia a intuire che siamo vicini a terra. Il cielo  pieno di uccelli e c' persino un branco di capodogli che dormicchia con i piccoli a pelo d'acqua. Ci avviciniamo con cautela per poi passare un'oretta in loro compagnia scattando un numero imprecisato di foto.
Che meraviglia, quasi dispiace che stiamo gi arrivando.
Avvistiamo San Cristobal con l'imbrunire, ma  solo alle 11 e mezza di sera che diamo fondo a Wreck Bay. L'arrivo  stato emozionante. Siamo entrati nella baia ricevuti da un comitato d'accoglienza che mai mi sarei aspettata: FOCHE!(11).
Ne avevamo ovunque intorno che sbuffavano saltando dentro e fuori dall'acqua. Sembrava ci avessero rovesciato in coperta un barile di pesce fresco tanto si percepiva la loro vicinanza e dire che erano in acqua...
Stanchi ma felici abbiamo ancorato nella baia sotto una stellata da Mille e una notte.
La mattina dopo abbiamo fatto capolino in pozzetto per scendere a Puerto Baquerizo Moreno, il porto di San Cristobal, con il sole gi bello alto.
...il paesaggio intorno  grandioso. Rocce vulcaniche rosse e nere, una spiaggia di sabbia bianchissima, pescherecci, un paese dalle tinte pastello e foche a perdita d'occhio spaparanzate ovunque, compresa una sul nostro specchio di poppa!
Dobbiamo lasciare per la prima volta Nelson a bordo per rispettare le ordinanze della riserva naturale protetta. Per fortuna sembra non
rimanerci troppo male, occupato com' a inseguire le giovani foche che guizzano di continuo attorno alla nostra barca.
A terra, qui e nelle altre meravigliose isole delle Galapagos, sar una sorpresa via l'altra.

GIURASSICI PARK.
Facendo rotta sud-ovest per 850 miglia con unico bordo di bolina larga e venti leggerissimi siamo approdati alle Galapagos, eden di isole vulcaniche e di animali dalla bellezza primordiale.
L'arcipelago, formato da 34 isole e provincia protetta dell'Ecuador, merita ampiamente la fama conquistata ai tempi di Darwin, che lo visit nel 1835 a bordo del brigantino inglese Beagle e vi formul la sua teoria sull'evoluzione. L'isolamento naturale e la fredda corrente di Humboldt hanno permesso la sopravvivenza di specie animali che solo qui convivono indisturbate da secoli. Tartarughe giganti, iguane terrestri e marine, foche, leoni marini, pinguini, delfini, squali, orche, sule dai piedi blu, fregate, pellicani, fenicotteri rosa sono, infatti, la naturale compagnia di chi ha la fortuna di veleggiare un po' da queste parti.
Per preservare tanta bellezza il governo dell'Ecuador impone dei limiti alle barche private che visitano le isole, ma i permessi di navigazione sono meno restrittivi di qualche anno fa.
Le 72 ore concesse una volta ora sono diventate 20 giorni, a patto che si rimanga soltanto su una delle tre isole aperte al pubblico (San Cristobal, Santa Cruz o Isabela). Questo sulla carta. Poi tutti o quasi riescono, usando un po' di tattica con le autorit locali, a trovare il sistema per visitarle tutte e tre nell'arco dei 20 giorni permessi.
Se si vuole fare un tour completo e avere accesso
alle isole pi remote, altrimenti visitabili solo con gite a pagamento su barche locali, l'alternativa percorribile  quella di imbarcare una guida del posto per una o pi settimane. A questo punto tutte le porte vi si apriranno davanti, ma il giochino costa circa 200 dollari al giorno e richiede pratiche burocratiche pi lunghe.
Noi ci siamo accontentati delle tre isole e, a conti fatti, siamo pi che felici di aver evitato i tour organizzati, poco conciliabili con la natura selvaggia e isolata del luogo.
I permessi per 20 giorni si ottengono senza difficolt sul posto e le tariffe sono stabilite in base alla stazza delle barche (noi abbiamo pagato 110 dollari). Dispiace scriverlo, ma la protezione ambientale sembra conti davvero poco. Lo si capisce soprattutto arrivando a Santa Cruz, fulcro dell'arcipelago. Abbiamo contato in rada un centinaio di barche e fra queste almeno 30 erano navi o carrette da crociera a cui tutto era concesso, nonostante l'evidente impatto ambientale.
Per chi cerca natura e posti incontaminati, il consiglio  di saltare a pie' pari Puerto Ayora e Santa Cruz e di spendere pi giorni tra San Cristobal e Isabela(12). Perderete le tartarughe giganti e le iguane del centro Darwin (rigorosamente chiuse nei recinti), ma ne guadagnerete in tranquillit.
Quanto alle bellissime creature giurassiche, potrete vederle a Isabela senza trovarvi in fila indiana dietro un gruppo di turisti armati di telecamere.
A San Cristobal, come nelle altre isole, le barche private possono ancorare solo in una baia, ma la limitazione su Wreck Bay non pesa in questo caso. Il paesino  una piccola perla, la gente del posto  gentile e pi che ospitale e foche e leoni marini, sdraiati al
sole ovunque si butti l'occhio (pescherecci, tender, spiagge, pontili e persino panchine!) fanno s che le giornate non durino mai abbastanza.
Isabela fa onore al suo nome. E magnifica, abitata com' da iguane, foche e colonie di pinguini, pellicani e sule dai piedi blu, che si dividono pacificamente ogni scoglio disponibile. Si pu nuotare per ore nella baia con delfini e foche socievoli. Chi ama il mondo sommerso qui, come in tutte le Galapagos, infatti, impazzir. Le barche dondolano in un ancoraggio ben protetto e a pochi metri di distanza squali pinna bianca depongono le uova, mentre giovani fochine curiose vengono a riposarsi sugli specchi di poppa o sui tender. Si sta davvero bene e spiace partire quando arriva il momento di salpare l'ancora e lasciare questo paradiso fatto di animali e di gente amabile che vive in semplicit un mondo che meraviglia.

polinesia, notre rve.
16 aprile. E passata appena una settimana da che siamo alle Galapagos, ma oggi ci rimettiamo in mare con rotta sulla tanto sognata Polinesia(14).
Ci sono diverse barche che faranno la stessa cosa nel giro di pochi giorni, ma noi con Ian e Mary abbiamo optato per una rotta un po' diversa. Anzich puntare sulle Marchesi con una navigazione tutta a favore di aliseo, scenderemo verso sud con l'intenzione di passare per l'Isola di Pasqua e atterrare poi a Gambier.
Sono 3000 miglia fino a Gambier e 1900 a Pasqua, e almeno per il primo pezzo dovremo bolinare. Poco male, siamo comunque contenti di vedere posti diversi stando fuori dalla mischia.
Gi dal secondo giorno di navigazione, per, la nostra microflottiglia si sfalda. Jammin' ci avvisa che, con una rotta decisamente pi easy, punter direttamente sulle Marchesi. Hanno il pilota in tilt e forse a bordo non  tutto rose e fiori.
Ci rimaniamo un po' male, anche perch scendere su Pasqua in due barche o da soli non  la stessa cosa. Seppur d'immane bellezza, Eastern Island resta uno scoglio in mezzo all'oceano: l'isola non offre grandi ridossi e il vento pu girare all'improvviso giocando brutti scherzi se a bordo non c' nessuno. In due avremmo bypassato il problema guardianando a turno le barche mentre si era a terra.
Pazienza. Abbiamo mandato gi la pillola e deciso che proveremo lo stesso da soli.
...vento e mare non ci hanno certo dato una mano e, a furia di bolinare e prendere secchiate d'acqua, ci siamo stufati anche noi. Cos abbiamo gettato la spugna e, scartata Pasqua, puntato su Gambier con un po' d'amaro in bocca.
Il buon umore  tornato con il passare delle ore. Incredibile come 20 gradi possano fare la differenza... Abbiamo poggiato di poco e gi su dB  tutta un'altra vita: obl aperti, barca piatta, niente pi musate sulle onde.
Scelta una rotta pi a favore di vento, le medie giornaliere sono iniziate a salire. E, al 19 giorno di navigazione, siamo arrivati in vista di Gambier. Tanto per gradire, sotto il diluvio universale. Pioveva cos forte che abbiamo visto Mangareva solo a tre miglia di distanza... e dire che il monte Duff (il pi alto dell'isola) svetta a 441 metri. Fa persino freddino, ma il verde delle isole dopo tanti giorni di mare ci stordisce. Nell'aria ci sono mille essenze, fiori, frutta, odori di terra e di mare si miscelano alla perfezione.
Gambier  un arcipelago unico. Le isole sono all'interno di una sola laguna, protette dalla stessa barriera corallina. Noi puntiamo su Mangareva, la pi
grande e l'unica dell'arcipelago dove  possibile fare l'entrata ufficiale in Polinesia francese.
Arrivare davanti al paese  tutt'altro che semplice, anche se il canale navigabile  segnalato da mede e boe. C' una visibilit schifosa e, nonostante carte e segnali, ci vuole una bella concentrazione per beccare i canali giusti e non finire nei filari di perle nere, spesso semisommersi.
Dopo un paio d'orette ne siamo fuori. Siamo bagnati fradici nonostante la cerata, ma sulle nostre facce sorridenti si legge la soddisfazione che abbiamo dentro.
Contrariamente a quanto ci aspettavamo, in rada c' un'altra decina di barche. Ci sembrano tante e, in effetti, scopriremo poi che sono un record da queste parti.
Per festeggiare il nostro arrivo, mi lancio nella produzione di gnocchi di patate per cena e Horace stappa un vinello tenuto apposta per le grandi occasioni.

ALLE PORTE DEL GRANDE SUD.
Per arrivare in Polinesia dalle Galapagos si possono fare due scelte. Seguire la classica Coconut Milk Run, la rotta pi battuta, a favore d'aliseo, che tocca Marchesi, Tuamotu, Isole della Societ, Cook, Samoa, Tonga, Fiji, Nuova Zelanda o Australia.
Oppure scegliere l'opzione Sud, sicuramente pi impegnativa, ma che offre la possibilit di visitare anche l'isola di Pasqua, Pitcairn, Henderson, le Gambier e le Australi.
Fra l'autostrada e il fuoripista del Pacifico, noi abbiamo scelto di scendere a Sud. La lunghezza della rotta, quasi 3000 miglia,  equivalente, ma si naviga a latitudini pi alte, con venti capricciosi e temperature pi basse. Non  l'Apocalisse, tutt'altro. La
navigazione regala momenti unici e l'emozione di essere alle porte del Grande Sud, lontano da tutto e da tutti, si sente... eccome se si sente!
Siamo partiti a met aprile con l'idea di toccare Pasqua e Gambier, ma abbiamo fatto i conti senza l'oste. L'inizio dell'inverno australe porta, infatti, instabilit meteorologica a Sud. E, nella nostra discesa verso Pasqua, forti venti contrari e onda formata in prua ci hanno fatto desistere. Ma abbiamo continuato su Gambier. A Mangareva, l'isola madre del gruppo, il primo impatto  stato forte e di un verde intenso. Le montagne vulcaniche delle cinque isole maggiori dominano lo scenario con alti picchi ricoperti di pini marittimi. Il pi imponente  il monte Duff, che porta il nome del vascello inglese che nel 1797 scopr le Gambier(14). Ai suoi piedi, il villaggio di Rikitea, fulcro vitale dell'arcipelago, si snoda lungo un'unica grande strada fiorita. Il paesino offre quel che serve e la natura pensa al resto. Ci sono spacci alimentari, un forno, l'ufficio postale, una chiesa in corallo, una scuola per la lavorazione della nacre (la madreperla), laboratori artigianali dove vendono perle e nacre, e persino un esclusivo resort. La gente del posto (un migliaio di abitanti)  generosissima. Basta scambiare due chiacchiere e ci si ritrova con della frutta in dono. E che frutta! Pompelmi grandi come palloni da calcio, manghi, papaie e caschi di banane. In paese poi ci sono alberi a uso della comunit e anche gli equipaggi possono servirsene liberamente.
L'arcipelago  formato da una laguna di 45 miglia che racchiude cinque isole maggiori (Mangareva, Taravai, Aukena, Akamaru e Kamaka) e 18 isolotti. L'accesso alle Gambier  semplice: ci sono tre passe molto facili e corridoi d'entrata ben segnalati anche di
notte. Il vero pericolo  costituito dai filari di ostriche disseminati ovunque.
Non  di turismo, n di pesca o di copra che vivono qui. Sono le perle nere il sostentamento di quasi tutte le famiglie. La laguna  tappezzata di pearl farm e non a caso una delle tre scuole perlifere della Polinesia ha sede proprio a Rikitea. L'oro nero di Gambier non  per l'unica risorsa dell'arcipelago. Le montagne offrono itinerari spettacolari e il mare ha fondali corallini ricchissimi. L'unica nota dolente  la meteo, davvero instabile. Appena sotto il Tropico del Capricorno, l'arcipelago sente infatti l'influsso del fronte polare. Da giugno a settembre, nell'inverno australe, ci si traduce spesso in forti venti freddi e piogge che durano giorni.
E dopo un po', la cosa logora.

Tempo di saluti.
2 giugno. Dopo varie esitazioni, dovute soprattutto alla meteo ballerina, oggi tocca salutare le Gambier. E un mese che siamo qui ed  difficile lasciare gli amici che abbiamo conosciuto in questo piccolo paradiso.
A terra ci sono Nico e Joseph, qui a fianco Nathalie e Michael su lron Lady. Non sar facile salutare entrambi. Con Nico e Joseph, pescatore di perle uno e agricoltore l'altro,  stata amicizia al primo sguardo, pochi giorni dopo il nostro arrivo.
Tornavamo da una lunga passeggiata sui monti, inzaccherati di fango fino alle orecchie, quando ci  arrivato un inaspettato invito a bere una bevanda fresca. Erano Nico e Joseph con le loro risate contagiose. Senza nemmeno rendercene conto, siamo rimasti l ore a raccontarci le nostre vite e alla fine siamo tornati a bordo con gli zaini carichi di papaye, zucche e
pompelmi. Qui la gente  cos ospitale e generosa che rimani senza parole. Ancora adesso, dopo un mese, Nico e Joseph e le altre famiglie conosciute mi commuovono per la gentilezza con cui ci hanno accolto. Ci hanno praticamente adottati facendoci conoscere poco alla volta il loro mondo meraviglioso.
Con Nat e Michael  diverso. Sono due ragazzi tedeschi, una giovane coppia di barcaioli come noi, praticamente una rarit in giro per il mondo. Conosciamo bene tutti i vicini di barca, ma con loro  nato qualcosa di speciale. Ceniamo insieme dal primo giorno che ci siamo conosciuti, una sera da noi, una sera da loro. Abbiamo condiviso esplorazioni, lavoretti sulle barche, ci siamo dati dritte a vicenda su tutto (dai posti visti alle ricette), abbiamo studiato le carte, sognato le rotte future assieme e cucinato, riso e scherzato tanto. Staccarci  difficile. I ragazzi fanno i duri e si danno grandi pacche sulle spalle, io e Nat ci abbracciamo lasciando scendere qualche lacrimuccia.
Sappiamo che non  un addio (da qualche parte l fuori ci ribeccheremo), ma  strano per tutti e quattro:  come lasciare dei fratelli d'avventura.
A distrarci ci pensano Nico e Joseph con una festa a sorpresa. Ci attirano a terra tutti e quattro con una scusa e ci lasciano senza parole con un banchetto regale preparato per salutare la nostra partenza(15)..
Nico e Joseph hanno sorrisi smaglianti, ma si capisce lontano un miglio che non vorrebbero vederci andar via. Non ci sono parole per descrivere la bellezza di questo pranzo in riva al mare, la tenerezza che c' nei loro gesti. Siamo finiti tutti commossi con noi quattro inanellati come polinesiani da stupende collane di conchiglie che Nico e Joseph ci hanno messo al collo.
 uno dei pi bei ricordi di questo viaggio, forte e indelebile come l'amicizia che ci lega alla gente di queste isole cos lontane da tutto e tutti.
Oggi partiamo, ma qualcosa di noi rimane qui...

ATTERRAGGIO ALLE MARCHESI.
7 giugno. Dopo cinque giorni di navigazione stiamo arrivando alle Marchesi. Facciamo 6 nodi con un Est 3 al traverso.
Ormai  notte, quasi la mezza per l'esattezza, e l'isola di Fatu Hiva, dove ci ancoreremo, ci sfila sotto da un po'.
Le montagne sono impressionanti pareti verdi che precipitano in mare. Da un mondo (quello del mare) a un altro (quello della terra) ancora una volta.
Diamo fondo nella baia delle Vergini illuminati da una bella luna, sembra gi magico questo posto. I picchi delle montagne sono dita argentate sotto i riflessi della luna, il mare che va a infrangersi sulle scogliere fa da sottofondo e dB con noi finalmente si riposa dondolando in terra marchisiana.
La mattina l'ancoraggio  ancora pi spettacolare. La baia  racchiusa tra picchi vulcanici che si protendono al cielo. Ci sono solo altre sei o sette barche e a terra s'intravede un paesino inerpicato fra i monti. Scendiamo. La spiaggia  una lunga lingua di ciotoli neri dove le onde giocano a inseguirsi, il molo  pieno di bambini. Siamo gi l'attrazione del posto e per di pi abbiamo il cane che ci segue a nuoto! Per scendere bisogna quasi scalare il molo, tanto  alta la banchina. Due passi e siamo subito in uno spiazzo con la montagna che fa da parasole. Ovunque si guardi ci sono piroghe di legno, capolavori d'artigianato che qui servono per pescare e spostarsi attorno all'isola.
Il paese si snoda lungo una strada che s'inerpica sulla montagna. Le vecchie case di legno si alternano
alle nuove prefabbricate portate dal governo francese, tutto  ancora a misura d'uomo e la natura regna sovrana.
Non ci sono negozi ma solo la panettiera Silvestra che (dio sa come) ha imparato a fare il pane come da noi in Toscana. Per il resto si vive di pesca, di copra, di frutta (tanta!) e di quel che si produce con le proprie braccia. La gente qui  davvero isolata e anche per questo la parola "scambio" ha ancora un valore. Il villaggio  pieno di artigiani che scolpiscono il legno e ogni due per tre qualcuno ti fa cenno di entrare in casa per barattare o venderti qualcosa.
Staremo a Fatu Hiva(16) pochi giorni: il posto  mozzafiato, ma all'ancora si rolla molto e la gente comincia a farsi un po' troppo insistente. Non ci lasciamo scappare la passeggiata nelle montagne per raggiungere la cascata. Di nuovo inzaccherati di fango, ma il bagno sotto la cascata  rigenerante. Tutto  incredibilmente magico.
11 giugno, si salpa verso Tahuata. Copriamo la rotta in giornata scegliendo come ancoraggio la baia di Vaitahu, davanti al paese.
Scendiamo a terra e stavolta, nonostante Nelson sia ufficialmente in quarantena, portiamo anche lui nello zaino.
Siamo abbastanza comici con il peloso che spunta dal mio zaino, ma lui  felice di annusare di nuovo un po' di odori di terra e di stare con noi.
Il villaggio  decisamente pi grande che a Fatu Hiva, ci sono persino due magazzini, il Comune e un microufficio postale. Sembra l'isola dei ragazzi,  piena di bambini di ogni et e dalle scuole esce un vociare assordante.
Il padrone di uno dei due magazzini (un francese trapiantato qua) ci prende in simpatia appena sentito
che siamo italiani e promette una cassa di verdura e frutta in regalo. Wow! Siamo appena sbarcati e gi l'accoglienza  super.
La cassa omaggio arriver nel pomeriggio con dentro di tutto e persino un bel ciuffo di basilico fresco, che chiedere di pi?
Tahuata ci piace e l'atmosfera  talmente bella che io decido persino di farmi tatuare(17).
Qui  una tradizione, quasi un rito spirituale. Gli uomini spesso ne sono ricoperti da capo a piedi e ogni tatoo racconta un percorso di vita.
Dopo aver chiesto in giro veniamo diretti su Felix, uno dei tatuatori pi apprezzati dell'isola. La sua casa  immersa in un giardino in fiore, lui tatua e suo fratello Edwin scolpisce il legno e l'osso. Che coppia! Il mio tatuaggio sar l'occasione per fare nuove amicizie ed entrare a piccoli passi nella cultura del posto.
17 giugno, Nuku Hiva ci attende. Siamo stati come pasci e abbiamo la barca piena di frutta, ancora una volta grazie alla generosit della gente di qui.
Decidiamo di saltare qualche isola e di puntare diretti su Nuku Hiva, dove ci riuniremo con Leo, un amico che si  trasferito qui in barca da un po' e ci aspetta ormai da una vita. Perdiamo delle belle tappe, ma sappiamo che torneremo da queste parti per la stagione dei cicloni e ci fa piacere lasciarci dietro posti da scoprire pi avanti.
Con Leo  subito festa. I ragazzi non si vedono da anni e ne hanno di cose da raccontarsi, ognuno arrivato qui con la propria barca con percorsi diversi...
Nuku Hiva  la capitale delle Marchesi e come tale si  ovviamente pi sviluppata, anche se da queste parti non c' da aspettarsi citt tentacolari. Il centro amministrativo  a Tahiohae: qui ci sono scuole, collegi, magazzini, ospedale e quant'altro. L'isola 
per soprattutto da navigare, con baie spettacolari e cascate incredibili che vengono gi dal cielo. Leo ce
lo anticipa, ma lo scopriremo girando insieme. A terra intanto  un'esplosione d'inviti... les italiens sono finalmente assieme e gli amici di Leo ci vogliono conoscere. C' aria di casa anche se siamo dall'altra parte del mondo, incredibile!

l'arte di essere felici.
Le Marchesi sono montagne verdi che dagli abissi dell'oceano si stagliano con potenza verso il cielo del Pacifico.  in quei picchi vulcanici che si vede riflessa l'anima di queste isole, cos uniche, cos autentiche nella loro primitiva bellezza.
In quest'arcipelago, il pi a nord della Polinesia francese, tutto  amplificato, quasi una visione onirica.
Il mare che circonda le isole  oceano aperto, non c' barriera corallina a proteggerle e il respiro del Pacifico si sente nell'aria, si avverte sulla pelle, scandisce
il passare del tempo all'ancora con un dolce e continuo movimento.
Le montagne sono monumenti della natura. I picchi sempre diversi e maestosi cambiano aspetto di continuo e non si smetterebbe mai di guardarli. All'alba, con il sole che nasce giallo-arancio, si tingono di pennellate purpuree e man mano che il giorno cresce le loro frastagliature sembrano animarsi con giochi di ombre e trasformarsi in sculture nella roccia.
Assistere a questo spettacolo  un vero privilegio e non  un caso che artisti del calibro di Paul Gauguin(18) e Jacques Brel abbiano eletto queste isole a loro dimora.
Il mito  duro a morire e l'incantesimo si ripete ancora e ancora si ripeter. Sono tanti quelli che, arrivati qua, vi hanno poi messo radici a terra.
Giramondo, famiglie francesi, vagabondi dei mari del Sud. Tutti ben integrati nella realt locale, tutti orgogliosi di vivere in un angolo di Polinesia vero.
Noi siamo approdati in questo eden a notte inoltrata con le vette delle montagne di Fatu Hiva, la pi meridionale delle Marchesi, che si proiettavano in un cielo di stelle illuminato dalla luna piena. L'apoteosi. E la mattina dopo, con la Baia delle Vergini illuminata a giorno, ci abbiamo messo un po' a realizzare che non era tutto un sogno.
L'ancoraggio di Fatu Hiva  fra i pi spettacolari delle Marchesi e non c' barca che lo perda, anche se a terra non  possibile fare le pratiche d'entrata in Polinesia. Il villaggio, arroccato ai piedi delle montagne,  l'immagine della semplicit: una strada fiorita, una trentina di casette basse, la scuola, cocchi, manghi, papaie e banani a perdita d'occhio e un piazzale sul mare pieno di piroghe e un forno a legna.
La gente pesca, lavora la copra e scolpisce legno e osso realizzando autentici capolavori, come i bellissimi Tiki raffiguranti antiche divinit marchisiane.
La parola baratto qui ha ancora un significato e fa effetto vedere che le cose pi bizzarre diventano moneta di scambio. Con una sella di cavallo si avr un amico a vita, cime e cordami sono oro per i pescatori che le utilizzano per costruire le piroghe, mentre uno smalto o un profumo pu fare la felicit delle vahine (le ragazze).
Qua, come in tutte le Marchesi, la natura emana energia. Tutto  molto verde, molto profumato, molto intenso. Ci sono cascate d'acqua dolce che precipitano nelle valli da altezze impensabili. Mai diresti di essere nel mezzo del Pacifico nuotando nelle lagune che si formano ai loro piedi, con lo scroscio dell'acqua che riempie le valli.
La rotta naturale che seguono i pi tocca le sei isole abitate delle Marchesi. Fatu Hiva, Tahuata, Hiva Oa (la capitale del sud), Ua Pou, Ua Huka e Nuka Hiva (la capitale amministrativa dell'arcipelago), 492 miglia quadrate considerando tutte le isole.
Tutte meritano uno scalo e non bisogna avere fretta di macinare miglia.
Gli ancoraggi sono ogni volta una sorpresa, ma  a terra che si scoprono le meraviglie del posto. Valli con cavalli selvaggi, cascate, resti di antichi insediamenti nel cuore della foresta, sepolcri scavati (chiss come, chiss quando) nel mezzo di pareti rocciose che puntano verticali verso il cielo.
Le isole offrono buoni ridossi e le distanze fra l'una e l'altra arrivano massimo a un'ottantina di miglia, sempre a favore di aliseo se ci si sposta da sud a nord. Pericoli in mare, escludendo gli squali martello che qui abbondano, non ce ne sono.
Ma quel che rende particolari questi posti sono comunque i marchisiani: gente fiera, legata alle proprie origini. Una faccia, una razza, un tatuaggio. Non c' bisogno di chiedere a un marchisiano la sua storia, ce l'ha scritta sul corpo. Sono soprattutto gli uomini a essere tatuati, a volte da testa a piedi, faccia compresa. I disegni sulla loro pelle bruna sono gli stessi scolpiti nei Tiki di legno e nelle sculture di roccia che si vedono ovunque, ma soprattutto a Nuku Hiva, Hiva Oa e negli antichi siti archeologici. E come i Tiki, i tatoo parlano di viaggi, di mare, sono spiriti che proteggono, che anno dopo anno, come i cerchi su un tronco d'albero, s'inanellano uno nell'altro. Sono lo specchio dell'anima di questo posto magico, dove vive gente da cui c' molto da imparare. Lo aveva ben capito Gauguin che, al termine del suo viaggio in Polinesia, scriveva: "Parto pi vecchio di due anni, ma ringiovanito di venti, pi barbaro e tuttavia pi ammaestrato. S, i selvaggi hanno insegnato al vecchio civilizzato molte cose sulla scienza del vivere e l'arte di essere felici".

Alle tuamotu.
2 luglio. Il tempo vola ed  ora che scendiamo sulle Tuamotu. Fra un mese arriva un po' di parentado a Tahiti e se non ci sbrighiamo non faremo a tempo a vedere nessun atollo.
Diamo uno strappo a Leo e al suo cane Ianez che scenderanno ad Ah, l'atollo di Moitessier, dove siamo diretti anche noi. Che ciurma!
Come se non ci bastassero gli animali, la seconda notte di navigazione si aggiunge a noi anche una giovane sula(19) che ha bisogno di riposarsi. Cerco inutilmente di darle un po' del tonno che abbiamo pescato, ma riesco solo a farla starnazzare e a farmi beccare... per fortuna sui guanti di pelle.
La navigazione  incredibilmente piacevole e nel giro di quattro giorni scarsi ci siamo pappati le 600 miglia da fare.
Arriviamo sotto la passe di Ah troppo presto.  buio e la marea non  ancora calante, sarebbe da pazzi entrare. Cos passiamo una piacevole nottatina a tirar bordi piatti sottovento all'atollo...
Il 6 luglio col sole finalmente alto tocca a noi. C' un bel Maram e nella passe d'entrata l'acqua ribolle. Avanti, sangue freddo e concentrazione, sbarchiamo ufficialmente nella nostra prima Tuamotu. Per fortuna a bordo c' Leo, che  gi stato da queste parti, e incontro ci vengono dei suoi amici con una speed-boat a farci sicurezza. Andr tutto bene, ma sapere di poter contare su tanti aiuti non  male quando si  all'entrata del primo atollo.

il mondo in un atollo.
Esteso per 1000 miglia, l'arcipelago delle Tuamotu (o Paumotu, come lo chiamano i locali)  il pi emozionante da navigare in Polinesia francese. I 78 atolli che lo formano sono anelli di corallo nella distesa dell'oceano, lagune dai colori spettacolari protette da motu (che in polinesiano vuol dire isola molto piccola) e da pareti di corallo che scendono verticali in profondit nel blu assoluto, ma che dal mare s'intravedono appena. L'avvicinamento  adrenalinico, da cardiopalma se si  dei novellini. Le passe d'entrata si riconoscono solo a poche miglia di distanza (2-5) e l'unica cosa che risalta sul mare sono i ciuffi di palme dei motu il resto  oceano che ribolle, onde che frangono sulla barriera, riccioli di schiuma bianca che vorticano nella corrente. Per questo le Paumotu furono ribattezzate da Bouganville(20) l'Arcipelago Pericoloso e, pur essendo fra gli atolli pi belli al mondo, restano una meta per pochi. Arrivarvi dalle Marchesi o dalle Isole della Societ  un gioco, il difficile  entrarvi. Una distrazione e la barca  persa. Bisogna entrare nei momenti di stanca o con poca corrente. Tenere d'occhio le tavole di marea, che cambia ogni sei ore. Giardini di corallo appaiono e scompaiono e nelle passe si scatenano le maskarelle (le onde che si formano per le forti correnti). Noi siamo entrati con il cuore in gola nella passe di Ah, larga poche decine di metri. Il mare ribolliva, intorno un inferno di coralli, l'ecoscandaglio in una frazione di secondo  passato da 80 a 3 metri scarsi e, come se non bastasse, un Maram (il vento da sud-ovest) da 40 nodi ci dava il benvenuto. Ma, una volta dentro, il pi  fatto. La maggior parte degli atolli ha, infatti, canali di navigazione segnalati da boe per non incocciare nelle patate di corallo. Ah, con Manihi,  l'atollo pi a nord delle
Paumotu. Ci siamo arrivati seguendo le tracce di Moitessier(21), che qui ha speso tanti anni nel tentativo di trasformare questo giardino di corallo e cocco in una terra di cui i pomotu potessero vivere con alberi da frutto e orti coltivati. In un atollo come Ah, dove lo sfruttamento della copra (la polpa essiccata della noce di cocco) era la risorsa principale, non deve essere stato semplice. Nell'isolotto di Poro-Poro di fronte al villaggio di Ah, dove Moitessier aveva costruito il suo far (la casa tahitiana), non c' pi traccia del suo passaggio. I cicloni hanno spazzato via tutto e la gente di Ah, che per la maggior parte ora coltiva perle nere, ha fatto il resto. Peccato: frutta e verdura qui farebbero la differenza. L'atollo  tutta una pearl farm, unica fonte di guadagno oltre alla copra. La copra serve a pagare la benzina e la benzina a fare la copra (un cane che si morde la coda...). Anche per questo Moitessier predicava cose diverse.
Cocchi, perle e pesce: la gente non ha altro. A rifornire i villaggi (dal gas al riso) pensano le navi che partono da Tahiti. Passano ogni 15 giorni e per il villaggio  una festa che dura il tempo di una marea. Poi si torna a vivere con tempi solari, sul mare e di mare. Non c' molto altro d'altronde: la cosa pi alta che si scorge guardando l'orizzonte sono le palme. Il resto  una sinfonia di blu, azzurri e verdi, dal fondo del mare al cielo, passando per quella linea sottile che li divide magicamente. Cos ci hanno stregato le Paumotu. Ah (la meno bella), Toau e Fakarava. Tre atolli, tre mondi a parte. Uno tutto perle, l'altro abitato da due meravigliose famiglie e il terzo immenso, bellissimo con fondali da urlo e ancoraggi dove sembra di toccare il cielo con un dito. Un mese per fare un assaggio dei posti e conoscerne la gente. Villaggi di 200 anime, famiglie di pescatori che
ti accolgono come fossi uno di loro, pomotu che, pur avendo il mondo in un atollo, conoscono meglio di noi altri ogni segreto della vita.
in societ...

27 luglio. Ci prepariamo alla partenza per Tahiti, l'arrivo del parentado  imminente. Lasciamo le Tuamotu con la consapevolezza che vogliamo tornare. E un autentico paradiso e noi ne abbiamo avuto appena un assaggio con Ah, Toau e la bellissima Fakarava. Ognuno ha avuto il suo perch, anche se Ah non ci ha certo stupito in bellezza. Ma  stato il primo atollo e come il primo amore non si scorda mai, o almeno la sua passe...
Ritorneremo, eccome se ritorneremo, soprattutto a Toau dove una delle due famiglie che vi vivono ci ha adottato. Rose e Taupiri e i loro sette figli, come dimenticarli? Abbiamo imparato pi cose da loro su questi mari in 10 giorni che in tanti libri letti. Il mondo bisogna davvero viverlo attraverso la gente per capirlo!
Arrivare a Tahiti dopo tanta natura e isolamento  un bello shock.
Papeete  un postaccio e, se non fosse uno scalo obbligatorio per chi arriva dall'Europa, l'avremmo saltata pi che volentieri.
Pazienza. Ne approfittiamo per metterci in regola con i documenti (miei e del cane visto che il capitano  a posto con il passaporto francese) e fare rifornimenti ai megastore in citt. Che bagno di folla! Imbarchiamo la famiglia e scappiamo a gambe levate verso le altre Isole della Societ. Speriamo si migliori...

SBARCO IN SOCIET.
Degli arcipelaghi della Polinesia francese (Australi, Gambier, Tuamotu, Marchesi) le Isole della Societ sono senza dubbio il centro nevralgico del turismo di quest'area. Non c' viaggio organizzato o crociera di lusso che non passi da qui e (spiace dirlo, ma  la dura verit) il fascino dei posti ne ha risentito parecchio.
L'arcipelago  formato da 12 isole vulcaniche divise in due gruppi: quelle Sopravento fra cui spiccano Tahiti e Moorea e quelle Sottovento di cui le maggiori sono Raiatea, Tahaa, Huahine, Bora Bora.
La naturale bellezza delle isole, protette dalla barriera corallina che forma al loro interno spettacolari lagune,  indubbiamente notevole, ma il numero dei resort, spuntati come funghi un po' ovunque, lascia interdetti. L'industria alberghiera si  presa ovviamente il meglio costruendo con gusto, ma troppo (tant' che il pi dei resort sono semideserti). I motu pi belli sono diventati privati e l'accesso alle spiagge per chi arriva in barca non sempre  scontato. La magia di posti come il giardino dei coralli di Bora Bora o la piscina delle razze di Moorea rimane, ma il via vai continuo di moto d'acqua e motoscafi, portati rigorosamente al massimo dei giri, infastidisce parecchio. Ne fanno le spese gli abitanti sottomarini delle lagune e i barcaioli che, uniti da un triste destino, hanno ormai pochi posti dove stare in pace. Per chi ama il mare non  un piacere, ma la tendenza sembra ormai incontrovertibile.
Il giro classico delle barche parte da Tahiti e segue la rotta, a favore di vento, che porta di isola in isola fino a Bora Bora.
I posti meritano almeno una ventina di giorni per scoprirne gli angoli ancora incontaminati. Papeete
per la gente di mare non  che uno scalo tecnico per fare cambusa o lavoretti. Anche se congestionata dalle auto, molto caotica e con cieli attraversati a ritmo incessante da jet che atterrano a due passi dalla laguna, vale la pena farvi un giretto. Almeno per vedere il vecchio mercato coperto, dove tutti i giorni arrivano quintali di tonni e pesci spada, cascate di fiori di tiare, ibis dai colori sgargianti e frutta fresca. E un bello spaccato di Polinesia, gremito di banchetti di ogni genere e tipo con tutto quello che si pu trovare girando dalle Marchesi a qui. Molta merce proviene dalle Filippine o  made in Taiwan, ma le bancarelle con le vahine in pareo e le collane di fiori fra i capelli e il colorato via vai di gente valgono la gita.
Da Tahiti a Moorea ci si sposta in poche ore: sono appena 12 miglia di navigazione e l'isola ha il suo fascino con la bellissima baia dove sbarc Cook(22) nel suo primo viaggio in Pacifico, dominata da impressionanti picchi vulcanici, e i tanti ancoraggi disseminati nella laguna che, seppur tappezzati di resort, rimangono gemme dal punto di vista naturalistico.
Pi selvaggia e meno toccata dal turismo  Huahine. Fare, il villaggio principale, ha un sapore di vera Polinesia, la gente  socievole e l'isola  ricca di siti archeologici (i marae) fra i pi belli dell'arcipelago per stato di conservazione e antichit.
Qui, come nelle altre Isole della Societ, le passe sono facili: la corrente  nulla, i canali d'entrata sono larghi e ben balisati e anche di notte se si  pratici della zona si pu entrare senza problemi.
Da Huahine la rotta naturale porta nella laguna di Raiatea e Tahaa, le uniche due isole del gruppo dentro la stessa barriera. Si pu girarle quasi interamente navigando sempre all'interno della laguna. Gli
ancoraggi spettacolari sono diversi e ambedue le isole sono
circondate da motu, dove chi cerca pace e belle immersioni sar accontentato. Raiatea , dopo Papeete, il centro dello yachting della Polinesia francese. Poco lontano da Uturoa, il villaggio principale dell'isola dove c' anche un grosso scalo commerciale per le navi da crociera, c', infatti, una grande base charter e un attrezzato Carenage, dove quasi tutti i giramondo di passaggio fanno carena e tanti lasciano in secca la barca per tornare a casa un po' di mesi.
Non si pu passare in queste acque senza toccare Bora Bora(23), icona della Polinesia francese. Il monte Otemanu con i suoi 727 metri di altezza domina la bellissima laguna e le isole circostanti. L'isola purtroppo  tutta un resort e ancora altri ne verranno, ma il giardino di coralli (pur mostrando evidenti segni di stanchezza)  ancora un bello spettacolo e le mante giganti volteggiano sempre nelle cristalline acque della laguna. Certo non  facile ricavarsi degli angoli dove stare tranquilli e godere di questo spettacolo senza avere davanti una sfilza di bungalow.
Per fortuna la pi grande libert delle barche  quella di potersi muovere. E con delle buone carte alla mano e qualche dritta dei veterani del posto si possono ancora trovare degli spicchi di paradiso.
A sole 30 miglia pi a ovest da Bora Bora c' poi Maupiti, un eden incontaminato con un microvillaggio dove la pace  assicurata e il contatto con i locali  ancora genuino. Pescaggio e tempo permettendo, vale la pena farvi uno scalo. Ma anche il paradiso ha i suoi limiti: la passe, poco profonda ed esposta a sud, diventa facilmente impraticabile per i frangenti e le forti correnti e sono in pochi ad avventurarsi sin qui.

TORNIAMO ALLA NORMALIT...
Dopo un mese passato a zigzagare tra Moorea e Bora Bora in famiglia, torniamo ai nostri ritmi a due. E per rimettere bene i piedi nella realt cominciamo con 10 giorni di cantiere a Raiatea. Sono 15 mesi che dB  partita e dopo 13.000 miglia dobbiamo prenderci un po' cura di lei.
Aliamo la barca al Carenage di Raiatea, l'unico posto decente nei dintorni. Tahiti offre altre possibilit, ma visto lo squallore della citt l'abbiamo scartata a priori. Non siamo soli: ci sono un po' di barche che conosciamo pronte a mollare gli ormeggi verso la Nuova Zelanda o in procinto di svernare in Polinesia per la stagione dei cicloni. Non male, avremo compagnia per fare un break dalle vernici...

CICLONI IN VISTA.
Con l'inizio dell'estate australe e l'avvicinarsi della stagione dei cicloni in Polinesia francese si assiste a un esodo di massa.
Gli equipaggi giramondo riprendono il largo, o approfittano della stagione a rischio per tirare in secco la barca e fare ritorno a casa fino a marzo-aprile.
Ai primi segnali di cambiamento stagionale verso settembre-ottobre, quando la temperatura comincia a salire, le piogge si fanno pi frequenti e gli alisei pi deboli, i pi si sono gi sparpagliati ai quattro venti.
La maggior parte prosegue la rotta naturale verso ovest, toccando prima l'Australia e poi il Sudest asiatico.
Chi decide di rimanere in Pacifico per la stagione dei cicloni, invece, sceglie facilmente la Nuova Zelanda, che tra l'altro offre il vantaggio non indifferente di essere uno dei poli cantieristici pi
attrezzati al mondo.
Sono in molti ad approfittarne vista la manodopera superlativa e i prezzi incredibilmente competitivi.
Sempre rimanendo nel Pacifico del Sud ci sono poi "gli irriducibili", che non vogliono saperne di lasciare la Polinesia francese. Sono gli equipaggi delle barche papetizzate (che cambiano bandiera pagando le tasse d'importazione proprio per restare in queste acque senza limiti), i francesi (che fra tutti hanno meno impedimenti burocratici per fermarsi) e alcuni europei, che sfruttano il massimo del tempo concessogli (un anno) tutto d'un fiato. In genere questo gruppo si concentra alle Marchesi, che fra gli arcipelaghi della Polinesia francese (essendo pi a nord)  l'unico fuori dalla traiettoria dei cicloni.
Il movimento migratorio delle barche che navigano il Pacifico in questo periodo dell'anno visto su una carta nautica appare simile a una ragnatela. Nuova Zelanda, Australia e Marchesi sono, infatti, le mete pi gettonate, ma sono sempre pi (e aumentano ogni anno) gli equipaggi che scelgono di restare (correndo certamente pi rischi) alle Fiji o in Nuova Caledonia, o che si mettono al sicuro nell'emisfero nord facendo rotta sulle Hawaii, sulle coste statunitensi e, pi raramente, sulla Micronesia.
Non ci sono precetti da seguire. Ognuno disegna il proprio viaggio e prende i suoi rischi. Si pu tentare la sorte a Fiji contando sulla protezione degli hurrican holes, i buchi anticicloni dove le barche possono essere interrate se le cose volgono al peggio; si pu dormire sonni tranquilli in terra maori in attesa che la stagione si riapra, o (perch no?) tornare come i gamberi verso le selvagge Marchesi.
Il Pacifico  un oceano immenso e bellissimo e per questo le rotte di ognuno sono tanto diverse.  difficile non innamorarsene e ancor pi difficile lasciarlo.
Ci sono barche che navigano qui da anni e ancora hanno molto da esplorare.
Non c' da stupirsene. Pi di un terzo del globo  contenuto nelle sue acque e la sua superficie (64 milioni di miglia quadrate) supera di molto l'estensione di tutte le terre emerse del pianeta. Ci sono pi di 10.000 isole nella sola Oceania e per navigare Polinesia, Melanesia e Micronesia, lasciandosi il tempo di scoprire la meravigliosa gente che le abita, una vita intera basta appena.
Lo stesso Cook, nelle tre spedizioni che fece in questi mari, si lasci dietro, con suo gran rammarico, molte isole inesplorate.
Oggi, come ieri, quest'inesauribile fonte di vita salata esercita il suo richiamo sui moderni capitan Cook e i loro equipaggi (spesso famigliari) in cerca di avventura. A ognuno quest'oceano regaler esperienze uniche al mondo.

1 OTTOBRE, CI RIMETTIAMO IN MOTO.
Carena, cambusa e rifornimenti sono fatti. Possiamo rimetterci in mare e portarci al sicuro per l'arrivo della stagione dei cicloni. Tanto pi che qui ormai non fa che piovere! Abbiamo deciso di circumnavigare Tahiti Iti, la parte selvaggia dell'isola, e poi risalire sulle Marchesi passando dalle Tuamotu.
Vorremmo fermarci un mese e mezzo fra gli atolli e arrivare alle Marchesi in tempo per girarle con calma Prima che inizi il locale Heiva(24) (un Festival di musica, danze e artigianato) ai primi di dicembre.

COME ROBINSON ALLE TUAMOTU.
5 ottobre - 7 novembre. Toau, Apataki, Fakarava, Tahanea...
Per un mese abbiamo staccato i contatti con il resto
del mondo immergendoci nella pace delle Tuamotu. La meteo  ormai abbastanza instabile, ma abbiamo sfruttato quest'ultimo periodo prima che inizi la stagione dei cicloni per vedere con un po' di calma questi atolli da sogno.
La prima tappa l'abbiamo fatta a Toau, di nuovo ad Anse Amyot dove vivono Taupiri, Rose e i loro ragazzi. Si vede che la maggior parte delle barche  partita verso ovest: siamo soli in rada... e pensare che appena tre mesi fa qui c'erano 10 barche fisse e il ristorantino casalingo di Rose andava a meraviglia.
Per noi  felicit allo stato puro: abbiamo l'atollo tutto per noi e possiamo spendere il nostro tempo con Rose, Taupiri e i ragazzi, andare con loro a pescare, a caccia di crab coco e imparare ogni giorno cose nuove sulla vita da queste parti rendendoci utili per quel che possiamo. Ogni sera ceniamo assieme davanti al mare, mangiamo fondamentalmente riso e pesce crudo, fritto o marinato nel latte di cocco e pane (sempre rigorosamente di cocco) fatto in casa da Rose. Per variare il men e fare una sorpresa alla trib Taupiri un paio di sere ci siamo esibiti con fettuccine fatte a mano e pizza. Ci sentiamo veramente a casa, ma  tempo di lasciarci e sappiamo che stavolta sar per un bel po'... Tratteniamo a stento la commozione da entrambe le parti, soprattutto io e Rose. Sento la tipica morsa al cuore di quando lascio qualcuno a cui voglio molto bene. Rose sorride, mi abbraccia forte e, dopo avermi messo al collo una collana di conchiglie che ha fatto per me, mi dice di essere felice con Horace e di andare tranquilla. Non so quando ci rivedremo, ma qui abbiamo davvero una seconda famiglia.
Ad Apataki e Fakarava i contatti con i locali sono nulli. Evitiamo i villaggi per rifugiarci nella natura.
Mare allo stato puro. Gli ancoraggi che facciamo sono ancora una volta deserti, neanche l'ombra di una barca fatta eccezione per Luigi e Silvana, due italiani che hanno navigato il Pacifico in lungo e in largo. li sentiamo da mesi in radio, ma li conosciamo solo ora. Hanno una barca a motore e sono due radioamatori appassionati, oltre che due ottimi meteorologi. Pur vivendo su pianeti diversi ci troviamo bene, e cos, come accade spesso in barca, ci troviamo quasi per caso a condividere per un po' le stesse baie, le battute di pesca e le esplorazioni a terra.
Tra passeggiate e chiacchiere serali ci scambiamo un po' di esperienze e, soprattutto, ci facciamo compagnia. Sono discreti, gentili e hanno navigato tanto, qualit che apprezzeremo sempre pi.
Apataki e Fakarava sono la meraviglia che ci aspettavamo, forse anche pi. Le lagune sono acquari a cielo aperto e la barriera corallina  un turbinio di vita.
Passiamo le giornate tra acqua e reef, con pinne e maschere sempre a portata di mano. Facciamo passeggiate di ore sulla barriera quando si abbassa la marea respirando l'oceano a pieni polmoni. Ci sono conchiglie di ogni genere, ricci matita con aculei violacei lunghi quanto un dito, pesci dai colori incredibili, tutti in pochi centimetri d'acqua. Stupendo!
Il paradiso  per pieno di squali di ogni genere: gattucci di mezzo metro che sfrecciano dove l'acqua arriva a malapena alle ginocchia, pinna nera e grigi. I piccoli li mandi via con un calcetto nell'acqua, con i grigi e i pinna nera invece  meglio fare attenzione, soprattutto se si pesca. Ci hanno insegnato a non temerli: in effetti sono meravigliosi, ma soprattutto io non ho ancora tutta questa confidenza. L'acqua  cos trasparente che si possono ammirare anche
rimanendo sulla barca o in spiaggia e pi il posto  isolato pi ce ne sono. Apataki docet...
Lasciamo questi due atolli giusto perch prima o poi bisogna spostarsi, ma non fosse per la meteo, ormai sempre pi ballerina, rimarremmo qui a oltranza.
Si sta una meraviglia e a terra nelle pearl farm abbandonate c' pure acqua dolce in abbondanza grazie alle megacisterne lasciate l... piange davvero il cuore andarsene.
28 ottobre. Scendiamo verso sud est, cos da agevolarci poi la risalita sulle Marchesi. Approdiamo a Tahanea, atollo disabitato e riserva naturale protetta.
Ancora una volta siamo soli all'ancoraggio anche se sappiamo che Luigi e Silvana sono qui, ma qualche decina di miglia pi a sud.
 ormai fine ottobre ed  quasi un mese che ci nutriamo di pesce e insalate di palmito fresco che ci procuriamo andando direttamente alla fonte.
Non ci manca nulla: la cambusa  ancora ben fornita a parte per la verdura e la frutta fresca, ma su questo fronte suppliamo con i semi di soia che germogliano in due giorni e le ottime conserve australiane.
Tahanea  bellissima e incredibilmente selvaggia. Su uno dei motu principali ci sono ancora le capanne del vecchio villaggio di pescatori abbandonato, una chiesa bianca e turchese incredibilmente ben tenuta e, come sempre, una sterminata distesa di palme da cocco. Qualcuno sembra venire qui sporadicamente, forse i pescatori di Faaite.
Siamo nella pace pi assoluta da giorni, a goderci questo eden con ritmi naturali. Ci tengono compagnia gli squali (ne abbiamo sempre una decina attorno alla barca).

4 NOVEMBRE.
Notte da delirio. Ci siamo spiaggiati. MERDA!
Tutto  cominciato con una pioggia scrosciante e fulmini che illuminavano Tahanea a giorno, dopo una bella giornata senza avvisaglie di maltempo.
La meteo era un po' instabile come sempre ultimamente, ma le cartine non davano niente d'allarmante, tanto che abbiamo cenato tranquilli.
Poi all'improvviso ci  piombata sulla testa una zona di convergenza piena di convettivit (in gergo una trof). N i neozelandesi, n i francesi l'avevano previsto...
Intorno alle 21,00 il vento  girato e abbiamo cominciato a ballare un po'.
Siamo rimasti tranquilli, anche se consci d'essere prigionieri del nostro ancoraggio. La laguna di Tahanea, come quella di tutte le Tuamotu,  tappezzata di patate di corallo semiaffioranti e muoversi nel buio non  davvero una buona idea.
Avevamo controllato l'ormeggio con pinne e maschera nel pomeriggio. Saldamente attaccati a una testa di corallo (grossa come il nostro pozzetto) con tanto di catena e doppie cime non temevamo nulla.
Poi il vento ha rinforzato, fulmini e saette in cielo. D'un colpo ci siamo trovati 20 miglia di fetch su 8 metri di fondo e intorno a mezzanotte: ZAC!
dB ha rotto gli ormeggi, la testa di corallo  esplosa.
Svegli come grilli data la seratina, abbiamo reagito in due secondi: Horace rid fondo, mentre io accendo il motore.
Niente da fare per evitare l'inevitabile. Questione di secondi e sentiamo il primo SBAM! Stiamo toccando. Il vento  intorno ai 40 nodi e c' una bella onda corta.
Un minuto, ci stiamo gi spiaggiando...
L'ancora cui avevamo dato fondo strappa via un'altra testa di corallo (tanto per dare un'idea delle forze in gioco) e si trasforma in un inutile peso che inesorabilmente ci trasciniamo dietro, sempre pi in spiaggia.
Dieci minuti di tempo e ormai dB  sbandata a 50, bulbo che tocca, timone piegato.
La spiaggia  a 20 metri da noi, ci saranno s e no 70 centimetri d'acqua. Intanto la barca sbatte, struscia, sbatte, prende colpi, sbatte...
 terribile: ogni colpo lo sentiamo fin dentro la spina dorsale. Horace  una maschera di dolore, sembra lo stiano colpendo direttamente nel midollo.
Nel delirio riusciamo a rimanere abbastanza tranquilli e lucidi. Non ci siamo fatti un graffio e la spiaggia  l a meno di 20 metri, non possiamo affondare.
Rimaniamo in questa scomoda, imbarazzante, demoralizzante situazione fino all'alba, intorno alle 4. A quel punto Horace con la muta comincia a mettere cime ovunque e insieme tiriamo, a suon di verricelli e olio di gomito, per cercare di non peggiorare la situazione.
dB per non si muove.
Issando il genoa e tirando come pazzi sulle cime riusciamo a girarla un po' per aiutarla a soffrire meno sui coralli, ma avanziamo s e no di un metro.
Sulla barca si riesce a stare a malapena in piedi tanto  inclinata e non  facile lavorare in coperta, dentro  tutto all'aria e si vedono i pesci dall'obl della nostra cabina... verrebbe da piangere, ma la voglia di reagire  pi forte.
Ormai il vento ha mollato, sta pure uscendo un po di sole.
Horace ha passato quattro ore a mollo a mettere cime e ancore a destra e a manca per tirarci fuori. Le abbiamo provate tutte, ma bisogna arrendersi all'evidenza: abbiamo bisogno d'aiuto. Cos proviamo a chiamare col Vhf Luigi e Silvana, che si trovano dall'altra parte dell'atollo. Inutile anche questo: li sentiamo, ma la nostra antenna troppo bassa sull'acqua non trasmette.
A tirarci fuori dai guai saranno le autorit portuali di Papeete, che raggiungiamo grazie al telefono satellitare. Volevamo solo avvisare uno degli atolli vicini visto che Tahanea  disabitata, ma nel giro di un paio d'ore ci sorvola addirittura un piccolo aereo della Marina.
Non ce lo aspettavamo, ma il suo arrivo segna la fine dell'incubo. Gli chiediamo di farci da ponte radio con Luigi e Silvana e il contatto  stabilito.
Dopo un'ora abbiamo visto il profilo del loro Grand Banks all'orizzonte e sentito la voce di Luigi che ci rassicurava: "Ce la facciamo, non vi preoccupate, la tiriamo fuori!"
Al primo tirone esplodiamo una grossa cima da rimorchio tanto  forte la tensione, ma dopo un po' di strattoni dB galleggia di nuovo... che sollievo!
Dodici ore da incubo e finalmente siamo liberi, galleggiamo:  bellissimo!
Scopriremo poi che anche Luigi e Silvana hanno rischiato di finire in spiaggia e si sono dovuti muovere di notte, nella laguna, tra le teste di corallo...
Negli altri atolli si sono scoperchiate case e altre barche hanno condiviso la nostra sorte, forse a qualcuno  andata pure peggio, ma non sappiamo con esattezza.
Nel tardo pomeriggio, mentre ci ridossiamo a sud, "contreremo una barca di Faaite allertata da Papeete: a bordo ci sono otto pescatori e il sindaco. Hanno Preso mare brutto per raggiungerci nonostante
avessimo avvisato che eravamo ormai fuori pericolo. Hanno viveri e acqua per noi e sono venuti in tanti per aiutarci eventualmente anche a braccia! Se sapessero che fatica disumana abbiamo fatto per muovere dB di pochi metri... Sono commoventi e gentilissimi, ma non ce l'avremmo fatta: la loro barca ha due motori fuoribordo da 150 cavalli, ma  in compensato marino e ha delle gallocce giocattolo. Avremmo spaccato tutto.
Meno male che c'erano Luigi e Silvana nello stesso atollo!
Il mare ci ha dato una delle sue lezioni.
Inutile fare morali, o pensare col senno di poi.
Noi siamo stati ben schiaffeggiati e siamo qui che pensiamo, parliamo, pensiamo.
Non abbiamo un graffio e dB ha dimostrato di essere una gran barca incassando i colpi in modo esemplare senza fare una goccia d'acqua.
Ora siamo ridossati a sud, in attesa che il tempo migliori. Aspettiamo una finestra meteo per metterci in rotta su Papeete e portare dB dal traumatologo. Nel frattempo ci riposiamo: siamo tutti indolenziti per il gran tirare, gli sforzi e la tensione.
Abbiamo decuplicato le attenzioni, tutti i sensi allertati. Forse fin troppo, ma  difficile fare altrimenti dopo una batosta del genere.

GIRI DI BOA.
7 novembre, Tahanea. Dopo altri quattro giorni di tempo infernale con pioggia e vento (abbiamo avuto rafficoni a 50/60 nodi) e altre belle nottatine in bianco per fortuna senza conseguenze, siamo finalmente riusciti a lasciare Tahanea.
Ora, anzich andare alle Marchesi, ci tocca tornare a Tahiti, tirar su la barca, riparare i danni, rifare carena (l'avevamo
fatta un mese fa!) per poi rimetterci in rotta con il portafoglio ben alleggerito. Per fortuna ce la siamo cavata solo con qualche bernoccolo e il timone un po' stortignaccolo. Riesce a governare persino il timone a vento, incredibile! Meno male che dB  una super barca d'alluminio senn tornavamo a casa in aereo!
26 novembre, Papeete. Dopo un mese decisamente intenso siamo pronti a rimetterci in mare verso le Marchesi. E successo di tutto, compresa la bella novit che fra nove mesi la ciurma aumenter. Abbiamo appena finito di leccarci le ferite di Tahanea, come un giro di boa per noi dopo aver navigato in lungo e in largo la Polinesia, e ora nuove energie rimettono in moto tutto.
3 dicembre, Marchesi. Con 800 miglia di bolina possiamo dire di esserci guadagnati le Marchesi. dB sta benone, ha fatto un bel test e ora siamo sicuri che  pi in forma di prima. Noi (peloso compreso) siamo un po' stanchi, ma avremo tempo di riprenderci.
Ora eccoci qui alle Marchesi per la stagione dei cicloni con una creatura in cantiere.
Il viaggio prende un'altra piega, stiamo entrando in una nuova dimensione, un'altra boa da girare...
Credo di non riuscire a rendere l'idea, ma siamo felici, molto felici.
Adesso ci toccher rivedere per l'ennesima volta i nostri sconclusionati programmi, che intanto ci hanno portato fin qui.
In Pacifico con creatura.
Mica male direi per due sognatori come noi...
A mezzo mondo di distanza forse sembriamo matti, ma (chiss?) magari faremo l'effetto contrario e qualcuno ci seguir.

UN ANNO TONDO TONDO.
Ormai sono passati 12 mesi dall'inizio del viaggio, che dalle acque di casa (Bocca di Magra) ci ha portato sin in Pacifico per dar forma a un sogno che covavamo da una vita. Anche se l'avventura non finisce qui, si avvicina per noi il tempo di tornare e viene quindi spontaneo fare un bilancio di quest'importante esperienza che lascia un segno indelebile nelle nostre esistenze.
Sembra ieri che partivamo per l'Atlantico con il cuore in gola per l'emozione di essere arrivati al dunque. La barca preparata a puntino, il capitano radioso, io con tutte le incertezze della novellina e il cane, ignaro del suo destino, scodinzolante in coperta. Una ciurma davvero ben assortita.
Ripenso a quei momenti e rivedo tutto in play back. L'estenuante ricerca della barca, gli sforzi fatti per prepararla, la felicit della prima traversata, le mie ansie sciogliersi sotto il sole dell'Atlantico, la gioia del primo arrivo in Martinica, la soddisfazione di avercela fatta, posti nuovi, gente da scoprire, l'oceano e la prospettiva di un viaggio lungo un anno davanti a noi. Tutto  stato meraviglioso.
Il nostro viaggio aveva per un suo centro: il Pacifico. Ed  forse per questo che siamo entrati realmente in un'altra dimensione solo una volta arrivati qua.
Abbiamo fatto in cinque mesi (dicembre-aprile) quello che le barche giramondo fanno normalmente in un paio d'anni, navigando i Caraibi in volata e concedendoci lo stop pi lungo solo alle bellissime San Blas, prima di affrontare il fatidico Canale di Panama.
Ancora adesso gli equipaggi che da tempo hanno tagliato i ponti col passato, quando scoprono che siamo partiti da appena un anno, ci guardano come due pazzi invasati.
Probabilmente hanno ragione, ma ognuno ha tempi e obiettivi diversi.
Per noi le lancette dell'orologio si sono fermate in Polinesia francese. Qui le settimane di sosta sono diventate mesi e il nostro navigare si  trasformato in uno zigzagare da un arcipelago all'altro. Gambier, Marchesi, Isole della Societ, Tuamotu. Montagne verdi in mezzo all'oceano, atolli con lagune mozzafiato e un mare sempre magico.
Per noi qui tutto ha preso un altro ritmo. La nostra barca  diventata una casa in viaggio e (forse per la prima volta nella vita) ci siamo sentiti davvero liberi e autosufficienti. Abbiamo imparato molto da quest'anno di mare. E non intendo solo a destreggiarci nelle difficolt, o ad affrontare un brutto momento (e ne abbiamo passati, non crediate sia stato tutto solo rose e fiori).
Ci siamo lasciati alle spalle un certo tipo di vita per affrontare qualcosa di totalmente nuovo, abbiamo ricominciato in qualche modo da capo. E, partendo da zero, abbiamo trovato una nuova armonia fra noi, gli'altri e il mondo che ci circonda. Abbiamo scoperto la gente (marinai e non). In ogni posto nuovi amici, nuovi incontri. Amicizie durate magari il tempo di una sosta, ma che ricorderemo sempre. Non voglio sembrare bucolica, ma  il mal d'oceano che contagia tutti pi o meno cos!
Bastano queste considerazioni per farmi dire che ne valeva la pena.  stata una bella scuola di vita, soprattutto per me che venivo da anni di orizzonti limitati.
Ormai ho imparato a traversare tranquilla un oceano in due, a navigare in un inferno di reef, a fare il bagno con gli squali e persino a scampare a uno spiaggiamento. Ma non  questo il punto. Spero di
aver trasmesso un po' della voglia di navigare che ci ha animato quest'anno e di aver convinto chi lo sogna da anni che un giro del mondo a vela vale veramente la pena di essere vissuto.
Noi per ora ci fermiamo qui, con la consapevolezza che l'isola pi bella  la prossima, verso cui un giorno navigheremo, ma che ancora non si vede.

Note.
1. Il primo giugno 2002 il Presidente della Repubblica  stato autorizzato a ratificare il "Protocollo di Kyoto" sui cambiamenti climatici con legge approvata da Camera e Senato.
2. Cristoforo Colombo si fermer nel porto di Las Palmas de Gran Canaria un mese, nel 1492, durante il suo primo viaggio verso le "Indie", a causa di un'avaria alla Pinta e necessit di rifornimenti per il suo equipaggio di soli 120 uomini.
3. Anche la Martinica fu scoperta da Colombo nel 1502, durante il suo quarto viaggio. L'isola fu colonizzata per solo dopo il 1635, quando arrivarono i francesi. La Martinique costituisce dal 1947 un dipartimento d'oltremare della Francia.
4. Las Palmas e il suo porto furono fondati il 23 giugno del 1478 e furono il punto di 			partenza di molti dei viaggi alla conquista delle Americhe.
5. Le condizioni geologiche e climatiche sono le responsabili maggiori dei frequenti terremoti ed eruzioni vulcaniche, ma anche inodazioni e cicloni, che si scatenano in queste zone. Una delle pi terrificanti fu proprio l'eruzione della Montagne Pele, che nel 1902 copr di lava Saint Pierre.
6. Gli indiani Kuna vivono su queste isole da pi di cento anni. Negli Anni '20 del secolo scorso, in seguito a un'insurrezione armata, il governo di Panama ha concesso loro l'autonomia politica.
7. Pur essendo un popolo pacifico, i Kuna sono ancora legati alle loro antiche tradizioni e per questo refrattari ai cambiamenti. Evitano il pi possibile i contatti con il mondo esterno e di conseguenza anche i matrimoni misti.
8. Sir Francis Drake saccheggi Nombre de Dios (solo pi tardi venne chiamata Portobello) nel 1572, insieme al pirata Oxenham, dopo aver ottenuto dalla regina Elisabetta i finanziamenti per condurre le spedizioni contro le colonie spagnole. Mor nel 1596 di febbre gialla.
9. Costruito dagli americani tra il 1903 e il 1914,  una delle opere d'ingegneria pi importanti del mondo. Taglia l'istmo nel punto pi corto, l dove i due oceani sono separati da 80 chilometri di lunghezza. Viene attraversato da navi di media stazza in otto ore. Dal 1998
il canale  tornato sotto la sovranit di Panama.
10. Panama City ospita quasi la met della popolazione del paese e il suo forte potere economico ha ormai portato Panama a essere uno dei pi grossi centri al mondo di importazione e ridistribuzione di merci.
11. Nel gennaio 2001 un disastro ecologico di dimensioni immani ha coinvolto le Galapagos, dopo che la petroliera Jessica si  incagliata nel porto di San Cristobal e ha riversato in mare 600 000 litri di carburante. Le Galapagos nel 1978 erano state proclamate dall'Unesco "Patrimonio dell'umanit".
12. Isabela  la pi grande delle isole dell'arcipelago, formatasi dall'unione di cinque vulcani oceanici, tra i pi grandi e i pi attivi del mondo.
13. Magellano fu il primo navigatore ad attraversare la Polinesia, durante il suo viaggio di circumnavigazione, tra il 1519 e il 1521. Un'esplorazione sistematica delle isole inizi tuttavia soltanto nel 1568, anno in cui Alvaro de Leyda scopr le Salomone e le Ellice.
14. Il nome dell'arcipelago deriva dal mecenate francese Gambier, che finanzi la spedizione della Duff, comandata da John Wilson, per conto della London Missionary Society nel 1797.
15. Il rito del saluto  molto importante nella cultura polinesiana:  un momento di gioia che accompagna non solo l'accoglienza degli ospiti, ma anche il loro congedo. La musica, come per esempio il tamur, e il ballo rappresentano un momento fondamentale di tale rito.
16. "Fatu Hiva, ritorno alla natura", di Thor Heyerdhal , Mondadori, 1974, Il libro, tradotto in 67 lingue, ha raggiunto nella hit parade libraria della storia dell'umanit il secondo posto, dopo la Bibbia.
17. Dal punto di vista sociale e culturale il tatuaggio ha da sempre, per i polinesiani, una serie di simbologie, prima fra tutte quella della bellezza, pi negli uomini che nelle donne. Anticamente, gli attrezzi e le sostanze coloranti utilizzati erano ricavati dalla natura: pettini di osso appuntiti per far infiltrare sotto la cute i pigmenti, e questi erano miscele di acqua e frutta cotta lavorata. I motivi decorativi sono ancor oggi la stilizzazione di piante, animali ed elementi naturali.
18. Paul Gauguin visse nel villaggio di Maiatea, sull'isola di Tahiti, e pi a lungo a Hiva Oa, nelle Marchesi, dove  seppellito. Incantato dalla bellezza delle donne tahitiane, soleva affermare: "Nessun uomo, nemmeno il pi felice pu tener testa agli occhi di una vahine."
19. La sula  un uccello marino dal piumaggio scuro e dal peso di pressappoco tre chili, che trascorre gran parte della sua vita in volo, nutrendosi dei pesci che riesce a catturare a tuffo!
20. Louis Antoine de Bouganville, francese, fu il primo esploratore a fare dell'arcipelago una descrizione precisa e dettagliata, grazie agli astronomi e ai botanici che port con s dalla Francia durante il suo viaggio intorno al mondo, tra il 1766 e il 1769.
21. Bernard Moitessier (1925-1994) fu filosofo e scrittore, ma soprattutto uomo di mare  considerato il padre putativo di tutti i giramondo, che sono stati ispirati dai suoi libri di mare e dai suoi viaggi a bordo del Joshua, il suo ketch di 12 metri. Tra i pi noti, "Capo Horn alla vela", del 1967, "Tamata e l'alleanza", del 1993, e "Un vagabondo dei Mari del Sud", 1960, tutti tradotti ed editi in Italia.
22. Il comandante James Cook approd all'isola di Tahiti nell'aprile del 1769 per permettere agli astronomi scelti dalla Royal Society di osservare il passaggio del pianeta Venere. In quei mesi, scopr che Tahiti faceva parte di un arcipelago, che chiam Isole di Societ, proprio per rendere omaggio alla Royal.
23. Dal 1942 al 1946 Bora Bora fu una delle basi di rifornimento per le navi alleate che attraversavano il Pacifico.
24. L'Heiva  un festival che, ogni anno, il 14 luglio, raggruppa tutti gli arcipelaghi della Polinesia francese per una kermesse di danze, canti, manifestazioni sportive e artigianato. Si tratta dell'evoluzione delle iniziali celebrazioni commemorative che l'amministrazione francese introdusse alla fine dell'Ottocento per ricordare l'anniversario della presa della Bastiglia.
	

Bibliografa essenziale sulla polinesia.

CARILLET Jean-Bernard e WHEELER Tony, Tahiti e la Polinesia francese, Lonely Phnet.
DINI Massimo e righetti Rossella, Le isole dell'Eden. Ieri e oggi tra mito e realt nei mari del Sud, Feltrinelli.
Goudaud Henry, Sulle onde dell'oceano. Storie del Pacifico, el.
London Jack, Racconti dei mari del Sud, Rizzoli.
MOITESSIER Bernard, Un vagabondo dei mari del Sud, Mursia.
Moretti Marco, Isole del Pacifico. Tahiti, Cook, Tonga, Samoa, Fiji, Clup guide.
Pratt Hugo, Una ballata del Mare Salato, Lizard Edizioni. Stevenson Robert Louis, Nei mari del Sud, Editori Riuniti. Vzquez montalbn Manuel, I mari del Sud, Feltrinelli.


Deli Carbonari.
L'importante  salvare la pelle.
(NAPOLI, FEBBRAIO 1979).

La maggior parte delle note sono tratte dal libro di Alain Bombard Naufrago volontario pubblicato dalla nostra casa editrice nel 2003. Ci siamo rifatti a questo classico per mostrare come i problemi e gli stati d'animo siano simili nelle due situazioni e come possa essere importante conoscere l'esperienza del medico francese per una migliore sopravvivenza.


Prefazione.

Chi di noi non ha desiderato almeno una volta poter mollare tutto, lavoro, impegni, obblighi morali, interessi e vivere a tempo pieno per se stesso?(1).  solo quando si risvegliano desideri come questo che ci si rende conto di quanto sia vincolante e spesso restrittivo tutto quello che abbiamo costruito proprio per il nostro benessere e come l'essere liberi sia un sogno cos difficile da realizzarsi. Eppure  un pensiero che non possiamo evitare,  sempre dentro di noi e pronto ad affacciarsi e a rinvigorirsi alla prima sollecitazione che ci proviene dal mondo esterno. I dpliant delle agenzie di viaggio con le loro meravigliose fotografie, gli articoli dei grandi reporter che ci descrivono, ma con i loro occhi, le bellezze dei posti che visitano, i libri di avventure che spesso confondono ai nostri occhi ignari la fantasia e la realt di luoghi sconosciuti e per noi spessi inconoscibili. Infiniti e quotidiani sono questi stimoli che pungolano la nostra curiosit, il nostro desiderio di maggiori conoscenze, la nostra sete di esperienze e che finiscono per lasciarci addosso un senso di impotenza quasi fatale e inevitabile, non dovuto a nostre debolezze ma alla grandezza del disegno che ci circonda e ci comprende.
Io sono uno di quelli che ha voluto provare a realizzare il suo sogno, che ha cercato di realizzare le proprie aspirazioni.
Di solito, quelli che ci riescono finiscono sempre Per raccontarci fatti meravigliosi, persone stupende,
luoghi incredibili e, ripensando a tutto quello che ho letto, ho l'impressione di essere l'unico al quale tutto  andato male fin dall'inizio. O forse sono l'unico che ha il coraggio di dirlo e raccontarlo.
L'idea di abbandonare tutto per rifugiarmi su una barca a vela  maturata lentamente e si  sviluppata nel corso di vari anni. All'inizio  stato il desiderio di avere pi tempo libero da dedicare a me stesso, alle cose che mi interessava davvero poter fare, poi con il tempo questo elenco di interessi repressi si  andato via via accrescendo e, alimentato da infinite letture,  confluito sulla barca a vela.
Il sogno di avere una casa mobile, con tutte le proprie cose e comodit a portata di mano, a contatto con nature e civilt diverse, poter passare dalla solitudine alla folla, dal mare aperto alle foreste di cemento armato, dagli animali agli uomini, dalla tranquillit di una baia assolata alla lotta con la natura in una burrasca, tutto il mondo e la sua infinita variet a portata della barra del mio timone. Io sognavo tutto questo e altro ancora e gi vedevo la mia barca volare verso le Antille con il vento in poppa o un Natale festeggiato in costume da bagno mentre acquistavo il mio trimarano, il Prahu, o mentre davo le dimissioni in ufficio. La mia esperienza  stata ben diversa dai miei sogni e il mare, spesso, finisce per ridimensionarci e rimpicciolirci a suo piacere, possiede una forza e una potenza sconosciute a noi, piccoli uomini.
La mia storia , forse, un elenco di disavventure pi che la storia di un'avventura. Non credo di aver fatto le cose con superficialit o con trascuratezza, ho letto e ho navigato per anni prima di intraprendere questo viaggio e sempre accumulando esperienze che fossero utili a realizzare il mio desiderio.
Deli Carbonari.

1.
Sarebbe bastato un pizzico di fortuna che invece non c' stato, ma questo  un inconveniente che pu capitare a tutti.
Il 1976  stato un anno meteorologico anomalo: dopo un mese di giugno molto bello, si sono susseguite continuamente depressioni e relative burrasche, con una depressione record in dicembre di 968 mmb. A detta degli esperti erano circa cinquanta anni che il Mediterraneo non era attraversato da una depressione cos profonda. Io ero per mare, con una barca solida ma leggera, fatta pi per correre al lasco che per affrontare un forza dieci di vento e di mare, con un compagno stupendo ma del tutto diverso da me, con un po' di fretta mal repressa di raggiungere le meravigliose baie delle Antille e godermi un inverno pieno di sole e di mare. Questo libro  la storia di quello che  accaduto nei due mesi trascorsi in mare, della realt che si  sostituita ai miei sogni.
Non mi sento cambiato da quello che  accaduto, amo ancora il mare e la vita con la stessa intensit di prima e, se potessi, ripartirei anche domani mattina. Posso solo dire che avrei preferito che tutto quello che ho scritto mi venisse raccontato invece di averlo vissuto in prima persona e spero solo che questa mia esperienza possa servire ad altri.
Finalmente  arrivato il momento della partenza. Abbiamo trascorso questi ultimi giorni in modo frenetico nel tentativo di ricordare tutto quello che poteva servirci(2).
Sul pontile di legno ci sono solo due persone a salutarci: l'amico Giannetto che ci ha aiutato per gli ultimi acquisti e l'assicuratore che  arrivato appena in tempo per farmi firmare la polizza della barca. Sono le cinque passate, il tempo  nuvoloso e noi molliamo gli ormeggi come spinti da un obbligo morale pi che da un desiderio effettivo di partire.
Sono pieno di dubbi, dopo l'ultima spesa effettuata da Giannetto per acquistare kerosene per la stufetta, benzina e sigarette siamo rimasti con sedicimila lire e un paio di monetine d'oro come riserva. Abbiamo a bordo viveri per quattro mesi e, teoricamente, non dovrebbe occorrerci nulla fino alla fine del nostro viaggio. A bordo siamo in tre: io, Vincenzo e Mario, che ci accompagner per una parte del viaggio, avendo solo quindici giorni a disposizione.
A dire il vero erano anni che desideravo questo momento, poi quest'estate avevo deciso di rimandare tutto di un anno per partire con pi calma e soldi. Mi sembrava assurdo di dover continuare a correre anche adesso che non avevo impegni di lavoro n altri obblighi che con me stesso. Poi l'incontro con Vincenzo. Ci eravamo conosciuti due anni fa durante un viaggio col mio piccolo trimarano precedente e avevamo
trascorso una settimana piacevole insieme. Mi aveva proposto di darmi una mano per mettere a punto la barca e partire insieme; lui aveva un anno di tempo a disposizione per fare un viaggio e gli sarebbe piaciuto farlo su una barca a vela. L'importante sarebbe stato darsi da fare per partire in tempo, prima della met di ottobre per evitare il maltempo invernale. Abbiamo una barca veloce e con un pizzico di fortuna potremmo anche farcela in dieci o dodici giorni a percorrere le mille miglia che ci separano da Gibilterra. Abbiamo lavorato insieme per un mese e mezzo, continuamente interrotti dalla pioggia, per cercare di finire tutto quello che occorreva a sistemare la barca, anche se a causa del maltempo ci siamo ridotti a fare solo l'indispensabile.
E cos  giunto il momento. Niente sole, niente amici a far festa, ma solo una stretta di mano all'assicuratore gentilissimo e un abbraccio commosso a Giannetto, poi il rombo del nostro Seagull sei cavalli che ci spinge a tre nodi verso la foce del Tevere. Il cielo  coperto, pioviggina e si avvia a far notte. Sembriamo un gruppetto di incursori taciturni invece di tre amici in vacanza.
Fuori il mare  leggermente agitato, c' poco vento e ci allontaniamo dalla costa a motore. Poi spegniamo il Seagull e lo infiliamo nel gavone di poppa, a rivederci il pi tardi possibile!
Per un po' continuiamo a sistemare la roba all'interno, a fermare tutto, a controllare, poi diamo inizio ai turni di guardia e andiamo a riposare. Siamo emozionati e dimentichiamo perfino di cenare e ognuno finisce per farsi uno spuntino con pane e formaggio.
Mi fa uno strano effetto questa partenza sibillina, sento la gioia per aver portato a termine un mio progetto e l'insoddisfazione per il modo in cui l'ho realizzato. Mi ero
imposto, lasciando il lavoro, di non dover avere pi fretta, di godermi la barca con calma e nei momenti migliori meteorologicamente. Ero stufo delle corse e delle burrasche subite per rientrare al lavoro in tempo, dell'ansia dovuta spesso alle ore e ai minuti disponibili da sfruttare al meglio. Ho finito, invece, per continuare a correre come un disperato.
Prima l'acquisto della barca e i lavori per metterla a posto passando due mesi d'inferno solo alla Maddalena(3), poi, senza nemmeno provare a goderla un poco, il charter in luglio, e agosto con quella gente cos stupida e ansiosa. E io sempre dietro a correre, fino a Lipari, dove avevo deciso di rimandare tutto e riposarmi. Invece, dopo l'incontro con Vincenzo, di nuovo due mesi di corsa e ora eccomi qui, fuori Fiumicino, con una sorta di rancore addosso per essermi lasciato ancora una volta trascinare dalla solita fretta e dall'ansia, quasi avessi firmato un contratto o un impegno scritto con qualcuno perch partissi al pi presto, in quest'anno, in questo mese, in questo giorno.
La notte scorre tranquilla, sul tardi si alza uno scirocco leggero che ci spinge verso la Sardegna. Abbiamo deciso di passare sotto punta Carbonara e poi cercare di tenerci in mezzo o se possibile salire verso la Spagna e fare un'unica tappa fino a Gibilterra. In molti ci hanno sconsigliato questa rotta suggerendoci di passare dalle Bocche di Bonifacio per poi puntare alle Baleari oppure costeggiare la Corsica sul versante orientale e poi la Francia scendendo fino a Gibilterra sotto costa in modo da essere ridossati il pi possibile. Avremmo fatto le Bocche se fossimo partiti per tempo, ma poi abbiamo deciso di fare la rotta pi breve. Il Portolano d una percentuale di venti intorno a ponente del 60% in questo periodo,
mediamente forza tre o quattro, e una percentuale di venti da levante del 10% forza sei o sette. Se avessimo fortuna con un buon vento intorno a levante potremmo volare verso Gibilterra.
Col trimarano ho fatto anche pi di centocinquanta miglia in ventiquattro ore e se dovesse andare male potremmo cercare di navigare a zig-zag di bolina larga, che  pur sempre un'andatura veloce, cercando di puntare sotto la costa spagnola.
Per il momento facciamo a stento due nodi e il mare  leggermente agitato.

2.
Il 7 novembre il tempo  ancora incerto, nuvoloso e il vento non viene che a tratti. Abbiamo percorso davvero poco e continuiamo a puntare sulla Sardegna, quando possibile.
A bordo la vita  quella sempre sognata. Si fa colazione con caffellatte e crostini con burro e marmellata, poi si chiacchiera un poco. Continuiamo a discutere sulla rotta da seguire, ad ascoltare il meteomar osservando speranzosi il barometro.
Sul diario di bordo cominciamo ad annotare le prime osservazioni e tutto quello che si riferisce alla navigazione viene segnato con cura e spesso anche altri fatti marginali che riguardano noi. Non  stato ancora possibile collaudare il timone a vento, ma non ho dubbi sul suo funzionamento. L'ho progettato mettendo insieme le esperienze di diversi velisti ed  fatto in modo che il flettner funzioni sia come timone a s stante sia come servo timone di quello principale. La ventola  variabile sia nella superficie che nella lunghezza delle leve sottoposte a sforzo. Anche senza averlo collaudato abbiamo tre punti che possiamo variare a nostro piacere e che dovrebbero consentirci di adeguarlo comunque alle nostre esigenze.
Il tempo scorre veloce, fra il turno al timone, una chiacchierata e un po' di lettura ci sembra quasi che voli.
A pranzo e a cena facciamo pasti completi e sofisticati, dagli spaghetti alla carbonara alle zuppe di
verdura con crostini. Cos, quasi senza accorgercene arriviamo alla notte.
Al mattino ci attende finalmente una giornata di vento, si  alzato un libeccio fresco. Il bollettino prevede burrasca forza sei/sette, ma per il momento navighiamo bene anche se dobbiamo fare rotta pi a nord e ci tocca puntare cento miglia buone pi su di Capo Carbonara. Spero solo che giri a maestrale, in questo caso recupereremmo presto quello che stiamo perdendo ora.
Purtroppo abbiamo fatto il collaudo del timone a vento e visto che non va bene. La ventola, realizzata in compensato da tre millimetri, e l'asse, in acciaio pieno da sette millimetri, sono troppo pesanti e con i movimenti della barca acquistano delle oscillazioni circolari molto ampie, impedendone sia la regolazione in base al vento che un'andatura con direzione costante. Passiamo l'intera mattinata nel tentativo di regolarlo e, se all'inizio con poco mare ci riesce, dobbiamo desistere appena le onde cominciano ad aumentare di intensit. Dovr fare un sistema ventola/ asse pi leggero, magari con un tubo di alluminio e una ventola di tessuto montato su un'intelaiatura leggerissima di legno o di alluminio.
Nel pomeriggio vento e mare rinforzano e la nostra andatura di bolina larga diventa pi difficile da mantenere. Terzaroliamo la randa e cambiamo il genoa, poi prima di sera ancora una mano di terzaroli e la tormentina. Navighiamo ancora per qualche ora e infine decidiamo di calare le vele e metterci alla cappa secca. Da questo momento e per tutta la notte continuiamo ad arretrare. Siamo un po' seccati di questo fatto, soprattutto in considerazione che come inizio non poteva andar peggio.
Al mattino il vento  ancora forte, ma forse  possibile navigare ancora, sebbene il trimarano con venti forti in prua si muova con difficolt. Cerchiamo di camminare lentamente molto sottoinvelati per non sforzare la barca e le attrezzature, abbiamo messo la terza mano di terzaroli e facciamo circa due nodi e non nella direzione giusta. Tra l'altro con lo scarroccio della barca di questo passo potremmo finire alle Bocche.
All'interno la barca  ancora asciutta e si sta bene. Fa un po' freddo, ma  ancora sopportabile e Vincenzo e Mario preferiscono che la stufetta non si accenda perch l'odore di kerosene che emana  piuttosto fastidioso.
Continuiamo a mangiare, leggere e discutere e il clima a bordo  buono. Spesso scherziamo e ci prendiamo in giro a vicenda. Vincenzo ha gi rotto i pantaloni della cerata che gli avevo procurato e terminato di spaccare i miei vecchi stivali.
Adesso quando sale in coperta dopo poco ha sempre i piedi bagnati e un filo di acqua nei pantaloni e cos finisce per lanciarsi in una filippica contro i capi d'abbigliamento moderni che sono fatti malissimo e che si rompono al primo sforzo. Secondo lui servono solo a fare spendere soldi alla gente e non c' verso di fargli capire che potrebbe muoversi con pi attenzione per evitare di lacerarli. Per lui sono le cerate e gli stivali a essere fatti male.
So gi, per averlo constatato mentre facevamo i lavori in barca, che quello che dice  irrevocabile e spesso rinuncio a discutere per evitare delle polemiche inutili. Abbiamo litigato pi volte mentre eravamo a Fiumicino oppure abbiamo parlato a cuore aperto per ore, ma sempre senza approdare a nulla. Siamo troppo diversi per poter essere d'accordo su qualcosa, a volte mi sembra perfino inutile parlare. Ho
come l'impressione che sia invasato da tutto quello che ha letto o studiato e che per istinto tenda a teorizzare tutto, a trasformare ogni cosa in un sogno irraggiungibile e perfetto.  come se fosse animato da slanci bellissimi e romantici e che ci che deve interessare un uomo deve essere qualcosa di grande e bello. Cos tutti quelli che sono i piccoli problemi quotidiani diventano piccoli e trascurabili fastidi da ridurre al minimo. La cosa importante  viaggiare, scoprire, vedere e allora non importa avere una cuccetta comoda, basta un tavolaccio, non serve avere una stufa, i grandi marinai dell'ottocento erano temprati al freddo e navigavano con i soli panni che avevano indosso, non serve avere un bagno,  sufficiente fare tutto fuori bordo, non  necessario avere impianto elettrico e altri ammennicoli destinati a rompersi e a dare fastidi,  sufficiente una lampada. E via di questo passo. Io, invece, ho scelto la barca a vela perch non sarei mai stato capace di viaggiare dormendo in un sacco a pelo per terra: la barca per me  una casa, dove ho miei libri, le mie comodit, perfino i miei affettuosi souvenir che mi porto dietro da sempre(4). Si pu comprendere come con queste premesse sia difficile avere l'accordo tra me e lui. Abbiamo stabilito una sorta di convivenza dove ci muoviamo liberamente e con reciproco rispetto ed evitando con cura gli attriti, ma pronti a esplodere alla prima occasione.
E mi dispiace per Mario che si trova a fare da paciere, ora ascoltando le mie lamentele, ora quelle di Vincenzo; ora dando ragione a me, ora a Vincenzo, a seconda dei casi. Prima di partire insisteva perch rimandassimo tutto, per affiatarci meglio e preparare tutto con meno fretta. Ma era troppa, allora, la smania di completare l'opera e quando i primi dubbi sono sorti eravamo a pochi giorni dalla partenza.
Durante la notte ci rimettiamo alla cappa. Il vento  rinforzato ancora e il mare comincia ad avere dei frangenti. Di tanto in tanto siamo colpiti violentemente e finiamo per parlare della solidit della barca. Non ho dubbi in proposito, credo di averla letteralmente controllata pezzo per pezzo, ma Mario teme che qualcosa possa cedere e lo vedo in apprensione dopo ogni colpo.

3.
Durante il giorno riprendiamo a navigare, ma dobbiamo fermarci spesso. Il vento a momenti cala e a momenti ci manda delle raffiche molto forti, ritengo forza sette/otto. E un continuo alzare e ammainare le vele a seconda dei capricci del tempo.
Io credo che da ieri siamo praticamente fermi nello stesso posto, fra il fermarsi alla cappa e il navigare lentamente non riusciamo ad avanzare di nulla.
Viene anche a piovere e scopriamo che ci sono delle infiltrazioni all'attacco fra la coperta e la tuga. Il collante e i bordi che avevo messo devono essersi leggermente aperti. Non  molta l'acqua che
riesce a penetrare all'interno, ma sufficiente a bagnare i materassini delle cuccette e ad aumentare l'umidit che gi era abbondante. Lo strumento che abbiamo a bordo segna un'umidit del 90% e una temperatura di dodici gradi.
Certo non si sta bene, spero solo che una schiarita ci consenta di asciugare la coperta e aggiungere un poco di mastice ai siliconi alle guarnizioni dell'attacco della tuga ed evitare almeno le infiltrazioni all'interno.
Sarebbe necessario poter fare un'osservazione col sestante per verificare il nostro punto stimato, sono quattro giorni ormai che facciamo una navigazione stimata e, per quanto precisa possa essere, non ho idea dell'errore che possiamo avere accumulato. Per ' esperienza che ho della barca so che alla cappa
secca lo scarroccio  inferiore ai due nodi, almeno per quello che ho potuto osservare fino ad ora.
Quel poco di entusiasmo che avevamo alla partenza va assottigliandosi giorno per giorno, ascoltiamo le previsioni del meteomar sperando che il tempo ci dia qualche giorno di tregua, invece continuano ad arrivare solo brutte notizie. C' un attimo di suspence quando l'annunciatore inizia la lettura del bollettino, poi sentiamo la parola fatidica: "Avviso". Allora gi sappiamo che le notizie non saranno buone e ci prepariamo a raccoglierle con rassegnazione. Ormai da quattro giorni tutti i bollettini iniziano con la parola "avviso". Non che mi aspettassi partendo di trovare un tempo estivo, ma almeno un alternarsi di buono e cattivo, cosa del resto che succede spesso nel Mediterraneo dove  un susseguirsi di depressioni di passaggio alternate con schiarite.
Per fortuna abbiamo una barca comoda. Quando la mettiamo alla cappa si sta davvero bene all'interno, fatto che avevo gi avuto modo di constatare anche sul mio precedente trimarano, un altro Piver, il P23. Ma questo beccheggia e rolla ancora pi dolcemente dell'altro e finisce con il restare quasi sempre in piano. Anche nei momenti in cui il mare  pi forte e qualche frangente ci colpisce noi riusciamo a cucinare e mangiare comodamente. Anche per riposare  favoloso, l'interno  costruito in modo da poter ricavare tre letti matrimoniali davvero grandi. Di solito in navigazione ne abbiamo uno sempre aperto e pronto e un altro chiuso, ma pure in questo modo  un letto a una piazza molto grande e comodo e delle dimensioni di quelli di casa.
Nel pomeriggio il vento cala, pur mantenendosi sempre a libeccio, e malgrado il mare ancora agitato riusciamo a fare qualche ora di navigazione. Cerco
sempre di navigare con poca tela per non sollecitare barca e attrezzature, tra l'altro con il mare ancora formato che abbiamo sarebbe difficile camminare pi veloci.
Di notte vento e mare rinforzano,  una libecciata a tutti gli effetti, forza otto, come ci conferma il bollettino meteomar. Di nuovo caliamo tutto e aspettiamo alla cappa.
Di giorno la situazione  invariata, mare e vento costanti da libeccio forza otto. L'anemometro a mano che ho in barca segna punte di oltre quaranta nodi di vento.
Dentro, il tempo trascorre monotono. Stiamo spesso distesi in cuccetta a leggere, di tanto in tanto una affacciatina fuori per controllare la situazione con la speranza di un miglioramento che tarda a venire. Ascoltiamo tutti i bollettini trasmessi, tre volte al giorno, ma la parola "Avviso" continua ad aprirli tutti senza darci un attimo di tregua. Ci dedichiamo a sofisticate ricette e fra me e Mario c' quasi una gara di culinaria e a turno, lui a pranzo e io a cena, trascorriamo due ore buone a cucinare sbizzarrendoci e divertendoci.
Sono preoccupato per la serie di colpi che sta assorbendo la barca. Mi sembra un pugile suonato che combatta contro un avversario terribile e implacabile. I colpi si susseguono l'un l'altro scuotendola tutta con pause sempre pi brevi e lei  l a prenderli tutti senza reagire, senza riuscire a difendersi. Potremmo cercare di fuggire al mare per risparmiarla un poco, ma abbiamo fatto cos poco percorso e gi arretriamo tanto alla cappa che ho l'impressione che se dovessimo metterci anche a scappare in poppa tanto varrebbe ritornare a Fiumicino, chiedere scusa a Giannetto Per il disturbo che gli abbiamo
dato negli ultimi giorni e, attraccati comodamente in banchina, fare
finta di niente fischiettando. No, decisamente non mi va. So che  stupido essere orgogliosi e cerco sempre di agire indipendentemente dal giudizio degli altri, facendo in modo che tutto ci che faccio sia solo frutto di mie scelte personali. Non , comunque, l'idea che tornando indietro ferirei il mio orgoglio a farmi insistere nel proseguimento del viaggio, ma il fatto di conoscere ogni punto e pezzo della mia barca e finora non mi sembra che abbiamo preso colpi gravi o che un solo particolare si sia mosso o abbia ceduto, a esclusione del collante della tuga, e non vedo perch dovrei fermarmi. E sufficiente, io credo, cercare di risparmiare i colpi pi duri alla barca, navigare sottoinvelati come stiamo facendo, cosa che del resto farei con qualsiasi tipo di barca in un viaggio cos lungo.
Basta pensare che la randa nuova, in tessuto pi che pesante, si  gi rovinata e domani dovremmo farle dei rappezzi perch ha tre piccoli buchini(5).  bastato la notte scorsa avvolgerla male quando abbiamo preso i terzaroli perch il tessuto toccasse, sfiorandola, la tuga in tre punti e oscillando tutta la notte si formassero tre lesioni.


4.
La notte  trascorsa fra colpi e scosse continue e stamani il bollettino ha pensato bene di informarci subito che non cullassimo strani e folli desideri, perch  vero che la depressione "si sta rapidamente spostando verso levante", ma possiamo stare tranquilli e fiduciosi perch c' un'altra "depressione che dalle coste del Nord Africa si sposta verso nord est" e ne dobbiamo attendere le conseguenze nell'arco della giornata. Prevedeva uno scirocco a forza di burrasca sette/otto. A dire il vero la notizia ci fa piacere, lo scirocco  sempre meglio del libeccio che abbiamo avuto fino a oggi e se non altro potremmo riuscire a camminare pi a lungo prima di calare le vele e con vento a traverso(6).
Il nostro punto stimato ci pone a quaranta miglia da Fiumicino e molto pi a nord della nostra rotta per Capo Carbonara.
In cinque giorni, e oggi  il sesto, abbiamo fatto una media di otto miglia nelle ventiquattro ore e forse a nuoto avremmo potuto fare di pi.
Mario  un po' preoccupato per il lento procedere della navigazione in proporzione ai suoi quindici giorni di ferie. Alla partenza sperava di poter fare il tratto pi lungo possibile e magari scendere a Gibilterra e ora, invece, passa lunghi momenti assorto e Pensieroso a pronosticare il punto pi probabile del suo sbarco. Io e Vincenzo ci sentiamo abbastanza indifferenti ai suoi problemi. In fondo siamo
riusciti a partire, per una volta, senza doverci porre limiti di tempo e i pensieri di Mario ci danno quasi un senso di soddisfazione. Fra i vari discorsi sorti prima della partenza c'era stato anche quello relativo all'uso da parte di Mario della barca a vela come mezzo di locomozione e ne avevamo discusso a lungo insieme.
Sostenevamo che quando si naviga a vela  necessario poter disporre del triplo del tempo preventivato per compiere un certo percorso per evitare angosce e godersi sia la navigazione che le soste. Mario affermava che si sarebbe sentito soddisfatto anche di un breve tratto e che veniva con noi solo per fare esperienza e un po' di navigazione. Vederlo adesso taciturno alle prese con i suoi pensieri o immerso nel tentativo di trovare una stazione radio VHF che possa metterlo in comunicazione con casa per sapere se sono sorti problemi dopo la sua partenza e soprattutto per vedere se pu disporre di altri giorni di ferie, non fa altro che confermare quanto gli avevamo detto prima della partenza.
Nel pomeriggio il libeccio cala fino a scomparire del tutto, lasciando un mare agitato e una calma di vento incredibile.
Rialziamo tutte le vele e, fiduciosi nel bollettino, aspettiamo che inizi lo scirocco tenendo tutte le vele spiegate e la barca e noi pronti ad avanzare il pi veloci possibile. La notte, per, scorre tranquillissima, con brezze leggere e variabili facendosi beffe delle previsioni dell'Aereonautica.
In queste ore di venti variabili siamo comunque riusciti a strappare un po' di percorso favorevole e altre venti miglia si sono aggiunte alle precedenti. Adesso bisogna cercare di tenersele strette per non farle scappare, ch di questi tempi e con la fortuna che ci troviamo addosso anche venti miglia hanno il loro valore!
Al mattino ci aspetta un'altra giornata di maltempo e lo scirocco preannunciato finalmente arriva, ma non, come speravamo noi, aumentando gradatamente, ma con una raffica improvvisa e poi mantenendo un ritmo sostenuto. Riusciamo comunque a percorrere un buon tragitto e la barca sembra volare sulle onde.
Il salto di vento  riuscito all'inizio ad appiattire il mare e prima che si ingrossi nuovamente il trimarano riesce a lanciarsi in una corsa folle ed entusiasmante. Come un cavallo di razza tenuto troppo a lungo in stalla e che appena giunge all'aperto scalpita e smania di correre e si lancia in galoppo sfrenato non appena l'ordine del cavaliere gliene d l'occasione, cos il Prahu, dapprima piegandosi e gemendo sotto la raffica con le vele che sbattono, si lancia sul mare correndo a dieci e anche undici nodi non appena mettiamo a punto il fiocco e la mano di terzaroli. E un piacere vederlo e sentirlo andare cos bene, un piacere, per che dura poco anche se riesce a entusiasmarci tutti e tre. Il vento rinforza ancora, un'altra mano di terzaroli, poi la tormentina, poi la cappa secca nuovamente. Per recuperare verso sud ho cercato di navigare al traverso il pi a lungo possibile, quasi bolina larga e altre venti miglia si sono aggiunte a quelle gi percorse. Adesso lo scarroccio della barca ci  favorevole e anche se ci allontana da Capo Carbonara ci avvicina alla Sardegna. Ci mancano ancora pi di cento miglia dal capo e di questo passo Mario terminer i giorni di ferie in Sardegna.
Durante la notte lo scirocco rinforza ancora e altri colpi tremendi toccano la nostra povera barca. Alcuni sono decisamente forti e riescono a far tremare tutto(7). A volte il frangente colpisce il trimarano mentre lo scafo sopravvento  alzato e allora il mare riesce
ad arrivare allo scafo centrale e il rimbalzo dell'onda colpisce la parte che congiunge gli scafi dove sono poste le cuccette. Chi in quel momento sta disteso sopravvento riceve come una pedata al sedere e istintivamente balza sulla cuccetta, con gran divertimento degli altri che riescono a godersi la scena. A turno ognuno di noi finisce per andare su quella cuccetta e a divertire gli altri due e cos finiamo per darle il nome della giostra del Luna Park, il calcio in culo, e ci si va a dormire come se si andasse in giostra, per divertirsi e divertire gli altri.

5.
All'alba lo scirocco cala e scompare in poco tempo lasciando al suo posto il nulla, il cielo  ancora coperto e il mare si conserva ancora agitato.
La vita a bordo ha ormai preso un suo ritmo e noi abbiamo acquistato una nuova serie di abitudini: la prima colazione con cafflatte, crostini e marmellata e burro; l'ora di colazione e quelle di pranzo che cerchiamo di mantenere costanti; l'"Avviso" ormai quotidiano dei bollettini meteorologici che continua a colpirci non so pi se come un anatema o come una minaccia; Mario che tutte le mattine dopo il caff ci chiede una copia del Messaggero e va a chiudersi nel bagno dopo i nostri moccoli; io che guardo continuamente carte e strumenti annotando tutto con pignoleria; Vincenzo che legge i suoi libri raccontandoci estasiato la bellezza delle loro pagine.
Oggi, poi, approfittando della calma, abbiamo fatto un men di lusso:(8), risotto ai funghi; bacon in scatola con patate fritte e parmigiana di melanzane alla siciliana, anche questa in scatola; formaggio; budino al cioccolato; macedonia di frutta; vino e acqua a volont. La prossima volta stenderemo anche una lista e manderemo gli inviti, come ai matrimoni. Di questo Passo finiremo per ingrassare tutti, ma in ogni caso il mangiare  sempre un ottimo antidoto contro il nervosismo e la noia, conosciuto fin dai tempi degli antichi marinai di Vincenzo, anche se lui afferma chiaramente il contrario.
Purtroppo la giornata non offre granch per la navigazione e le miglia percorse sono davvero poche. Continuiamo a fare turni al timone sia di giorno che di notte per cercare di guadagnare tutto il percorso possibile, ma con questo vento ci sembra perfino inutile restare a soffrire il freddo in pozzetto.
Poi al mattino, pur mantenendosi il cielo coperto, si alza un poco di vento e, chiaramente,  il peggiore che potevamo trovare: ponente a libeccio. Qualsiasi bordo facciamo guadagneremmo pochissimo, ma decidiamo ugualmente di procedere a zig-zag con bordi lunghi, cercando di seguire il pi possibile il bordo favorevole; poi nel pomeriggio rinforza ancora fino a forza sei/ sette e la navigazione diventa davvero difficile. C' un mare teso con un'onda corta e fastidiosa che riesce a frenare tutti i pochi tentativi di slancio della barca, che gi soffre molto in questa andatura di bolina strettissima.
Per quanto il pozzetto possa essere riparato, siamo spesso investiti dagli schizzi dell'acqua sollevati dalle continue picchiate della prua in acqua. Di nuovo la coperta si bagna e di nuovo si bagnano i materassi delle cuccette e la plastica che gli mettiamo sotto serve a ben poco. Nella dinette c' ormai il 100% di umidit e gocciola continuamente acqua dal soffitto della tuga. Anche noi siamo inumiditi fino alle ossa, le cerate hanno tutte dei taglietti, in particolare sulle gambe, e i pantaloni sono quasi fradici. Il freddo della cabina non aiuta certo ad asciugare la roba e noi. Cos propongo di accendere la stufa e riscaldare tutto, ma prima ancora di strofinare il cerino sulla scatoletta Vincenzo si oppone. Secondo lui non serve ad altro che ad appestare l'ambiente, poi non fa freddo e l'umidit  sopportabile, e via di questo passo fino a dirmi che se l'umidit e
l'acqua e il freddo mi danno fastidio, dovevo evitare di mettermi su una barca a vela, sarebbe stato meglio che avessi preso un aereo. A conti fatti ha ragione, con quello che mi  costata la barca in soldi, a prescindere dai sacrifici e dal lavoro fatto e dalle condizioni in cui stiamo navigando, avrei potuto tranquillamente andare alle Antille in aereo e vivere in albergo un anno. Purtroppo siamo a bordo di una barca fredda e umida e io ho una stufetta giusto a portata di mano e adatta a migliorare lo stato dell'ambiente e ho tutte le intenzioni di accenderla(9). Discutiamo non so pi per quanto tempo e alla fine si convince a provare almeno ad accenderla. Il piacere del tepore dura, per, pochi minuti, poi anche Mario  d'accordo con lui per spegnerla perch trova l'odore eccessivamente fastidioso. Si tratta di una comune stufetta a kerosene, di quelle con lo stoppino e senza tubo per lo scarico esterno ed effettivamente manda un po' di odore, ma in poco meno di un quarto d'ora l'umidit  scesa al 90% e la temperatura  salita a tredici gradi, che in queste condizioni sono quasi un piacevole tepore.
La discussione-litigio si  svolta mentre Mario era in pozzetto e ho acceso la stufa mentre Vincenzo era di guardia e cos durante i pochi minuti del suo funzionamento mi sono dovuto anche sorbire le sue smorfie dal pozzetto e le continue battute lanciate all'interno tra un'affacciata e l'altra. Tutto l'episodio mi ha fatto proprio adirare e ora guardo in cagnesco sia lui che Mario.  proprio vero che in una convivenza a tre si creano continue alleanze e spostamenti di preferenze. Prima toccava a Vincenzo trovare gli altri due sempre contro come in una facile alleanza, adesso, a causa della stufetta, tocca a me subire la nuova alleanza e i relativi sfott. Soprattutto
la faccenda del viaggio in aereo invece che in barca ritorna spesso
alla ribalta ed  sufficiente che mi accoccoli nel pozzetto in una buona posizione perch entrambi comincino a ridere e a fare dall'interno l'imitazione dell'aereo con le mani.
Navighiamo sino a notte fonda, poi decidiamo di metterci alla cappa almeno sino all'indomani, tanto pi che l'ultimo bollettino, quello delle ventidue e trenta, prevede un miglioramento del tempo.

6.
Al mattino ci svegliamo che mare e vento sono abbonacciati e ci mettiamo ad attendere con ansia le novit meteorologiche.
Poi finalmente si alza un po' di levante e possiamo tirare su tutte le vele e marciare con vento a favore. Decisamente si prospetta una giornata buona e il sole, infatti, non tarda a mostrarsi e con lui un bel grecale fresco che ci spinge a un favoloso lasco di sei nodi, con punte di sette.
A bordo  tutto un fervore di attivit. Vincenzo fa il primo rilevamento dalla partenza con il sestante ed  veramente bravo(10). Non aveva mai usato le tavole a soluzione diretta, ma gli  bastato dare uno sguardo alle istruzioni contenute nelle tavole stesse per capirne l'uso e in poco tempo fa una serie di osservazioni e una retta di sole. Purtroppo l'errore del nostro punto stimato deve essere notevole e siamo molto pi a nord di quanto immaginavamo, sebbene abbiamo guadagnato abbastanza verso la Sardegna da poter riuscire a vederla anche oggi, sempre che il grecale riesca a mantenersi come sembra promettere.
Finalmente possiamo asciugare la coperta e dare dell'altro sigillante al silicone nelle giunture tuga-coperta. La riparazione prende parecchio tempo, ma alla fine ci sembra di aver raggiunto un buon risultato.
Mario comincia a fare il reporter e cinepresa e macchina fotografica compaiono improvvisamente fra le Sue mani. Scatta una serie di
fotografie e riprende lunghe scene di tutti i tipi. Poi ordina di metterci in posa mentre mangiamo o beviamo facendoci mettere in mostra un pacco di spaghetti o una bottiglia di birra, come se fossimo delle pin-up. Ci spiega che per trovare viveri gratuitamente ha promesso a un grossista di fare delle foto dei suoi prodotti mentre navighiamo. Cos mangiamo e beviamo fra una posa e l'altra, con gli spaghetti che si raffreddano mentre teniamo la forchetta sospesa e Mario cerca l'inquadratura giusta o l'espressione simpatica. Poi tutto finisce in una serie di improperi incredibile e finalmente riusciamo a mangiare in pace, reporter incluso.
Riusciamo anche a far andare il timone a vento, con poco mare e vento le oscillazioni della ventola diminuiscono e si riesce a mantenere la rotta per lunghi tratti e anche con buona precisione. Cos abbiamo modo di essere tutti liberi mentre la barca naviga e ognuno si affaccenda in qualcosa e prima di sera riusciamo a mettere a posto tutto, asciugare i sacchi a pelo e i materassini e qualche indumento.
Nel primo pomeriggio il cielo si copre e purtroppo non riusciamo a fare il secondo rilevamento necessario a determinare con esattezza la nostra posizione, tanto pi col vantaggio di aver avuto una rotta costante. Per fortuna il vento non cambia e continua a soffiare a nostro favore da grecale, sebbene meno teso che nella mattinata. Riusciamo a percorrere un bel tratto e io credo che fra oggi e domani potremmo avvistare la Sardegna e con un pizzico di fortuna anche Capo Carbonara. Credo, per, che dopo tutte le cappe prese e i relativi scarrocci subiti, nonch i tratti compiuti di bolina, finiremo per toccare costa almeno trenta miglia pi a nord del Capo.
Il morale a bordo torna a essere alto. Scherziamo, ridiamo e ci prendiamo in giro l'un l'altro. Sono quasi
dieci giorni che siamo per mare e la prima tappa si avvicina. Mario ha deciso di scendere a Cagliari, tanto pi dopo aver conosciuto la nostra intenzione di proseguire il pi possibile, qualora il tempo si mettesse al bello ed evitare eventualmente altre tappe. Io sono dispiaciuto per questa decisione di Mario e soprattutto per come  andato il viaggio per lui fino a ora. Ci teneva molto a fare un lungo tratto di navigazione e, invece, ha finito solo per fare una lunga permanenza in barca. Tra l'altro la sua partenza riproporr con maggiore evidenza i miei rapporti gi difficili con Vincenzo. Mario fino adesso  stato un buon interlocutore e paciere. Mi rendo anche conto che forse sarebbe sufficiente poter arrivare alle Canarie perch le cose migliorino. Col caldo e il sole tutto sarebbe pi facile e bello, la navigazione scorrerebbe tranquilla e tutti i problemi di ora verrebbero facilmente dimenticati.
La notte scorre tranquilla e continuiamo ad avanzare verso la Sardegna e, sebbene non avvistiamo fari, sono sicuro che domani vedremo la costa.
Al mattino, infatti, non appena la foschia si dirada avvistiamo la costa. Non c' sole e non  possibile fare n una retta di altezza n pi tardi una meridiana. La costa  ancora lontana e non vediamo promontori o capi. Ci sembra abbastanza uniforme e ancora molto estesa, alle spalle si intravedono appena alte catene montuose, avvolte come sono nella foschia.
A bordo c' una certa allegria, soprattutto Mario che temeva chiss quali ritardi prima di poter scendere e soprattutto non vede l'ora di poter telefonare e conoscere le novit del suo lavoro. E docente, infatti, di statistica all'Universit di Roma e prima della partenza
gli erano state mosse alcune critiche, soprattutto dagli studenti, malgrado avesse richiesto e ottenuto i regolari permessi. Aveva avuto problemi anche in famiglia e tutti si erano opposti alla sua partenza quasi considerando il viaggio il revival di un quarantenne ammalato di nostalgia per la verde et anzich
lo sfogo di una passione per la vela e il mare quale realmente . Purtroppo, malgrado numerosi tentativi non riesce ancora a mettersi in contatto radio con Cagliari e ci fa supporre che siamo ancora distanti dall'emittente.
Nel pomeriggio il bollettino meteorologico ci lancia il suo ennesimo "Avviso":  previsto il passaggio di una nuova perturbazione da nord e i relativi venti a forza di burrasca(12). Mi dispiace per Mario, ma la tappa a Cagliari si preannuncia ancora lontana. Per fortuna la vicinanza alla costa lo ha tranquillizzato e riusciamo anche a scherzare sulla sua e la nostra sfortuna.
Riusciamo a compiere ancora un buon tratto di avvicinamento alla costa, pur continuando a navigare verso sud, poi nel tardo pomeriggio una nuova bonaccia. Evidentemente il tempo sta cambiando e, visto che la perturbazione  a nord, ci mander dei venti intorno a ovest e io spero solo che non siano forti come la radio ha minacciato. Spesso
capita che il bollettino minacci tuoni e fulmini e poi a stento si alza un po' di mare, sebbene fino a ora con noi e riuscito a non sbagliare nemmeno un colpo.
Nella notte comincia ad alzarsi un libeccio dapprima in tono minore, poi rinforza fino a forza sei/ sette, ma il mare tarda ad alzarsi e noi continuiamo ad avanzare con lunghi bordi di fastidiosissima ho na e con relativa acqua sulle cerate e sui materassi. Dentro e fuori sembra che non debba esserci posto dove poter stare all'asciutto.

7.
Con il ritorno dell'andatura di bolina e il cattivo tempo sono ritornati tutti i problemi della barca e i nostri. La riparazione fatta all'attacco fra tuga e coperta non  servita granch e l'acqua continua a passare inosservata. Sar necessario smontare e verificare tutto il sistema di tenuta, mi auguro solo che non siano le torsioni e le vibrazioni dello scafo a creare il problema, perch in questo caso non solo non ci sarebbe niente da fare, ma vorrebbe anche dire che la barca  pi debole e meno rigida di quanto pensassi.
Il cielo  ancora coperto e non riusciamo ancora una volta a effettuare un'altezza meridiana(13). La visibilit sta migliorando e la costa si vede decisamente bene. Non vorrei che il diminuire della foschia preannunciasse un giro di vento a maestrale e un suo rinforzare, perch se cos fosse non so proprio che pesci Prendere. Una volta arrivati nel golfo di Cagliari dove notoriamente il maestrale raggiunge forza otto-nove con molta facilit. Sulla costa, tra l'altro, n le carte n il Portolano mostrano dei porti intermedi dove Potersi rifugiare e fermarsi senza arrivare a Cagliari.
Lungo la costa sarda, da Olbia a Cagliari, c' un solo porto intermedio, quello di Arbatax, ma  molto pi a nord della nostra posizione e non vale la pena arrivarci; tanto pi se il vento dovesse poi girare a maestrale avremmo le stesse difficolt che per arrivare al porto dove siamo diretti adesso. Povero Mario, il suo  decisamente un viaggio sofferto e pieno di suspence e
non  ancora finita, il top delle emozioni deve ancora venire se continuiamo di questo passo.
Faccio un po' di conti. Questo  il nostro undicesimo giorno di viaggio e il tachimetro del log segna 350 miglia percorse contro un cammino reale, sulla nostra rotta, di 180 miglia. Abbiamo percorso il doppio della strada necessaria per arrivare dove siamo. Abbiamo avuto un solo giorno di tempo buono e di sole dove abbiamo potuto usare per la prima e ultima volta il nostro favoloso sestante, che ci  costato un occhio della testa e che ormai credo che sia uno strumento tipicamente estivo e incompleto per noi velisti, visto che per usarlo occorre necessariamente il sole, accessorio che non viene venduto con il sestante e che  estremamente difficile da reperire sulla piazza. Ci vorrebbe un altro strumento per poter fare una navigazione pi precisa e sicura, forse ha ragione Vincenzo quando dice che dovrei viaggiare in aereo!.
Alla sera avvistiamo finalmente il faro di Capo Carbonara, il vento continua a soffiare da libeccio forza sei/sette e la visibilit migliora ancora e anche il cielo va schiarendosi.
Non dico nulla, ma ormai sono sicuro che girer a maestrale, se ne leggono ormai tutti i sintomi.
Continuiamo a navigare tutta la notte bordeggiando e finalmente raggiungiamo il Capo, ma impieghiamo tutta la notte per lasciarlo al nostro traverso. Il vento, che non aspetta altro che potersi mostrare gentile con noi, gira a ponente non appena arriviamo all'altezza del faro e cos non facciamo in tempo a superarlo verso sud che dobbiamo ricominciare a bolinare verso ponente per superarlo di nuovo.
Al mattino siamo tutti e tre stanchi morti e col morale sotto gli stivali. Ci sentiamo perseguitati da una mala sorte incredibile: al
contrario di Re Mida, tutto quello che facciamo o solamente abbiamo il coraggio di intraprendere si trasforma in difficolt di tutti i generi. Non so pi se  per caparbiet o forza della disperazione che continuiamo ad andare avanti e a puntare su Cagliari.
Finalmente verso le dieci entriamo nel Golfo e lasciamo il faro del Capo alla nostra destra. Adesso il vento  a maestrale, come prevedevo, e il mio anemometro a mano segna di nuovo raffiche di trentacinque/quaranta nodi. Navighiamo con ben tre mani di terzaroli e la tormentina facendo bordi larghissimi con la barca completamente sbandata e a stento raggiungiamo i tre nodi. Ormai non riusciamo a virare che strambando o mettendo il fiocco a collo e facendo una sorta di marcia indietro prima di cambiare la prua al vento. Questo ci viene dritto sparato da Cagliari e impieghiamo tutta la mattinata e parte del pomeriggio per arrivare fino a quattro o cinque miglia dal porto di Cagliari. Poi il vento rinforza ancora, il mare diventa bianco di schiuma, sebbene le onde non siano assolutamente notevoli e senz'altro affrontabili. Il mio anemometro arriva a segnare quasi quarantacinque nodi,  decisamente il vento pi forte che abbiamo incontrato finora e la barca non riesce assolutamente ad avanzare. Raggiungere Cagliari in queste condizioni  impossibile, caliamo le vele e ci mettiamo alla cappa secca per aspettare che la situazione migliori(14).
Mentre Vincenzo era al timone, stamani, Mario  riuscito a telefonare e a mettersi finalmente in contatto con la famiglia.
 stato suo figlio che ha risposto al telefono e che senza riflettere gli ha comunicato la notizia, prima che sua moglie riuscisse a fermarlo: il suo pi caro amico, e suo coetaneo, era morto il giorno prima per infarto. Volevano dirgli che stava male, molto male,
ma il figlio non era riuscito a mentire alle domande di Mario che aveva capito subito tutto. Ha pianto a lungo e la sua disperazione ha contagiato anche me e Vincenzo, sebbene non conoscessimo il suo amico. La moglie gli ha anche accennato a delle telefonate ricevute dai suoi colleghi dell'universit e, sebbene non abbia specificato nulla, si capiva benissimo che c'erano dei problemi. E rimasto a lungo disteso sulla cuccetta, solo in cabina, e di tanto in tanto si affacciava per vedere come procedeva. Quando gli abbiamo detto che non era possibile andare avanti  venuto fuori per controllare, ha voluto provare a mettersi lui al timone e poi si  dovuto arrendere all'evidenza.
Trascorriamo tutto il pomeriggio alla cappa e anche la notte. Siamo tutti tristi e silenziosi, Mario di tanto in tanto ci domanda quando pensiamo che sar possibile puntare nuovamente su Cagliari, ma noi preferiamo rimandare tutto a domani mattina. Il vento si mantiene forza otto/nove costante e non accenna minimamente a diminuire e mano a mano che ci spingiamo pi al largo anche il mare aumenta.

8.
All'alba la situazione  invariata e intanto secondo i miei calcoli ci siamo allontanati di trenta miglia da Cagliari che aggiunte a quelle che gi ci separavano portano la distanza complessiva dal porto a trentacinque miglia e col mare e vento che ci sono  impensabile poter riuscire a rimontarle.
Parliamo a lungo ma questa volta siamo io e Vincenzo a fare gruppo e Mario si ritrova ancora pi solo con i suoi problemi. Siamo dell'idea che prima di domani non si potr far nulla e allora tanto vale proseguire, tanto pi che il maestrale, calando, ci sarebbe anche favorevole e potremmo fare un buon tratto. Mario potrebe sbarcare in Algeria o anche oltre se il vento fosse favorevole. Lui insiste a lungo per convincerci a fare sosta a Cagliari, elenca tutti i problemi della barca e i nostri personali, ma noi siamo irremovibili. L'idea di metterci a fare altri due giorni di bolina col rischio di fare il bis una volta arrivati in vicinanza del porto, vista la propensione del luogo a trasformare tutti i venti in maestrale, forza otto, stando anche a quello che dice il portolano, ci fa accapponare la pelle e rifiutare ogni compromesso col povero Mario. Lo vorremmo davvero aiutare in ogni modo, ma non nell'unico che serve a lui, proprio non ce la sentiamo.
Allora si mette alla radio e comincia una lunga conversazione con la stazione di Cagliari Radio, con 'a Capitaneria di Porto e con una societ di rimorchiatori. Vuol sapere se  possibile farsi venire a
prendere da un mezzo della Capitaneria, ma non  in pericolo di vita
come invece richiedono i regolamenti. Allora si rivolge a una societ di rimorchiatori e instaurano una lunga trattativa tutta svolta a colpi di telefono e silenzi di riflessione da ambedue le parti. E infine raggiungono l'accordo per una cifra che a me e a Vincenzo sembra folle e ci fa guardare stupiti l'un l'altro e Mario.
Cos, pur potendo per una volta navigare con vento a favore, restiamo alla cappa ad attendere il rimorchiatore e a restare in contatto con Cagliari Radio. A bordo non si parla quasi pi, io e Vincenzo restiamo stesi in cuccetta a smaltire lo sbalordimento per la decisione di Mario e per la fine assurda di un viaggio cos agognato, Mario prepara in silenzio il suo sacco. Il rimorchiatore ci avvicina che  quasi notte. Siamo molto pi distanti dal nostro punto stimato e al suo arrivo scopriamo con certezza che il trimarano non scarroccia a meno di due nodi, come io avevo sempre creduto e come mi era capitato di osservare altre volte con venti pi deboli, ma in cappa secca viaggia a due nodi e mezzo precisi. Cos all'arrivo del rimorchiatore scopriamo di aver fatto ben ottanta miglia in trentadue ore.
A causa di questo errore nel nostro punto stimato, il rimorchiatore ha impiegato molto pi tempo del previsto per raggiungerci e anche per stabilire il contatto radio con noi, contatto che si  mantenuto perfetto per tutto il tempo con Cagliari Radio. Abbiamo scoperto anche quanto sia difficile farsi trovare in mare senza una radio goniometrabile. Pur avendo dato la direzione esatta della nostra rotta per Cagliari e pur essendo in contatto radio con il rimorchiatore, sono trascorse ore e ore per farci avvistare e diversi razzi per segnalare la nostra posizione mentre si avvicinava a noi. Tra l'altro quando abbiamo sparato i razzi alcune grosse navi, credo due petroliere, sono passate a meno di due miglia da noi e hanno proseguito senza nemmeno domandarsi o vedere cosa fossero i razzi da noi sparati(15). C' da dire che abbiamo anche il riflettore radar in testa d'albero, ma abbiamo visto che  radiabile solo a meno di dieci miglia. E tutto questo con un'imbarcazione, come il rimorchiatore, attrezzata e condotta da gente esperta per le ricerche in mare. Viene da chiedersi come faranno a trovare i naufraghi quando avviene un disastro e che speranza abbiano questi ultimi di salvarsi.
Quando il rimorchiatore si affianca c' ancora molto mare e ho paura incredibile che mi sfondi la barca. E d'acciaio, il bordo libero a filo d'acqua e a ogni rollata il mare attraversa la sua coperta. Gli uomini dell'equipaggio hanno tutti stivali alti fino all'inguine per non bagnarsi. Mario riesce a lanciare il sacco a bordo del rimorchiatore e con un salto prodigioso a balzare in coperta. Unico danno al trimarano la rimozione dello spigolo della prua dello scafo laterale destro, appena sfiorato dall'acciaio del rimorchiatore.
Abbiamo fatto appena in tempo ad abbracciarci e a salutarci con affetto e spero solo che non ci serbi troppo rancore se abbiamo rifiutato di accompagnarlo a Cagliari. Ci  costato non poco, per quello che gli era successo, dover rifiutare, ma sono certo che ci sarebbe costato di pi accettare.
Per un poco restiamo in contatto con il rimorchiatore e con Mario, poi alziamo le vele e riprendiamo la navigazione.
Nella notte continuiamo a veleggiare, ancora con terzaroli e fiocco. In pozzetto fa un freddo tremendo. L'aria arrivata col maestrale  gelida, come al solito. Dentro il termometro arriva a segnare nove
gradi che, aggiunti al 100% di umidit dovuta alle infiltrazioni, non fanno pi capire dove si possa stare meglio, se dentro o fuori. Invidio Mario che non sa cosa si  risparmiato e che stanotte o al pi tardi domattina all'alba potr infilarsi in un letto caldo e comodo.
Al freddo del pozzetto, durante un cambio, faccio un'altra litigata con Vincenzo a causa della stufetta che non vuole che accenda. E sempre pi convinto che preferirebbe lanciarsi in mare che accenderla e sentirne la puzza e io sarei proprio tentato di metterlo alla prova.

9.
Ieri sera, quando abbiamo ripreso la navigazione eravamo a pi di ottanta miglia di distanza da Cagliari e a sole settanta miglia dagli scogli de La Calite. Ormai siamo pi vicini all'Africa che all'Italia. Il vento, mantenutosi tutta la notte a Maestrale e a forza sei/sette, ci ha consentito di recuperare un poco verso nord e anche stamani continuiamo ad avanzare verso ponente con qualche puntatina pi a nord.
Io e Vincenzo parliamo poco dopo la sfuriata di questa notte, poi decido di fregarmene e accendo la stufa mentre lui  al timone. Finalmente asciugo la mia roba, l'aria della cabina, i materassi quasi fradici e la temperatura interna raggiunge i venti gradi dandomi un piacere dimenticato. Poi al cambio del turno, oltre la solita litigata con Vincenzo e le relative smorfie all'ingresso in cabina, mi attende una nuova sorpresa. Col freddo che fa fuori, uscendo dal piacevole tepore della cabina non riesco pi a sopportare il gelo esterno. Devo acquattarmi nel pozzetto e senza dire nulla batto i denti e tremo per una buona mezz'ora prima di riabituarmi alla temperatura esterna.
Ed  in questa posizione che ricevo la visita di un grazioso uccellino. Io resto immobile, sebbene non sembri mostrare paura, e lui mi viene vicino, mi cammina dapprima su un ginocchio, poi mi osserva attentamente come per chiedermi chi sono e cosa faccio l fuori con questo freddo, poi si fa un giro nel pozzetto passandomi perfino in
mezzo alle gambe. La tentazione di afferrarlo  forte, ma  talmente inerme e simpatico che vi rinuncio. Mi fa compagnia per una buona mezz'ora, poi decide che ha da fare o che io non ho niente da offrirgli e se ne va.
Nei vari incontri che facciamo nel darci il cambio al timone continuiamo a litigare per la stufa e io continuo ad accenderla, facendo bene attenzione, per, di tenerla al minimo in modo che la temperatura interna non superi i quindici gradi e io riesca a sopportare meglio il freddo quando sono in pozzetto.
Durante la notte il freddo all'esterno diventa insopportabile e propongo a Vincenzo di metterci alla cappa e aspettare il giorno. Nuove discussioni con Vincenzo che resuscita tutti i marinai e scrittori di mare morti negli ultimi duecento anni per dimostrare che i veri uomini possono resistere al freddo quanto tempo vogliono. Poi con due maglioni e una giacca di lana blu da yachtman che  la sua passione va al timone e ci resta per quattro ore. Non so come faccia, credo che sia insensibile al freddo, ma quando rientra dopo aver ammainato le vele  completamente paonazzo e non capisco bene se  per la soddisfazione del bel gesto o per il freddo.
Durante il giorno mi costruisco un rudimentale timone interno. Con un pezzo di legno, due bozzelli e un po' di scottina faccio un comando del timone che  possibile manovrare dall'interno. Come bussola usiamo quella di rispetto che abbiamo in cabina e che mi ha regalato Giannetto ricavandola da una magnifica bussola dell'Aeronautica.  molto precisa, ben custodita da una scatola di ottone e fornita di lucetta per l'illuminazione notturna che provvedo subito a collegare alla batteria. Fisso la bussola sul tavolo della cucina in modo che sia possibile consultarla mentre si timona stando seduti sulla scaletta d'ingresso della cabina. Utilizzo subito la timoneria e durante il giorno me ne sto comodamente seduto, affacciandomi fuori di tanto in tanto e dandomi del cretino per non averci pensato prima.
Dopo l'ultima litigata per la stufetta comincio a credere che la mia convivenza con Vincenzo non sia possibile e mi domando se non sia meglio che lui sbarchi al primo porto che incontriamo. Preferisco stare solo, navigare solo e fare tutto da solo se questo  il prezzo da pagare per avere la compagnia di un amico(16). Abbiamo sbagliato reciprocamente persona, ma non possiamo pagarne le conseguenze per sempre e non credo che Vincenzo stia meglio di me, sar stufo anche lui della mia compagnia. Visto come stanno le cose e il tempo che fa, forse  meglio rimandare tutto di un anno. Potrei fermarmi da qualche parte, cercare qualche lavoretto e godermi la barca aspettando tempi migliori. Mentre sono alle prese con questi pensieri improvvisamente Vincenzo cede e raggiunge un compromesso, forse pi con se stesso che con me: posso tenere la stufetta accesa mentre lui sta fuori in pozzetto e magari asciugare anche qualcosa di suo. Cos tutti i miei pensieri cattivi di separazione rientrano e sono felice di non averne fatto parola con lui.
Questa volta riusciamo a navigare anche la notte, il clima a bordo  migliore in tutti i sensi, sia tra noi due che per la temperatura meno gelida, ma  il vento che non fa niente per aiutarci:  girato a ponente e di nuovo dobbiamo navigare di bolina stretta e con la velatura ridotta.
Il freddo  ancora intenso, ma con la timoneria interna si riesce a portare la barca abbastanza bene. Ogni tanto, vuoi per la stanchezza vuoi per il movimento della barra interna che  esattamente il
contrario di quella esterna, si finisce per virare o per andare completamente alla puggia. Allora chi sta di guardia deve uscire fuori e fare tutte le manovre per riportare la barca in rotta e durante la notte sia io che Vincenzo siamo costretti a uscire pi volte.

10.
Durante il giorno il vento si mantiene da ponente,  ancora teso forza cinque/sei con raffiche e il mare comincia ad aumentare. Continuiamo a navigare di bolina preferendo il bordo a terra, se non altro possiamo avvicinarci all'Algeria anche se la nostra intenzione  quella di continuare a tirare dritto e cercare di arrivare il pi lontano possibile.
Dopo la partenza di Mario tutti i nostri programmi sono saltati. La nostra intenzione, scegliendo la rotta che passava a sud della Sardegna, era quella di navigare al centro del Mediterraneo puntando preferibilmente verso le coste Spagnole.
Praticamente abbiamo finito per ripartire a ben ottanta miglia a sud della Sardegna e ormai con questo ponente finiremo presto per costeggiare l'Algeria. Tra gli altri problemi non abbiamo a bordo carte dettagliate della costa, ma solo una carta generale del Mediterraneo dove non sono segnati n dettagli n fari. Abbiamo,  vero, i portolani di tutto il Mediterraneo e il libro dei Fari e dei Fanali, ma in caso di atterraggio non sarebbe facile riconoscere la costa. Con il nostro ottimismo pre-partenza e i pochi soldi disponibili abbiamo acquistato solo le carte generali necessarie alla navigazione e quelle particolari delle coste che pensavamo di incontrare. Per tutte le altre coste abbiamo delle carte recuperate o regalateci da amici, ma sono molto incomplete e varie come assortimento.
Oggi  il ventitre e sono ormai diciassette giorni che siamo in mare e finora abbiamo avuto un solo giorno di tregua. Mi sento davvero stanco e vorrei fermarmi almeno qualche giorno.
Ne accenno qualcosa a Vincenzo per saggiarne le reazioni e lui, come al solito,  contrario, ma non reagisce con la violenza delle precedenti occasioni. Non ho ben capito se comincia a rassegnarsi alle mie debolezze o se anche lui comincia a essere stanco e a pensare al piacere di una piccola sosta.
Continuiamo ad andare avanti come automi e io, di tanto in tanto, riprendo l'argomento. Poi, poco dopo mezzogiorno, avvistiamo le coste Algerine e subito cominciamo a sfogliare il portolano per cercare di riconoscerle con esattezza. Il nostro punto stimato  sufficientemente preciso, questa volta, e il riconoscimento  abbastanza agevole, siamo davanti al Golfo di Annaba. Ci sentiamo molto soddisfatti sia per la precisione della navigazione che per il fatto di essere arrivati finalmente in terra straniera. C' anche un altro fatto che aumenta il nostro entusiasmo di viaggiatori avventurosi: fra poco raggiungeremo e sorpasseremo il nostro primo fuso orario e dovremo cambiare ora ai nostri orologi. Questo avvenimento ci emoziona e ci fa sentire davvero in viaggio e per un poco dimentichiamo tutto quello che abbiamo passato in questi giorni di mare.
Il vento continua a mantenersi da ponente e noi continuiamo a fare bordi su bordi, poi arriva la notte e i fari ci confermano la nostra posizione e il nostro avanzare. Siamo quasi all'altezza di Capo Bougaroni quando il vento rinforza ancora e i nostri bordi di bolina divengono inutili. Ancora sull'onda dell'entusiasmo della mattina continuiamo a navigare e a ridurre le vele, ma Capo Bougaroni sembra
insormontabile. Poi, di notte, finalmente prendiamo la decisione di fare una sosta, siamo stanchi e la vista del Capo che sembra pi insormontabile riesce a demoralizzarci a sufficienza.
Ci mettiamo dapprima alla cappa e discutiamo e consultiamo carta e Portolano, ma ci sembra che manchi sempre qualcosa per poter decidere con una certa sicurezza. Poi, alla fine, optiamo per Annaba che ci sembra il porto pi vicino e sicuro.
Alziamo le vele e torniamo indietro. C' molto mare e vento e preferiamo camminare piano anche per avere modo di riconoscere bene costa e fari. Sono quasi le due quando arriviamo davanti al porto e gettiamo l'ancora.
Mi sento molto emozionato e con addosso la sensazione di essere un esploratore che ha fatto l'atterraggio in posto sconosciuto senza carte nautiche dettagliate e solo in base a racconti di altre persone, in questo caso il Portolano. Tra l'altro il fatto di essere arrivati di notte ha conferito ancora pi suggestione e senso di avventura all'avvenimento.
Io vorrei entrare subito in porto e attraccare facendo finta di niente, ma con la sola bandiera gialla per la richiesta di libera pratica. Vincenzo insiste perch rispettiamo le norme internazionali che prescrivono l'ancoraggio alla fonda e la preventiva richiesta via radio dell'autorizzazione all'ingresso in porto. Alla fine rinuncio alla mia idea, ma solo perch il Seagull non vuol saperne di partire. Ho tanto aspettato questo momento di riposo e di sosta da passare comodamente attraccato a una banchina che l'idea di dover rimandare tutto di un giorno mi  insopportabile.
Restiamo solo qualche ora alla fonda e all'alba una vedetta della Capitaneria di Porto algerina ci accosta e ci autorizza a entrare in
porto. All'inizio, anche perch Vincenzo mi aveva detto che a volte in Algeria fanno difficolt per dare il permesso di attracco, lamento subito l'avaria al motore e varie altre difficolt, in modo da essere certo che dovranno darci il permesso di entrare, come dalle norme internazionali in caso di avaria. I gendarmi, come si chiamano qui, sono invece gentilissimi e ci lanciano una cima per tirarci fino al porto. Purtroppo la nostra Danfort, a causa di una corrente che c' davanti al porto e che  anche abbastanza forte, si  infilata nella sabbia cos profondamente che  impossibile issarla a bordo. La vedetta ci aiuta anche in questo e finalmente possiamo attraccare in porto. Ci fanno mettere in un braccio della zona militare dove c' anche un circolo velico e poi ci dicono di attendere la visita della dogana per avere il permesso di scendere a terra, soprattutto il passi per il cancello della zona militare dove ci hanno confinato.
Io mi sento come in trance sia in barca che a terra e non mi sembra vero di stare finalmente fermi. Anche Vincenzo  felice, tra l'altro non conosce l'Algeria(17) e sa che  ricca di monumenti e chiese molto interessanti. Soprattutto lo entusiasma l'idea di poter rivedere una casbah ed  certo che anche qui ce ne sia una. Lui ha visitato quella di Casablanca e mi dice che  uno dei posti pi interessanti che abbia visto per la variet di gente, costumi, colori e usi mescolati insieme.
Aspettiamo cos con ansia l'arrivo del doganiere che non tarda molto ed esperite le formalit d'uso dobbiamo attendere fino a sera che ritorni con il passi e finalmente siamo liberi di andare in giro e possiamo cominciare a fare i turisti, quello che era lo scopo principale del nostro viaggio e che sembrava avessimo definitivamente accantonato.

11.
Restiamo ad Annaba(18) per sette giorni, tanti quanti il permesso rilasciatoci dal doganiere ci consente, ed  una sosta ricca di esperienze, mutamenti e innovazioni sia per noi che per la barca.
Non appena ci rilasciano il permesso io decido di fare la prima visita alla citt. Inizio con la zona del porto e ne resto molto deluso.  tutto buio e in giro non c' nessuno, a stento riesco a trovare qualcuno a cui chiedere la via per andare al centro. Per fortuna in Algeria parlano tutti il francese e non  difficile comunicare. Poi, dopo aver percorso una strada in salita ed essere passato sotto il grande arco di un ponte, arrivo all'improvviso al centro della citt.  tutto un frastuono di luci, colori e persone che mi emoziona moltissimo. Dopo diciotto giorni passati per mare fa uno strano effetto udire e vedere i mille rumori e colori della terra. Mi dispiace per Vincenzo che non  voluto venire con me, vuol dire che rimander le sue emozioni a domani.
Cambio le nostre sedicimila lire e compro subito dei viveri freschi come pane, verdura e frutta, di cui cominciavo a dimenticare il sapore. Poi mi regalo il lusso e il piacere di sedere a un bar e osservare la gente.
In giro  tutto un contrasto di vecchio e nuovo e a fianco ai jeans e stivaletti americani ci sono i caffettani pi classici e quelli che coprono a malapena una giacca e dei pantaloni di stile decisamente europeo.
Anche per le donne  lo stesso e cos accanto a quelle vestite modernamente ci sono quelle con la classica tunica e il velo sul volto e di tanto in tanto si vedono spuntare sotto il nero del loro caffettano i colori vivaci di una gonna o il rosso brillante di un paio di stivaletti di plastica lucida.
Vivo tutte queste sensazioni quasi aspirandole intensamente e godendo tutta la loro bellezza e pienezza. La lunga solitudine trascorsa in mare  come se avesse acuito tutti i miei sensi dando loro una nuova dimensione.
Nei giorni seguenti andiamo sempre in giro insieme, conosciamo anche dei ragazzi del club della vela, che  statale ed  aperto a tutti. Giorno per giorno facciamo nuove conoscenze e apprendiamo cose sempre nuove, come del resto ci aspettavamo intraprendendo questo viaggio. Ma impariamo anche cose nuove su noi stessi.
Mi rendo conto di quanto sia stato utopistico voler partire senza soldi. Quando si arriva in un posto nuovo la cosa pi normale  quella di andare in giro, visitare i posti, comprare ricordi, provare le specialit locali, acquistare finalmente dei viveri freschi ch, se pur l'alimentazione in scatola pu essere completa e sufficiente, c' bisogno di avere ogni tanto qualcosa di diverso e di fresco. Cos dopo aver cambiato le sedicimila lire cambiamo anche le due monetine di oro e ci ripuliamo le tasche definitivamente.
Mettiamo a posto la barca e finalmente asciughiamo tutto.
Solo il timone a vento non possiamo riparare perch  quasi impossibile trovare dei tubi di alluminio ad Annaba.
Insomma bastano pochi giorni per fare di noi e della barca cose completamente diverse. Tra l'altro l'Algeria ci entusiasma, ma Annaba non ci soddisfa molto. La gente  simpatica ed  anche facile fare amicizia, ma abbiamo pi l'impressione di una cittadina francese che di una vera citt araba. Ne ha il sapore e forse anche la cultura ma manca degli aspetti esteriori. Non ci sono le moschee che ci aspettavamo e la casbah  praticamente composta di due vicoletti di contocinquanta metri ciascuno. Il viale principale, tutto alberato e molto bello, e le relative case hanno l'aspetto di un paesino della provincia francese e solo le persone, i loro colori, i loro vestiti riescono a dare all'insieme un'atmosfera particolare.
Forse per questa insoddisfazione nel visitare Annaba e il desiderio che ha fatto sorgere in noi di vedere anche Algeri(19), o forse per le condizioni e la durata del nostro primo tragitto Fiumicino-Annaba, o forse per i rapporti tra me e Vincenzo che sebbene migliorati e normalizzati dopo il nostro riposo in porto si mantengono sempre pronti a tendersi alla prima occasione, sta di fatto che decidiamo, dopo averne parlato a lungo, di rimandare il viaggio di un anno e goderci un po' la vita.
Faremo una sosta ad Algeri per visitarla e dove Vincenzo potrebbe trovare un lavoro come geometra, anche abbastanza facilmente e ben retribuito come affermano i nostri amici algerini, e dopo proseguire per la Spagna e visitarne le citt della costa, dove potremmo anche trovare diversi nostri amici.
Alla fine siamo soddisfatti della decisione presa, anche se ci  costato parecchio rinunciare al viaggio e rimandare tutto di un anno e per arrivarci abbiamo dovuto discuterne a lungo.
La settimana scorre davvero veloce e il momento della partenza si avvicina nuovamente. Questa volta per  completamente diverso e
possiamo fare tutto con pi calma, o forse siamo solo noi che abbiamo meno fretta.
Ogni giorno abbiamo comprato Le Monde che stampa una mappa meteorologica quotidiana, come fa anche il nostro Corriere della Sera. A dire il vero siamo meravigliati del cambiamento di condizioni. Per tutta la settimana il nostro barometro  sembrato impazzire e ha segnato valori alti come non ne avevamo mai visti, raggiungendo punte di 1035 mmb.
Non c', per, il sole che ci si aspetterebbe con questi valori, anzi  continuamente coperto e spesso pioviggina e ci  stato persino difficile asciugare la roba.
Al club di vela sono gentili e ci mettono a disposizione docce e bagni e tutti i ragazzi sembrano pronti a farci delle cortesie.  grazie al loro aiuto che riusciamo a fare tutto in cos poco tempo e a conoscere i ristoranti dove provare il cus-cus migliore e pi economico e soprattutto a risentire nuovamente il piacere di un'amicizia, il calore di una simpatia che avevamo completamente dimenticato.

12.
Questa volta alla partenza tutto  diverso dalla precedente, il cielo  coperto ma c' ancora luce, sono le dieci di mattina, e sul molo ci sono i nostri nuovi amici algerini a salutarci. Yussef  il pi triste ed  anche quello con cui avevamo legato di pi. Se avessimo aspettato un'altra settimana ci avrebbe invitato a casa sua in occasione della festivit del Ramadn e avremmo potuto provare tutte le specialit della cucina algerina. Siamo rimasti commossi della sua gentilezza e cortesia e ci  dispiaciuto di non avere accettato. Non vediamo l'ora, sia io che Vincenzo, di poter conoscere Algeri.
Sulla carta meteorologica di Le Monde di oggi abbiamo visto che sulla nostra zona c' ancora una vasta alta pressione e che una perturbazione sta scendendo sul Nord Europa. Per fortuna  ancora molto a nord e poi non  abbastanza profonda perch il suo fronte possa toccarci. In ogni caso, anche se il fronte dovesse estendersi e la depressione approfondirsi, noi faremmo comunque in tempo in un paio di giorni a portarci fuori dalle sue ire.
Stiamo meglio sia io che Vincenzo, pi distesi e riposati.
Non posso fare a meno di provare a prevedere come finir nei prossimi giorni e quale sar il motivo della prossima lite.
Credo proprio che difficilmente avrei potuto trarre solo una persona
cos diversa da me. In comune abbiamo solo una profonda onest e sincerit che non ci aiuta certo a nascondere gli asti e le difficolt che sorgono in un rapporto a due. Io vengo da lunghi periodi di solitudine e grosse responsabilit di lavoro che hanno determinato in me una sorta di attaccamento alla realt, una continua presenza di me stesso una certa capacit nel valutare e sintetizzare problemi e soluzioni. Vincenzo viene dall'opposizione di una famiglia che, fino a due anni fa, ha cercato ed  riuscita a riversargli tutte le sue insicurezze e dubbi e ora vive una reazione datagli dalla continua scoperta di se stesso e delle sue capacit che proietta in grandi slanci e ideali, in un modo sempre nuovo ed eroicamente avventuroso in cui lo spazio per le banali necessit quotidiane deve essere ridotto al minimo. Il pi delle volte  proprio il mio atteggiamento vigile, il mio cercare sempre la soluzione ottimale, il mio desiderio di migliorare la barca e renderla pi comoda eliminando la causa dei nostri litigi.  come volergli creare dei problemi che limitano la sua creativit e i suoi slanci o farlo distrarre dal piacere che pu derivargli da ci che va scoprendo o che potrebbe scoprire. E d'altronde mi rendo conto di come sarebbe stato meglio per lui se avesse potuto trovare un amico pi simile a lui. Avrebbe potuto vivere ogni cosa con l'entusiasmo della scoperta e prolungarne all'infinito le emozioni suscitate senza fastidiose interruzioni. Cosa importa mangiare, tenere in ordine la barca, fare una riparazione quando, mentre sei steso nel pozzetto e l'aria gelida ti graffia la pelle del viso, pensi che stai vivendo in quel momento le stesse sensazioni che Cristoforo Colombo o Magellano hanno vissuto secoli prima di te, che ne stai solcando gli stessi mari e che altri ne attraverserai rivivendo le emozioni dei personaggi di Conrad o di Steve.
Quando pensieri ed emozioni di tale portata ti attraversano continuamente la mente  difficile riuscire ad ascoltare un seccatore come me che ha freddo, fame e odia l'umidit.
Lasciamo Annaba che il cielo  coperto e il vento leggero e variabile. Ci attendono circa trecento miglia per Algeri, dove abbiamo intenzione di fare la prima sosta per visitare la citt e fare delle riparazioni. Fuori del Golfo di Annaba c' ancora un po' di mare, residuo dei giorni precedenti di maltempo. La navigazione scorre tranquilla e ci sentiamo rilassati, anche se questo stato d'animo ci  costato parecchie discussioni e rancori. Non  stato facile rinunciare e rimandare un progetto accarezzato per tanto tempo e proprio quando sembra a portata di mano, ma sappiamo di avere preso una decisione giusta.
Alle otto di sera, mentre Vincenzo  al timone acquattato nel pozzetto per difendersi dal freddo e dalle emanazioni della mia stufetta, sentiamo un forte colpo a uno degli scafi, quello laterale sinistro. Accorriamo con la torcia e alla sua luce intravvediamo una lunga riga nera sulla parete esterna dallo scafo. Dobbiamo aver urtato un relitto, forse una bombola del gas o qualche fusto di benzina, e si  lesionata la fiancata dello scafo. Una rapida ispezione al gavone C1 mostra dell'acqua in sentina, l'assaggiamo:  salata. Evidentemente deve entrare acqua, ma dall'interno non si riesce a vedere n a raggiungere la parte danneggiata. Decidiamo di tirare gi le vele e attendere alla cappa la luce del giorno. Pu darsi che si Possa fare una riparazione provvisoria e comunque Prima di decidere il da farsi  meglio aspettare per Vedere bene l'entit del danno.
Siamo nuovamente all'altezza di Capo Boulgaroni,
e credo ormai sia diventato nostro nemico. E stato
alla sua altezza che abbiamo deciso otto giorni fa di tornare indietro e fare sosta ad Annaba. Eravamo rimasti fermi davanti a lui per una giornata senza riuscire a superarlo a causa dei continui colpi di vento. Avevamo trascorso quindici giorni di fila con continue burrasche e allora fatalisticamente questo capo era parso volerci fermare e consigliare una sosta. Forse mi sbagliavo, voleva fermarci e basta, e ora c' riuscito facendoci urtare chiss quale relitto.
Il barometro  ancora alto, 1018 mmb, e tutto sommato fa piacere a entrambi non passare la notte in pozzetto e riposare.
Poi durante la notte il vento rinforza e si mette a libeccio deciso, anche il mare rinforza e prende corpo, da confuso e agitato che era diventa quasi mosso da libeccio.

13.
All'alba un'ondata pi forte ci stacca la prua gi lesionata dello scafo di sinistra. Faccio appena in tempo a uscire fuori, dopo il colpo, per vederla sfilare di poppa.
Mi guardo con Vincenzo,  cupo come me. Insieme andiamo a guardare il danno. Ormai la barca ha gi l'aria del relitto, monca com' della prua di uno dei suoi scafi.
Tutta la roba che c'era nel gavone  scomparsa in mare. Afferriamo delle taniche vuote e le leghiamo insieme per poi fissarle nel gavone. Questo  pieno d'acqua e fa una certa impressione vedere dall'interno il mare guardando dove prima c'era la prua. Sembra quasi una grotta naturale(20).
La barca  ancora molto stabile, ma nelle oscillazioni lo scafo danneggiato va ben pi sotto della linea di galleggiamento. Speriamo che le taniche vuote possano aiutarlo un poco nel sostenersi sull'acqua, comunque non ci sentiamo in pericolo imminente.
Rientrati in cabina cominciamo a discutere sul da farsi. Facciamo il punto stimato della posizione e dovremmo essere ancora all'altezza di Annaba, ma molto al largo. La barca alla cappa scarroccia di due miglia e mezzo l'ora e il libeccio durante la notte ci ha allontanato un bel po' dalla costa. Adesso il vento  da ponente e sembra rinforzare, mentre il barometro nelle ultime ventiquattro ore  sceso di parecchio e ora  a 1005 mmb. La direzione dello scarroccio  per 80 e da dove ci troviamo, se il vento si mantenesse costante, dovremmo passare a circa ottanta miglia da Capo Spartivento, da dove  possibile con la radio VHF che abbiamo a bordo chiamare Cagliari Radio.
Se il vento dovesse invece rinforzare e mettersi a maestrale allora ci sarebbe il rischio di finire in costa violentemente.
Navigare in queste condizioni non  possibile, per andare verso terra dovremmo tenere lo scafo rotto sottovento e con il mare e il vento che c' sarebbe troppo pericoloso. Speriamo che tenga il ponente e di poter arrivare pi sotto la Sardegna per lanciare un S.O.S.
Durante il giorno il mare si ingrossa ancora, anche il vento  aumentato, ma si mantiene ancora da ponente. I frangenti sono diventati molto grossi e uno di questi fa fare alla barca un testacoda completo facendoci trovare improvvisamente con lo scafo rotto sottovento. Ci  gi successo altre volte mentre eravamo alla cappa e cos usciamo fuori di corsa per cercare di fare strambare la barca e rimetterci con la prua rotta al vento. Faccio un po' di tentativi aiutandomi col timone usandolo per vogare e spostare cos la poppa. Alla fine ci riesco e nel momento in cui la poppa  al vento vedo il log segnare quasi quattro nodi. E bastata la superficie della tuga perch il vento ci facesse camminare a quella velocit.
Ritorniamo in cabina e decidiamo di prepararci al peggio. Se la barca dovesse tenere potremmo riuscire a lanciare un S.O.S. per Cagliari Radio, ma ci vorranno ancora due o tre giorni per arrivarci a portata. Se le cose dovessero peggiorare  meglio avere tutto pronto per imbarcarsi sulla zattera.
 bene anche stare a posto fisicamente e quindi mangiare e cercare di
riposare. Per fortuna il trimarano con qualsiasi mare  molto stabile ed  sempre possibile cucinare. Cos ci prepariamo dei piatti caldi, delle zuppe in scatola che abbiamo in abbondanza e cominciamo a prendere delle vitamine. Queste ultime, per, prese a stomaco vuoto danno dei bruciori tremendi e per la prima volta Vincenzo mi dice di avere un po' di mal di mare. A me  successo gi una volta o due durante questo viaggio, ma Vincenzo sembrava avere uno stomaco di ferro e mi confessa che  la prima volta nella sua vita che gli capita.
Cominciamo anche a preparare il materiale per la zattera(21).
Due taniche per trentacinque litri di acqua, viveri in scatola di tutti i tipi: carne, frutta, verdure, latte condensato e altro, tutto quello che pu servire per un'alimentazione il pi possibile completa. Nel sacco dei viveri infiliamo delle bottiglie di plastica vuote in modo che possa comunque galleggiare e cos per tutti gli altri sacchi, tutti divisi a seconda del contenuto. Il sacco dei razzi, ne abbiamo molti, quello dei medicinali e poi il sacco delle attrezzature, dove cominciamo a mettere la bussola di rilevamento, il radiogoniometro, la radio ricevente, il sestante, i documenti e le poche cose preziose che abbiamo a bordo. Per quest'ultimo utilizziamo il vecchio sacco dei viveri di emergenza. Fin da Fiumicino, infatti, abbiamo sempre navigato tenendo a portata di mano un sacco di emergenza con dei viveri e dei medicinali.
Prima del buio  tutto pronto. Cuciniamo nuovamente e cerchiamo di riposare un poco e per l'ennesima volta riprendo in mano Moby Dick di Melville, che cerco inutilmente di finire fin dalla partenza. Comincio a credere che abbia quasi qualcosa di sinistro in s, ogni trenta pagine lette succede qualcosa.
Nella notte sentiamo aumentare sia il vento che il mare. Le onde devono essere veramente notevoli e stiamo in cuccetta con la luce accesa, pronti a eventuali situazioni di emergenza. I frangenti che colpiscono la barca devono essere di dimensioni enormi e riescono a dare degli scossoni incredibili. La roba vola per la barca, noi veniamo sbalzati dalle cuccette, tutto vibra e si muove. Il trimarano, che pure  largo cinque metri e mezzo, viene completamente sommerso dai frangenti e l'acqua entra dal tambugio come a secchiate. Evidentemente la barca non riesce a trasformarsi in sommergibile, la tenuta stagna  un'utopia. Dentro  tutto umido e freddo. Io e Vincenzo restiamo stesi sopra le cuccette in silenzio, ciascuno alle prese con i propri pensieri.

14.
All'alba la situazione  peggiorata: mare e vento sempre pi forti e il barometro  ormai a quota 992 mmb. Per me  una quota record,  la prima volta che lo vedo cos in basso.
Vincenzo, dopo essersi affacciato in coperta, mi dice che un mare cos non lo ha mai visto, nemmeno in Atlantico. E pure gli era capitato, su un peschereccio d'alto mare, di restare per un giorno alla cappa con la prua al mare durante una burrasca al largo delle Azzorre. Gli rispondo che pi di forza nove di vento non pu essere, perch in Mediterraneo  raro il caso che abbia superato questo valore e di conseguenza il mare, per quanto possa sembrare, pu essere al massimo forza sei o sette. Per lo meno questo  quanto mi  capitato di leggere o di ascoltare finora.
Mentre stiamo parlando arriva l'ennesimo frangente, ormai ne riconosciamo il rumore in anticipo, e ci prepariamo al colpo.
Anche questo, come gli altri, ci sembra pi forte dei precedenti. Dopo, controlliamo che tutto sia in ordine ed eseguiamo il controllo come un lavoro di routine. Conosciamo i punti deboli della barca e gli oggetti che possono muoversi con dei colpi molto forti. E Vincenzo che vede la falla a prua e mi chiama. Il compensato dello scafo ha ceduto: una lunga incrinatura si estende per oltre mezzo metro a cavallo della linea di galleggiamento e l'acqua entra a fiotti.
La situazione  ora veramente grave. C' il rischio probabile che un altro frangente possa eliminare la prua, come gi  accaduto con lo scafo laterale, e in questo caso anche la parte centrale sarebbe invasa dall'acqua, col rischio di perdere buona parte della roba necessaria alla sopravvivenza e che abbiamo raccolto tutta nella dinette. C' un altro pericolo che mi spaventa di pi: se lo scafo centrale si riempisse d'acqua, un frangente che facesse fare un testacoda alla barca avrebbe buone probabilit di capovolgerci. In questo caso, infatti, ci verremmo a trovare con lo scafo rotto e sottovento e quello centrale pieno d'acqua e basterebbe una qualsiasi ondata a metterci con la chiglia in aria. Se questo accadesse finiremmo per perdere o bagnare tutto e poi lo scafo, una volta capovolto, sarebbe poco pi avvistabile di una zattera. Il rischio ci sembra maggiore di quello che potremmo correre sull'autogonfiabile e poi quest'ultimo ci  sempre sembrato il non plus ultra della sicurezza. Quante persone si sono salvate con esso e in posti ben peggiori del nostro?(22). Ho letto da poco di una famiglia che  sopravvissuta oltre un mese nel Pacifico grazie a una zattera e noi abbiamo il vantaggio di essere in Mediterraneo, in una zona di traffico commerciale e poi abbiamo tutto il tempo di abbandonare la barca e portarci dietro tutto il necessario. Io credo che sia questione di qualche giorno e non appena il mare caler abbiamo fumogeni e razzi sufficienti per farci avvistare da una nave o affondarla se non dovesse soccorrerci.
Convinti da questi ragionamenti decidiamo di preparare la zattera e la lanciamo in mare. Devo riconoscere che sento in me una strana sensazione che contribuisce a prendere questa decisione: un senso di noia, di rinuncia fatalistica verso un viaggio e una barca dove tutto sembra accadere nel verso sbagliato. Mi sento stufo della barca, del mare, dei problemi, di tutto quello che ci sta ossessionando e colpendo fin dal giorno della partenza senza lasciarci un attimo di respiro ed  quasi un senso di liberazione che accompagna il mio lancio della zattera in mare.
 quasi nuova e dovrebbe essere sufficientemente comoda, visto che  omologata per sei persone e noi siamo appena in due.
La prima cosa che mi colpisce  la lunghezza del cordino di apertura. Lateralmente al contenitore rigido dell'autogonfiabile c' una cimetta che va fissata alla barca prima di lanciare tutto a mare e io avevo sempre creduto che fosse sufficiente tirarla un po' perch la zattera si aprisse. Non ricordo pi le volte che ho rimproverato qualcuno perch non tirasse o addirittura non toccasse la cordicella per paura che potesse aprirsi tutto. E invece la cimetta  lunga circa venti metri e impieghiamo un tempo che ci sembra lunghissimo per svolgerla tutta tirando a piccoli strappi, mentre teniamo fermo in qualche modo il contenitore fra la poppa dello scafo centrale e quello di destra. E poi, quando finalmente il cordino si esaurisce, non accade proprio nulla. Proviamo a tirare in tutti i modi, diamo strappi alla cimetta, la tiriamo mentre con i piedi teniamo fermo il contenitore e quando stiamo per rinunciare, ormai convinti di un guasto al meccanismo di apertura, la valvola cede e la zattera prende a gonfiarsi.
Tra un'ondata e l'altra carichiamo tutta la roba, poi Vincenzo sale per primo e infine io. Lascio la cimetta legata alla barca e ci allontaniamo.
L'idea  quella di restare attaccati al trimarano sfruttando la remora di questo in modo da essere un Poco riparati dal mare, ma ci rendiamo
conto che la cimetta  in forte tensione: la zattera, evidentemente, scarroccia molto pi velocemente della barca e questo, unito al movimento delle onde, genera una tensione e degli strappi continui alla cordicella. C' il pericolo che possa cedere qualche pezzo dell'auto-gonfiabile ed  meglio tagliare la cimetta e lasciarci andare.
Do un'ultima occhiata al Prahu, mi sembra assurdo abbandonarlo. Visto da lontano sembra una ballerina che danzi sulle punte.
Sulle ondate pi alte, infatti, resta in equilibrio con lo scafo centrale sulla cresta dell'onda e con entrambi gli scafi laterali fuori dell'acqua dando un senso di agilit e di equilibrio incredibile. Ci sembra cos piccolo rispetto al mare e cos grande in proporzione alla nostra zattera, lo conosciamo cos bene e io ci sono cos affezionato che ancora non so se debba avere fiducia in lui o in questo autogonfiabile al quale ci stiamo ora affidando.
Tagliata la cima ci allontaniamo molto velocemente e, vista la velocit di scarroccio del trimarano che ben conosciamo, stimiamo che la zattera cammini intorno ai tre nodi. Dopo appena qualche minuto si rompe la piccola ancora galleggiante del nostro nuovo mezzo e ci diamo da fare per sistemare l'altra di rispetto che abbiamo trovato fra le dotazioni.
Siamo molto tranquilli e ci sentiamo al sicuro. Sistemo alla meglio la roba, tutto si muove, sembra di essere all'interno di un pallone sgonfio in balia del mare. Il fondo  cedevole e tutti i sacchi ci vengono addosso poich il punto dove siamo seduti sprofonda parecchio. Vincenzo legge ad alta voce le istruzioni della zattera e io controllo le dotazioni che ci sono state date. Quattro bottiglie d'acqua dolce per sei litri, pochi razzi, dei remi corti per vogare, una torcia
molto bella, un coltello col manico di sughero che appendo al soffitto del tendalino, una scatola di plastica con dei medicinali.
All'improvviso sentiamo vicinissimo il rombo di un frangente, i rumori del mare sembrano amplificati, quasi come se l'autogonfiabile funzionasse da camera acustica, e poi veniamo presi da un frangente. Mi sento dapprima schiacciato su me stesso, poi la zattera si capovolge, vedo l'acqua entrare all'interno e scorgo l'apertura del tendalino dove mi lancio per uscire.
Mi ritrovo in mare a circa cinque metri dalla zattera, intorno  tutto bianco e blu per la schiuma del frangente. Mi sento per un attimo perso e credo proprio che debba essere la mia fine, disperso nel Mediterraneo, come dicono di solito le Capitanerie di Porto. Per fortuna gli stivali si sono sfilati, ma sono pieno di abiti, tre pullover oltre la cerata, e ho difficolt a tenermi a galla. Ho ancora addosso un giubbetto di quelli di tipo aeronautico che si gonfiano tirando due laccetti e ne gonfio la met per non impacciarmi troppo nei movimenti, poi prendo a nuotare disperatamente verso la zattera. Vedo Vincenzo che  uscito chiamandomi, ha la faccia stravolta, poi mi scorge e aggrappandosi al tientibene esterno della zattera si allunga verso di me tendendomi la mano. Ho l'impressione di aver fatto appena in tempo ad afferrarlo. Tutto si  svolto in una manciata di secondi e in questi pochi attimi  come se fossi passato dalla vita alla morte e da questa di nuovo alla vita.
Sono aggrappato al tientibene, Vincenzo  ancora accanto a me, e noi possiamo ancora farcela.
 stata una grossa sciocchezza essere uscito dall'autogonfiabile, ma avevo avuto l'impressione di venire schiacciato se fossi rimasto l
dentro. Agiamo come degli automi, aggrappandoci alla vita disperatamente, almeno finch le forze ce lo consentiranno.
Anche questa volta abbiamo perso qualcosa; gli stivali di Vincenzo sono finiti anche loro a impinguare il ricco bottino del mare. Credo che potrei paragonarlo a un gatto e noi ai topi: gioca con noi, si diverte, ci lancia in aria, ci butta sott'acqua, ogni tanto ci strappa qualcosa ma intanto ci tiene in vita per prolungare l'agonia e non interrompere il divertimento. In questo momento, per, valiamo ben poco come giocattoli, siamo stanchi e accusiamo lo sforzo fatto finora.
Dobbiamo sgottare usando una busta di plastica e per ultimo usiamo un mio calzettone. E impossibile asciugare tutto, siamo bagnati fradici e coliamo acqua in continuazione e in pochissimo tempo una nuova pozzanghera si forma sotto i nostri corpi dandoci l'impressione che ogni sforzo fatto per asciugare sia inutile.
Poi sentiamo ancora il rombo del frangente e di nuovo, per la quarta volta, si ripete la scena precedente. Propongo a Vincenzo di non uscire e provare a raddrizzarla a turno in modo da risparmiarci un po' di fatica, ma non riesco a raddrizzarla da solo e sono costretto a farlo uscire per aiutarmi.
Questa volta si  rotto il tendalino e c' uno squarcio di un metro fra la base e l'attacco sui bordi dell'autogonfiabile.
Forse sono stato proprio io a poggiarci sopra i piedi mentre venivamo capovolti.
Di nuovo sgottiamo tutto e poi ci stendiamo sul fondo. Siamo stanchissimi e molto infreddoliti e se la zattera dovesse continuare a ribaltarsi non ce la faremmo a reggere a lungo. Lo sforzo continuo che ci viene richiesto  al di sopra delle nostre possibilit ed energie.
 con quest'animo che ascoltiamo l'arrivo di un altro frangente e istintivamente ci irrigidiamo puntando i piedi e la testa sulle pareti della zattera che  di forma esagonale e larga all'incirca un metro e settantacinque. Il frangente copre completamente l'autogonfiabile e lo sentiamo torcersi sotto di noi. Il tendalino ci viene addosso e di nuovo sembra schiacciarci, ma il frangente passa senza capovolgerci. Sembra la fine di un incubo.
Il tendalino  rimasto abbassato e pieno d'acqua e a considerare dal peso che sentiamo sopra di noi devono essere parecchi litri d'acqua e dobbiamo fare uno sforzo notevole per riuscire a sollevarlo. Purtroppo il tendalino rotto ha lasciato passare molta acqua all'interno, ma sempre meglio di una nuova capriola e relativo tuffo e risalita.
Il morale riprende a salire dall'abisso in cui era disceso(24).
Vincenzo riesce a fare una riparazione robusta e ingegnosa al tendalino: prende delle monetine che avevo in tasca e le chiude nel tessuto con un nodo parlato e fissa il resto della cimetta al tientibene esterno mettendola perfino in tensione.
E un po' il sistema che usavano una volta le massaie quando appendevano la biancheria ad asciugare fuori ai balconi con tutti quegli spaghini, un sistema banale ma che funziona benissimo.
In questo modo siamo riparati dal freddo, ma dobbiamo fare attenzione a tenere al mare la parte sana del tendalino per evitare che entri acqua continuamente. I frangenti ci colpiscono spesso e ogni volta dobbiamo risollevare il tendalino e sgottare. Altre volte ci fanno fare un testacoda e ci ritroviamo con il lato rotto dalla parte del mare e allora dobbiamo sporgerci fuori e remare con le mani per
riportare la zattera nella posizione precedente. Lavoriamo continuamente, ma siamo pi riparati dal freddo e quando veniamo coperti dal frangente riusciamo a bagnarci solo le gambe. Dentro, sul fondo, c' continuamente acqua e non riusciamo neppure per poco tempo a restare un po' asciutti,  praticamente impossibile.
All'interno della zattera, sotto il tubolare che sostiene il tendalino c' una piccola lucetta e in corrispondenza ce n' un'altra all'esterno. E una luce molto debole ma rischiara un poco all'interno e ci consente di lavorare meglio e sistemare la roba anche la notte. Scopriamo che nel sacco degli strumenti, quello che prima era dei viveri, sono rimaste undici scatolette di carne da un etto e una da due etti e sono gli unici viveri che abbiamo a bordo. Non che possano servire a sfamarci, soprattutto dopo lo sforzo fatto nelle ultime ore, ma certo ci danno qualche chance in pi di prima. Ne mangiamo una e decidiamo di razionarle, ne prenderemo una al giorno e sempre alla stessa ora in modo che un minimo di abitudine possa servire a diminuire gli stimoli della fame(25). Sempre nello stesso sacco scopriamo anche una scatoletta di latte condensato e ne prendiamo subito un poco. Vincenzo vorrebbe razionare anche l'acqua, ma io ho una sete incredibile e per quanto faccia attenzione finisco per berne spesso a piccoli sorsi durante tutta la notte.
I frangenti continuano a imperversare e ci tocca spesso sgottare, ma per fortuna non subiamo altri cappottamenti. Durante la notte cominciamo a sentire molto freddo, probabilmente anche perch indeboliti dallo sforzo della giornata e poi  anche il fondo della zattera a essere gelido. E un solo strato di tessuto gommato e a contatto con il mare trasmette ai nostri corpi tutto il gelo dell'acqua. Decidiamo di
improvvisare due sedili. Per uno utilizziamo il giubbotto gonfiandolo tutto e separando le due parti di cui  composto in modo da formare un cuscino. Un altro lo ricaviamo sistemando la radio, la cassetta del sestante e la radio VHF nel sacco degli strumenti in modo che stiano in piano. E un sedile molto scomodo e duro, ma riesce a isolare bene dal freddo. Abbiamo trovato anche uno dei cuscini della barca che avevamo usato per riparare gli strumenti dagli urti. E piccolo e quadrato, dentro ha una spugna sottile che va benissimo per asciugare il fondo della zattera e fuori una foderina rossa che potr servire per fare delle segnalazioni. Come spalliera per il sedile fatto con il giubbotto usiamo la tanica dell'acqua tenendola in piedi e fissandola al tientibene in modo da non fare uscire nemmeno una goccia d'acqua.
Abbiamo molto freddo e dobbiamo stare abbracciati per cercare di conservare il poco calore che riusciamo a immagazzinare.
Non dormiamo quasi, riusciamo appena a riposare, ma a tratti molto brevi.

15
Il giorno successivo il mare non accenna a calmarsi. Sgottiamo continuamente l'acqua e c' sempre uno di noi steso sul fondo per irrigidirlo mentre l'altro  pronto a intervenire.
Abbiamo entrambi uno strano pizzicore alle gambe. Durante la notte per scaldarci abbiamo urinato nei pantaloni e ora, malgrado i lavaggi successivi, sentiamo questo fastidioso prurito.
L'acqua della tanica si  ridotta a un terzo, decidiamo di berne usando il tappo come misura. Abbiamo entrambi molta sete, ma credo di essere io a soffrirne di pi. Vincenzo non l'ho mai visto bere molto da quando eravamo in barca, mentre io a periodi riesco a bere quantit d'acqua incredibili. Quando mi assale la sete non ci sono rubinetti che riescano a calmarla, ma qui in zattera non ci sono rubinetti, purtroppo.
Poi la prima litigata del naufragio(26). Vincenzo prima si adira perch voglio bere troppo spesso e poi scoppia quando chiedo un tappo d'acqua con il tono e la voce di chi chiede 'na tazzulella 'ecaf. Mi fa una scenata tremenda e finiamo per litigare tirandoci in faccia tutti i nostri difetti. Vincenzo mi rimprovera il mio modo di scherzare spesso e magari facendo battute proprio nei momenti meno adatti. Finisce poi col tirare fuori tutto quello che avevamo gi discusso sulla barca. La mia sfiducia nei suoi riguardi, quella
continua presenza che manifestavo mentre lui faceva qualcosa, quasi come se avessi voluto controllarlo come si fa con un bambino perch non faccia guai, e che finiva per dargli un senso di oppressione e di mancanza di libert quando eravamo insieme a bordo. Io mi discolpo rimproverando la sua superficialit nell'eseguire i lavori della barca dovuta a una mancanza di capacit manuale unita al suo solito disinteresse per le cose banali.
Andiamo avanti cos per un poco e poi, come le altre volte, tutto si esaurisce e ritorna la normalit. C' sempre stato fra noi una sorta di completa sordit a quello che dice l'altro, parliamo e ci sfoghiamo ad alta voce, ma  come se ognuno parlasse con se stesso. Le offese, le critiche, i rancori non arrivano mai al livello della polemica, del dibattito, perch nessuno dei due riprende le idee dell'altro, tale  l'ansia di dire quello che si  covato dentro a lungo. E poi, e questa  la cosa pi strana, la vita riprende come se nulla fosse accaduto o fosse stato detto. A volte mi sembra assurdo che proprio noi due, che una certa sensibilit ha spinto a viaggiare, a scoprire, a fuggire un mondo monotono dove  cos difficile trovare qualcuno disposto ad ascoltarti e aiutarti o solo starti vicino, abbiamo finito per ricrearne un altro identico fra noi.
Abbiamo come prima tante cose da dividere, gli stessi problemi pratici, la stessa casa, gli stessi libri, lo stesso cibo e ora la stessa sopravvivenza eppure continuiamo a vivere da soli e a ribellarci e litigare come prima della partenza, ma questa volta non con un estraneo o un familiare distratto, ma con qualcuno che dovrebbe essere proprio come noi, anzi uno di noi.
La giornata scorre veloce, il mare  ancora molto forte e il lavoro
dello sgottamento  diventato quasi di routine.  bastato poco tempo perch si creassero delle abitudini. E cos sgottare  diventata un'abitudine, e poi il non mangiare e l'urinare nel sacchetto di plastica, e poi lo stare scomodi e il cercare di bere il meno possibile. Tutto finisce con l'essere sopportato come un fatto normale e basta poco per darti qualche gioia, a volte anche il trovare una posizione comoda, se pure per pochi minuti, ti d un senso di soddisfazione e di felicit(27).
 incredibile quanto sia vero il detto che "l'uomo  un animale abitudinario". Anche sulla barca  stato cos. Erano diventati normali il maltempo, la condensa che colava gocciolando dal tetto della tuga, i materassi fradici, il cibo in scatola, l'acqua in sentina. Tutte abitudini acquisite in poco tempo, ed era sufficiente la visita di un uccellino mentre eri al timone in pozzetto per farti tornare l'allegria.
Camminiamo molto veloci, pure la seconda ancora galleggiante  durata poco e la zattera sembra avere le ali. Anche i sacchetti posti sul fondo e che dovrebbero servire a frenarla e stabilizzarla sembrano servire a ben poco e a volte sembra quasi di lasciarsi dietro una scia. Il tendalino, posto di piatto al vento, funziona come una vela e credo che la sua superficie unita a quella della fiancata della zattera sarebbe sufficiente a spingere una barca.
Durante la notte la lucetta del canotto si spegne e dobbiamo lavorare al buio. Il freddo ci sembra ancora pi intenso e i piedi e le mani ne soffrono molto. Abbiamo solo un paio di calzini di lana leggera ormai completamente fradici.

16
All'alba siamo molto stanchi, ma riprendiamo le attivit.
Cerco delle vitamine, ma le medicine sono praticamente inservibili(27). L'acqua le ha deteriorate quasi tutte e quelle che potrebbero essersi salvate hanno perso l'etichetta e sono diventate irriconoscibili. Sarebbe stato necessario tenerle sempre tutte in
flaconcini di vetro e con il nome scritto a penna su un pezzo di cerotto, come fanno negli ospedali. Possiamo tenerci solo due tubetti di stagnola che riusciamo a riconoscere dall'odore e dalla composizione del contenuto. Uno deve essere una pomata antireumatica o anticontusioni e si sente l'odore della canfora di cui  composta e poi  molto untuosa e l'altro deve essere una specie di pasta Fissan al latte,  bianca e poco untuosa e inodore e dovrebbe servire contro le irritazioni. Buttiamo tutto il resto a mare. E un peccato perch c'era parecchia roba utile, ma abbiamo fatto l'errore di usare il contenitore stagno, dove erano contenute, per sgottare.
Cerco anche di costruire una torcia, pu servirci per illuminare l'interno della zattera di notte o per farci avvistare da qualche nave. Utilizzo la lampadina interna della zattera e i suoi fili e come pila utilizzo una di quelle della radio ricevente. Funziona molto fiocamente, le pile sono bagnate e quasi scariche.
La costruzione della pila  comunque servita a distrarmi ed  incredibile il tempo che ho impiegato
per farla. Credo di aver impiegato qualche ora per un'operazione che a terra avrei facilmente compiuto in pochi minuti, ma qui  tutto pi complicato. Mentre si fa qualcosa si resta in continua apprensione a ogni passaggio e relativo rumore di frangente, sempre pronti a lanciarsi sul fondo per irrigidirlo e i falsi allarmi non si contano. Poi quando l'allarme  giustificato bisogna interrompere tutto e mettersi a sgottare e asciugare. E in questa atmosfera tirare fuori qualcosa dai sacchi  un rischio, se un frangente dovesse capovolgerci mentre il sacco  aperto o slegato dal tientibene potremmo perdere qualche altra cosa di quel poco che abbiamo. E poi il movimento continuo di ogni parte dell'autogonfiabile, tutto balla e si muove o cede mentre si fa qualcosa e passo un tempo che sembra interminabile solo per liberare la lampadina interna dell'autogonfiabile e i fili dalla guaina che li contiene. Basterebbe un movimento falso col coltello per bucare il sostegno del tendalino e la parte di zattera collegata a esso oppure lanciarmi in malo modo sul fondo per irrigidirlo o una torsione strana dell'autogonfiabile per farmi fare qualche danno irreparabile.
Di acqua ne  rimasta poca, circa un litro e mezzo e cerchiamo di berne sempre di meno. La cosa che ci stupisce  di non sentire gli stimoli della fame, eppure in questi due giorni abbiamo mangiato pochissimo, due scatolette di carne e una di latte condensato, mentre abbiamo dovuto sopportare uno stress fisico notevole. Dopo il quarto e ultimo ribaltamento eravamo esausti come poche volte ci era accaduto prima.
Il mare va calmandosi un poco,  sempre forte ma il numero dei frangenti pericolosi  diminuito e cos abbiamo pi tempo fra uno sgottamento e l'altro.
Abbiamo a bordo la piccola bussola di rilevamento del radiogoniometro e di tanto in tanto la osserviamo. Continuiamo a procedere diritto verso levante. Proviamo a controllare la velocit della zattera gettando dei pezzetti di carta in mare e calcolando il tempo che impiegano a percorrere uno spazio di quattro metri. I calcoli sono complicatissimi e facciamo una serie di prove. Passiamo ore a valutare l'errore nel cronometraggio e a ricontrollarlo e poi a trasformare il calcolo in miglia nautiche e infine arriviamo alla conclusione che stiamo facendo oltre quattro nodi, come del resto ci aspettavamo.
In questo modo trascorriamo la giornata e ci prepariamo alla nostra terza notte in mare. Il freddo continua a essere insopportabile e continuiamo a giacere abbracciati e di nuovo litighiamo.  difficile, infatti, in queste condizioni riuscire a trovare una posizione decente o comunque a conservarne una anche per poco(28).  un continuo girarsi, scivolare, sistemarsi, cercare una posizione e poi perderla, sentire di avere trovato quella giusta e poi essere spostati dall'altro che sta perdendo la sua e cos cominciamo a gridare ciascuno all'altro di stare pi fermo o di puntellarsi meglio. Forse  ridicolo litigare per questo, ma a volte dopo lo sforzo fatto e i continui tormenti subiti dal movimento della zattera l'aver trovato una posizione che possa dare anche per poco tempo un senso di comodit  una sensazione troppo bella per perderla e se questo accade perch  proprio l'altro che in quel momento ci spinge o si accosta bruscamente allora sentiamo subito esplodere la rabbia.
Il fatto  che siamo davvero stanchi e anche se ora ci tocca sgottare di meno ci sentiamo esausti e sentiamo tutta la necessit di un riposo completo, anche se di breve durata.

17.
All'alba del quarto giorno ci sentiamo profondamente stanchi e cominciamo a essere un po' apatici, e questo mi preoccupa(29).
Ci mettiamo a parlare e insieme riviviamo le tappe di questo nostro sfortunato viaggio, ma questa volta discutiamo con calma. Siamo pi rilassati e il mare, pur essendo ancora agitato, si  calmato parecchio e i frangenti sono davvero pochi. Cerco di pulire e asciugare meglio la zattera. Nei posti dove siamo seduti, sotto i nostri improvvisati cuscini, ci sono continuamente delle piccole e fastidiose pozzanghere.
Tutto dentro  ancora bagnato e cola acqua con uno stillicidio inarrestabile. Si asciuga e dopo un poco la pozzanghera si riforma e noi di nuovo asciughiamo e lei di nuovo ritorna. Il pezzo di gomma spugna del cuscino ci serve egregiamente per questo e almeno per brevi tratti sembra quasi di aver sconfitto l'acqua. Tra l'altro, sempre per quella mia sensazione di sicurezza che avevo ricevuto dalla zattera prima di usarla, avevo messo nel sacchetto degli strumenti sigarette e fiammiferi per poter fare una fumatina al momento buono e ora abbiamo pezzetti microscopici di tabacco dappertutto. Qualsiasi cosa tocchiamo, vestiti, sacchi, strumenti, spugna per asciugare, tutto ci lascia sulle mani i dannati pezzetti di tabacco e Vincenzo, che non fuma e non ha mai fumato, non pu fare a meno di maledire la razza dei fumatori, me incluso, naturalmente.
Con l'antenna telescopica della radio ricevente, che  lunga due metri buoni, e con la fodera rossa del cuscino preparo una bandierina per le segnalazioni che potrebbe essere utile in caso di avvistamento di navi. Sono certo, infatti, che non appena il mare si sar calmato riusciremo a incrociare qualche nave. Ormai dovremmo essere nel Canale di Sicilia ed  una zona di traffico per navi commerciali. Dubito, invece, che saremo visti facilmente da una nave. Ho letto troppe volte di naufraghi che prima di essere salvati da una nave ne hanno avvistate parecchie. Quando navigano in mare aperto inseriscono il timone automatico e solo di tanto in tanto quello addetto alla guardia o il timoniere si affacciano, ma per vedere se incrociano altre navi e quasi senza badare ad altro.
Quanti piccoli yachts sono stati investiti da navi che poi hanno proseguito la loro corsa senza nemmeno accorgersene o fermarsi? Anche noi sotto le coste dell'Algeria abbiamo evitato per poco un investimento. Stavamo navigando di notte a poche miglia dalla costa algerina diretti verso Annaba, dopo aver tentato inutilmente di superare il maledetto Capo Bougaroni, quando dritto in poppa abbiamo avvistato il rosso e il verde delle luci di via di una nave. Come al solito abbiamo cominciato a illuminare le vele con la potente torcia che avevamo a bordo e poi a fare segnalazioni luminose direttamente verso la nave. Siamo andati avanti per un pezzo con la luce, ma la vedevamo continuare a venirci dritta sulla poppa. A bordo, per, proprio per questi casi ho sempre avuto una tromba ad aria compressa, di quelle con la bomboletta che si usano a volte negli stadi e che adesso si usano comunemente sulle imbarcazioni al posto del corno da nebbia, ed  stato solo grazie alla tromba che ci hanno avvistati ed evitati di un soffio.
Credo che la nave sia passata a non pi di venti metri da noi e forse  stato il pericolo maggiore che abbiamo avuto in tutto il viaggio. Figurarsi, quindi, poi se riescono ad avvistare un oggetto microscopico come una zattera e per giunta senza alcun mezzo di segnalazione come razzi, fumogeni, trombe o luci. Credo che sia pi facile essere investiti e affondati da una nave che dovesse passarci vicina piuttosto che essere avvistati o salvati.
Mentre siamo intenti a queste riflessioni arriva un altro frangente, ma questa volta inaspettato e potente come quelli dei primi due giorni e riesce a coglierci impreparati(30). E il quinto capovolgimento e perdiamo l'antenna con la bandierina appena costruita e la giacca della cerata che Vincenzo si era appena tolto. Ancora una volta raddrizziamo la zattera e montiamo a bordo per poi sgottare litri e litri d'acqua. Perdiamo cos quella briciola di calore che eravamo riusciti ad accumulare in queste ultime ore pi asciutte e siamo di nuovo infreddoliti e bagnati.
Ci sentiamo depressi e quasi in collera con questo mare che non ha perso l'occasione di un nostro attimo di distrazione per manifestare la sua forza e la sua collera. Lo sentiamo come un nemico personale, tanto pi forte di noi e che riesce a umiliarci quando e come vuole.
Al tramonto avvistiamo la nostra prima nave. E quasi buio quando sentiamo il rumore dei suoi motori mentre si avvicina. Ha pochissime luci a bordo, probabilmente  una nave da carico e punta proprio verso di noi. La vediamo passarci vicinissima e gridiamo come disperati mentre con la luce ormai fiochissima della lampadina cerchiamo di fare qualche segnale.
Abbiamo l'impressione che qualcuno a bordo ci abbia uditi o abbia scorto la nostra debolissima luce
e che ci mandi qualche segnale con una pila. La nave ci passa molto vicina, forse a meno di cento metri, e cammina lentamente, ma alla fine prosegue senza fermarsi.
Stranamente questo episodio non ci abbatte, ma risolleva il nostro morale.  la dimostrazione che siamo su rotte di traffico commerciale ed  bastato che calasse il mare perch facessimo il nostro primo avvistamento; certamente vedremo altre navi. Il mare ormai  molto meno mosso, anche se il vento continua a soffiare deciso da ponente e a spingerci, come ci auguriamo, verso le coste siciliane. Domani potrebbe essere la volta buona che mettiamo la parola fine a questa storia.
Continuiamo a mangiare la nostra scatoletta di carne quotidiana e a meravigliarci per la mancanza degli stimoli della fame. Il problema che si sta mostrando sempre pi grave  la mancanza di acqua.
Ormai  agli sgoccioli e probabilmente finir fra stanotte e domani e la sete  gi insopportabile. Mi domando come faremo quando l'acqua sar finita del tutto e quando potremo ricaricare la tanica. Quello della sete  il problema che ci affligge di pi e che risentiamo maggiormente e questa maledetta burrasca che ci ha distrutto la barca non ha ceduto un solo grammo d'acqua. E ora le cose peggioreranno ancora,  probabile che il tempo si aggiusti e chiss quanto ci toccher attendere per un rifornimento.

18.
All'alba il cielo  ancora coperto e vento e mare si mantengono da ponente, comunque credo che stiano migliorando.
Per trascorrere il tempo ci diamo da fare per cercare di calcolare la nostra posizione e ancora di pi cercare di ricordare dei dati(31). Rammentiamo ancora la longitudine del nostro punto stimato al momento dell'abbandono del trimarano sebbene con una certa approssimazione. L'avevamo segnato sulla carta che ci eravamo portati dietro e che poi  andata persa, ma quello che ricordiamo ci sembra sufficientemente esatto. Poi Vincenzo si ricorda il valore del Meridiano di Monte Mario e con questi dati cerchiamo di ricostruire la longitudine di Trapani, ma non  facile.
La nostra preoccupazione  che se il vento da ponente dovesse terminare prima di raggiungere la costa nord della Sicilia corriamo il rischio di infilarci nel Canale di Sicilia, dove avremmo meno chance di toccare terra. In quel caso, infatti, avremmo la costa solo a nord e a sud e soltanto due venti, tra l'altro abbastanza improbabili in queste zone, potrebbero spingerci a terra: tramontana e mezzogiorno, mentre gli altri continuerebbero a portarci in giro, spingendoci avanti e indietro nel canale. Se invece riuscissimo a superare la punta di Trapani di un po' di miglia, allora quasi tutti i venti potrebbero spingerci verso terra e una burrasca, del resto probabile di questi tempi, potrebbe fornirci l'occasione buona per un
atterraggio. La strada per arrivare a determinare la probabile longitudine di Trapani  lunga e irta di difficolt e ci impegna per non poco tempo. Io ricordo che Palermo dovrebbe avere quasi la stessa longitudine di Roma o leggermente inferiore, ma l'intoppo pi grave  la distanza tra Palermo e Trapani. E un tratto di costa che non abbiamo mai percorso, n via mare n via terra. Cerchiamo freneticamente nella nostra mente qualche ricordo o qualche riferimento che possa aiutarci, ma continuiamo a vagare nel buio pi completo. L'unica cosa  lanciarci in una stima molto approssimativa: cento o centodieci miglia dovrebbero andare bene.  la distanza Trapani-Annaba? Quella ci sembra pi facile, dovrebbero essere circa duecento miglia. E quante miglia pu aver percorso la zattera in questi quattro giorni? Se effettivamente abbiamo fatto una media di quattro nodi i primi due giorni e poi siamo andati calando dovremmo gi essere all'altezza di Trapani, perch abbiamo fatto pi di duecento miglia. Ma Trapani, visto che noi abbiamo sempre proseguito in linea retta verso levante,  pi in alto o pi in basso rispetto al punto in cui abbiamo lasciato la barca? Ci ricordiamo che a nord della Tunisia ci sono degli scogli con un faro, quelli de La Galite, e noi eravamo certamente pi a nord, tanto pi che ci siamo passati senza finirci sopra. Io credo che dovremmo essere leggermente sopra Trapani o comunque abbastanza vicini. Vincenzo  del parere che dobbiamo ancora arrivarci.
Decidiamo poi di fare dei turni di guardia per avvistare le eventuali navi e di nuovo nascono discussioni. Vincenzo  categorico come sempre: ognuno di noi, a turno, deve restare affacciato e guardare continuamente fuori. Ma per vedere fuori bisogna fare un discreto sforzo,  necessario, infatti, restare in equilibrio.
sul bordo della zattera e di tanto in tanto cercare di alzarsi in piedi per guardare tutto intorno oltre il tendalino e con la mobilit e morbidezza della zattera  abbastanza difficile farlo a lungo. Io credo che sia sufficiente fare dei turni di un'ora ciascuno affacciandosi e guardando tutto intorno ogni quarto d'ora. Ritengo che una volta fatta l'osservazione, una nave che dovesse entrare nel nostro raggio di avvistamento e soprattutto abbastanza vicina da poterci effettivamente avvistare impiegherebbe almeno un quarto d'ora per uscirne. Alla fine Vincenzo si convince e accetta la mia proposta.
Continuiamo a guardare fuori per tutta la giornata, ma non facciamo altri avvistamenti. Il mare  ancora leggermente agitato e il cielo  ancora coperto.
L'acqua  ormai al lumicino e la sete si fa sempre pi incalzante. Ci bagnamo appena le labbra di tanto in tanto, ma non basta a spegnere la sete. Continuiamo a non sentire gli stimoli della fame, ma la sete  sempre l, presente. La bocca impastata, le labbra asciutte, la difficolt nel muovere la lingua che si trasforma in scarsa voglia di parlare e lunghi silenzi.
Di tanto in tanto devo anche gonfiare la zattera(32). Nei vari capovolgimenti abbiamo perso anche il gonfiatore che era in dotazione ed  necessario supplire col fiato. Tra l'altro il sistema delle valvole ci sembra fatto male. Queste, infatti, sono simili come principio a quelle dei gommoni, ma non hanno come le altre una chiusura di sicurezza con tappo a vite, ma un tappo di gomma nera durissima che sporge fuori dalla sua sede, alla quale  assicurato da un piccolo laccetto, per evitare di perderlo quando si toglie. Capita spesso, soprattutto di notte, di urtare il tappo di gomma e allora bisogna cercare di rimetterlo a posto subito perch la valvola di per
s non ha una chiusura ermetica, ma  difficile incastrarlo bene per la durezza della gomma di cui  fatto. Cos ora ci tocca anche di tanto in tanto di gonfiare a pieni polmoni nelle valvole per cercare di irrigidire la zattera.
Nel pomeriggio avvistiamo un'altra nave, ma  molto lontana e i nostri sforzi sono ancora una volta inutili. Il mare  ancora mosso e noi finiamo per scomparire spesso nel cavo dell'onda e vederla solo a tratti. Proviamo lo stesso a fare delle segnalazioni e Vincenzo agita a lungo i pantaloni arancioni della cerata mentre io cerco di sostenerlo in piedi abbracciandogli le gambe.
Passiamo la notte abbracciati e spesso tremando. Non riesco a capire se  proprio la temperatura che sta diminuendo o  la nostra resistenza al freddo che va scemando. Cerchiamo anche di controllare frequentemente la bussola per paura che il tempo cambi all'improvviso e il vento cambi direzione, ma di notte col tempo coperto riusciamo a fare una sola dubbia osservazione. Il chiarore lunare ci giunge solo a tratti e molto smorzato.

19.
Al risveglio ci accorgiamo che l'acqua  praticamente finita e che ne restano poche gocce e difficili da raggiungere. La sete si fa sempre pi insopportabile, non avrei mai creduto che potesse essere cos brutta. E poi la cosa peggiore  che  sempre presente. I pensieri cambiano, a volte quello che fai ti distrae, la fame ormai non la sentiamo pi, ma la sete no, lei  l, implacabile, che ti accompagna in ogni gesto, in ogni pensiero e non riesci a trovare nulla da fare che possa fartela accantonare, fosse anche per un solo istante.
Poi facciamo un altro avvistamento. Sono circa le undici, a sprazzi compare il sole, e mare e vento si sono calmati, c' ancora per un leggero ponente.  una grossa nave da carico, di colore beige e con una "C" azzurra in campo bianco sul fumaiolo ed  a meno di trecento metri da noi. Vediamo un uomo che armeggia a prua e un altro che si appresta a raggiungerlo per aiutarlo. Ci sono anche altre persone e stanno facendo tutte qualcosa. Facciamo segnali, urliamo, siamo felici e per la prima volta la salvezza ci appare proprio a portata di mano e quasi non bisogna far altro che afferrarla; ma purtroppo non  cos. La nave scivola via senza vederci.
Siamo proprio depressi, se non ci ha visto questa nave che ci ha quasi sfiorato come possiamo pensare che sia proprio una nave a salvarci? E Vincenzo mi conferma che anche lui quando faceva i turni al timone sui mercantili sui quali era imbarcato passava la maggior parte del tempo a leggere e solo di tanto in tanto lanciava un'occhiata fuori. Col timone automatico non  necessaria una vigilanza continua e nessuno la effettua.
Io torno a dire che dobbiamo contare solo su noi stessi e cercare di sopravvivere il pi a lungo possibile in attesa che vento e mare ci spingano a terra da qualche parte. Tutte queste discussioni e questi avvistamenti inutili servono solo a demoralizzarci e quasi sarebbe preferibile non vedere alcuna nave, pur di non provare delusioni cos forti.
Stamane Vincenzo ha provato a leccare la rugiada che si era formata sul tendalino ed  riuscito a inumidirsi le labbra.
Ho provato anch'io, ma era pochissima e piena di sale e con un sapore di plastica incredibile, amaro e rivoltante. Cerco di ricordarmi se l'acqua di mare pu essere bevuta senza inconvenienti, ma non mi viene nulla alla memoria(33). Tempo addietro ho letto il libro di Bombard, il medico francese che ha attraversato l'Atlantico su un canotto partendo senza viveri n acqua, ma ho preso buona nota solo dei suoi consigli dietetici, di come e cosa  necessario mangiare a bordo perch non si verifichino carenze nell'organismo. Ricordo anche che era riuscito a ricavare acqua premendo la carne dei pesci, ma noi non abbiamo nulla a bordo per poter pescare e poi in ogni caso non avremmo esche. Ricordo molte cose del libro di Bombard, ma non quella che vorrei ricordare in questo momento: si pu bere l'acqua di mare? Fa male? Pu avere effetti secondari pericolosi o comunque fastidiosi, come aumentare la sete? Non lo so, ma comunque decido di usarne un poco per inumidirmi le labbra e con molta parsimonia. Provo anche a berne un sorso,
ma sento un senso di fastidio in gola e decido subito di rinunciarci.
Durante il giorno il tempo migliora ancora e ne approfittiamo per spogliarci un poco. Fa ancora freddo, ma i vestiti umidi cominciano a diventare insopportabili e poi credo che sia necessario far prendere anche un po' d'aria alla pelle. Ci sentiamo indolenziti, la zattera  di per se stessa scomoda e i nostri giacigli non sono da meno.
La notte scorre tranquilla e per la prima volta riposiamo ma non riusciamo a dormire che a brevi tratti. Spesso ci svegliamo tremando e andiamo avanti per lunghi minuti scossi da brividi tremendi per tutto il corpo ma che comunque servono a darci un lieve benessere. Riusciamo appena a riscaldarci e a riprendere lo stato di dormiveglia e poi di nuovo ricomincia il freddo.

20.
Al mattino la sete  ormai insopportabile. Sono sette giorni che siamo su questa zattera e due che non beviamo(34).
Il tempo  splendido e sembrerebbe una giornata estiva, se non fosse per il freddo. Mi meraviglio che non ci sia ancora venuto un accidente, a me in particolare che sono sempre stato sensibile al freddo e che spesso ho avuto laringiti o otiti.
E invece ancora niente. Forse  anche merito della navigazione fatta prima e di Vincenzo. I quindici giorni impiegati per percorrere il tratto Fiumicino-Annaba sono stati tremendi, il freddo e l'umidit dovuta alle infiltrazioni ci hanno ossessionato. Eravamo arrivati ad avere una temperatura in cabina di sette/otto gradi e la condensa copriva completamente il soffitto della dinette, arrivando a gocciolare continuamente quasi fosse una pioggerellina.
Mi vengono in mente i litigi e le discussioni con Vincenzo fatte a causa della mia meravigliosa stufetta a kerosene e in particolare l'ultima che  stata la pi violenta. Ne rivedo la scena in tutti i dettagli ricordandomi parola per parola tutto quello che ci siamo detti e il freddo che ho dovuto sopportare a causa sua. Ripensandoci ora, credo che sia stato un esercizio utile per irrobustirci al freddo di adesso ed  questo, forse, uno dei motivi per cui ancora non ci  venuto un accidenti. Anche ora, per, quello che soffre di pi la bassa temperatura notturna sono io e ricordo
che in barca Vincenzo sembrava quasi godere del freddo, come la volta che  riuscito a rimanere per quattro ore di fila al timone, con la sua elegante giacca da yachtman, e la faccia paonazza di quando  rientrato in cabina. Mi metto a ridere e lo ricordo anche a lui, ma per Vincenzo non c' proprio nulla di divertente.
Per fortuna ora c' il sole e finalmente ci stiamo riscaldando un poco e con noi gli abiti che abbiamo messo ad asciugare sul tendalino. Poi verso mezzogiorno non riesco pi a sopportare la sete e propongo a Vincenzo di berci la nostra urina(35).
Lui si rifiuta subito e mi domanda se sono impazzito e poi crede che possa essere pericolosa. Anche io ritengo che potrebbe esserlo, per propongo di scambiarcela, in questo modo pu darsi che sia ancora parzialmente assimilabile e quindi meno dannosa. E poi, insisto, non dobbiamo usarla al posto dell'acqua, ma solo inumidirci le labbra e la bocca che l'acqua di mare ha asciugato e impastato ancora di pi. Vincenzo insiste nel non volerla prendere e io invece ne bevo. Una volta raffreddata non ha quasi pi odore e riesce a dissetare, senz'altro meglio dell'acqua di mare. A sera anche Vincenzo si convince e ne prova un sorso, ma non riesce a prenderne altra.
Io, invece, mi sento meglio.
Verso il tramonto abbiamo l'impressione di vedere delle luci.
Sembrerebbero quelle di una citt, ma  molto difficile distinguerle e poi le vediamo solo per poco tempo e in un modo un po' incerto. Comunque potremmo essere davvero sotto costa e quelle essere le luci di Trapani. Il vento oggi  venuto per qualche ora leggero da sud e poi si  rimesso a ponente. Abbiamo visto le luci in direzione sud est
e se il vento dovesse tenere potremmo scapolarle questa notte stessa e cominciare a costeggiare la Sicilia. In questo caso al primo maltempo potremmo scendere in costa. Solo con il libeccio saremmo sfavoriti, ma comunque ci avvicineremmo alla costa, anche se pi lontano e verso la Calabria, e in ogni caso attraverseremmo quella zona di ampio traffico che porta allo stretto di Messina.
La notte scorre per un pezzo tranquilla, pur continuando a soffrire il freddo e tremando spesso. Credo che Vincenzo soffra molto per la sete e non capisco perch si ostini a non bere, non mi sembra proprio il caso di essere schifiltosi.
Poi a un tratto Vincenzo mi sveglia scuotendomi.  molto spaventato e mi dice che ha impiegato parecchio tempo a farmi riprendere e che continuavo a ripetergli di scendere sottocoperta. Io, invece, mi sveglio come da un sogno, immaginavo di trovarmi su un vecchio veliero a due alberi, molto bello, e che eravamo ancorati in una baia immersa nel sole. Non era un posto preciso, ma doveva essere estate e fare un gran caldo e non c'era un alito di vento. La baia era stupenda e strana, con delle rocce alte quaranta o cinquanta metri a picco sul mare e sopra tutto verde. Stavo benissimo e sentivo un gran caldo e invitavo Vincenzo a scendere sottocoperta per bere qualcosa di fresco, ma non ricordo perch Vincenzo non volesse scendere. Forse anche in sogno ero perseguitato dal suo spirito di contraddizione, ma ricordo che continuavo a insistere tenacemente fino a quando mi sono risvegliato. Probabilmente avevo preso sonno per la stanchezza e non mi ero risvegliato al momento opportuno per tremare e difendermi dal freddo.  l'unica ipotesi che mi sento di fare, tanto pi che nessuno che abbia dormito con me ha mai detto che
parlassi nel sonno. Poi risvegliandomi ho sentito un freddo tremendo e ho tremato a lungo. Mi sembrava di aver perso sensibilit ai piedi e alle mani e ho dovuto massaggiarmi a lungo.

21.
Al mattino il tempo  ancora stupendo, c' bonaccia e il mare  veramente magnifico. L'acqua ha un colore blu chiaro ed  di una limpidezza eccezionale, ci ricorda l'acqua di una piscina.
Ci viene voglia a entrambi di fare un bagno e berne a sorsate e restiamo a lungo affacciati alla zattera per fissarla, quasi riuscisse a ipnotizzarci. Ci sembra assurdo averne tanta a disposizione e non poterci far nulla e per un po' ne parliamo, poi la sete ricomincia a farsi sentire. Vincenzo ne soffre molto, io di meno da quando riesco a bere l'urina.
A un tratto affacciandomi vedo una tartaruga. Resto sbalordito,  a meno di dieci metri dalla zattera e sta mangiando qualcosa. Chiamo Vincenzo e insieme la fissiamo, poi cerchiamo di avvicinarci per prenderla. Mi sembra di sognare. Se fossimo in Atlantico forse non mi meraviglierei tanto, ma che possa capitarmi una cosa del genere in Mediterraneo  incredibile.
D'un tratto mi sembra di vivere un sogno: la barca, il viaggio, la burrasca, il naufragio, i ribaltamenti dell'autogonfiabile e ora questa tartaruga. Sono le stesse cose capitate ad altri prima di me e che finora ho letto solo sui libri, ma sono capitate a gente che si era trovata su ben altri mari e io invece le sto vivendo qui, nel mare di casa mia, praticamente dietro l'angolo.
La tartaruga si lascia prendere senza opporre resistenza.
Stava mangiando una seppia che noi, vuoi per l'emozione, vuoi per lo stupore, tralasciamo di prendere. Ma  un peccato non averla presa, avremmo potuto mangiarla mentre tenevamo ancora in vita la tartaruga oppure usarla come esca con qualche lenza improvvisata. Poi procediamo all'uccisione della tartaruga, ma abbiamo parecchie difficolt. Ho paura di tagliare l'autogonfiabile e lo proteggiamo con i pantaloni di Vincenzo, ma non riusciamo a sgozzarla come abbiamo deciso, perch il mio coltello ha ormai perso il filo e non si riesce a tagliare la dura pelle dell'animale. Poi mi ricordo del coltello in dotazione alla zattera e che avevamo messo da parte perch ci era sembrato troppo esile. Per fortuna  ancora al suo posto, appeso al sostegno del tendalino, e inoltre scopriamo che  tagliente come un bisturi. Uccidiamo la tartaruga sgozzandola e poi proviamo a berne il sangue. A me non piace, mi fa decisamente impressione e poi ha un sapore di mare che trovo nauseante. Vincenzo, invece, fa in tempo a berne qualche sorso e mi sembra quasi che gli piaccia. Come  gi successo altre volte, si elettrizza tutto e mi dice che  dai tempi dei greci e dei romani che gli uomini bevono il sangue e anche oltre. Una volta il sangue era di uso comune quasi usato al posto del vino. E poi via una lunga tiritera su tutto quello che facevano saggiamente una volta e che nessuno fa pi(36). Come in barca resisteva al freddo e mi raccontava di come gli uomini abbiano sempre navigato senza riscaldamento, oppure quando mi lamentavo che la barca era scomoda e lui mi diceva che la sua barca non avrebbe avuto cuccette ma panche, e n cucina e tazza del gabinetto perch sono tutte cose moderne, cos ora con lo stesso entusiasmo beve il sangue repellente della tartaruga e se ne asciuga le bave col dorso della mano. A me sembra
un pazzo, ma lui, forse, si sente pi vicino ai suoi ideali di uomo duro e temprato sulle orme degli antenati.
Poi apriamo completamente la pancia della tartaruga e cominciamo a pulirla dagli intestini mentre il cuore ancora pulsa ed  caldo. Credo che la tartaruga intera pesasse una quindicina di chilogrammi e la carne che ne ricaviamo ci sembra parecchia.
Conserviamo solo questa e la parte superiore del guscio che utilizziamo come recipiente. La carne  dura, ma  molto fresca e dissetante. La facciamo tutta a piccoli dadini e di tanto in tanto ne prendiamo. Ci sentiamo subito meglio e poi  la prima volta in otto giorni che riusciamo a mangiare qualcosa di consistente.
Il tempo si mantiene bello tutta la giornata e di notte per la prima volta riusciamo a riposare meglio e a sentire meno il freddo. Abbiamo sempre dei brividi e ci svegliamo tremando, ma meno frequentemente di prima.
Grazie al bel tempo riusciamo a leggere la bussola anche di notte con il chiarore della luna e delle stelle, sebbene a volte impieghiamo interi minuti prima di riuscire a fare una lettura.
Il vento fa un giro strano: al mattino tardi si leva una brezza leggera da sud, poi un po' per volta gira a ponente e si mantiene da questa direzione fino a notte inoltrata quando spira una brezza leggera.

22.
Al mattino ci attende un'altra giornata di bel tempo e mai come questa volta desidereremmo avere una burrasca. Potremmo finalmente avere qualche chance di arrivare a terra e soprattutto di avere un po' d'acqua. Questo  ormai il nono giorno che ci tocca passare su questo autogonfiabile ed  ormai il quarto giorno che siamo senza acqua.
Siamo anche preoccupati perch non abbiamo fatto altri avvistamenti e questo ci sembra per lo meno strano. Se fossimo davvero sotto la costa siciliana, come entrambi crediamo, dovremmo pur vedere o sentire qualcosa; almeno qualche peschereccio, tanto pi oggi che c' un tempo magnifico e il mare sembra una tavola e la visibilit  ottima(37). Anche io, pur non sperando molto, ormai, in un salvataggio da parte di una nave, non posso fare a meno di subire il fascino di questa speranza e a turno con Vincenzo scruto il mare intorno alla zattera con avida attenzione. Siamo come sospesi nell'aria e nel tempo e isolati da tutto e da tutti. Non un oggetto familiare ci  accanto, non una costa amica, non un pesce ci fa compagnia. Il tempo trascorre in un silenzio severo che non si lascia corrompere da niente e da nessuno.
Stamane sia io che Vincenzo avvertiamo un senso di fastidio alla gola, quasi all'altezza dei polmoni, come un'oppressione.
Questo fatto mi preoccupa molto, anche se non ne faccio parola con lui. Deboli come siamo e col freddo
che dobbiamo sopportare di notte potremmo prendere facilmente una polmonite e sarebbe la fine per noi. Cerco di ricordarne i sintomi, ma ancora una volta la memoria sembra tradirmi o forse vuole aiutarmi non mandandomi dati e notizie che potrebbero essere solo fonte di ulteriori e vane preoccupazioni. Non posso fare a meno di pensare, per, che troppo spesso per gli anziani e nei malati la polmonite rappresenta l'anticamera della morte. Poi nel pomeriggio il nostro malessere si allontana cos come era venuto, misteriosamente e inesplicabilmente, lasciando al suo posto quasi un senso di benessere fisico, forse pi dovuto al piacere di uno scampato pericolo che al nostro reale stato fisico.
Approfittiamo del beltempo per far asciugare a lungo gli abiti lasciandoli esposti al sole poggiati sul tendalino. Cerchiamo di asciugare anche il nostro corpo, se solo fosse possibile.
Siamo molto indolenziti e pieni di arrossature e ulcere in tutti i posti soggetti a frizione con gli abiti e con la zattera. Le ginocchia, i polpacci, i gomiti e le natiche sono le parti pi colpite e dolenti. Cerco di ungere tutto con la pomata di Fissan e i piedi e le mani con la pomata canforata, in modo da proteggerli meglio anche dall'umidit e dal freddo(38).
Cerco anche di convincere Vincenzo a fare altrettanto, ma si rifiuta e io non insisto. Non so pi distinguere ormai, e forse nemmeno lo voglio, quello che nega per sua convinzione da quello che nega per ostruzionismo nei miei riguardi e poi, se anche la negazione fosse una conseguenza delle sue idee e dei suoi pensieri, non credo che potrei comunque condividerla.
Politicamente questa situazione  stata espressa con un termine che ha fatto epoca e di cui si  fatto
uso e abuso: gli opposti estremismi. Non so se politicamente possa esprimere in modo corretto e definito qualcosa, ne dubito molto, ma credo che si adatti meglio a esprimere i nostri rapporti che quelli per i quali era stato creato.
Continuiamo a mangiare la carne della tartaruga che oggi  decisamente pi tenera. Ci sono,  vero, dei pezzi che sembrano fatti di gomma, ma anche altri abbastanza buoni. Il sapore e l'aspetto mi ricordano la carne di pollo, sebbene questa non l'abbia mai mangiata cruda e quasi non riesco a spiegarmi l'origine di questa impressione, che pure sento nettissima.
Continuiamo a guardare fuori e a restare affascinati da questo mare bellissimo e che malgrado tutto non pu fare a meno di suscitare in noi passioni che fino a poco fa avrei detto sopite per sempre. Il colore blu chiaro dell'acqua, la sua limpidezza, l'ombra della zattera che si proietta verso il fondo assumendo le forme di un cono dal vertice indefinito. E poi nel pomeriggio, gi qualche ora prima del tramonto, riceviamo finalmente visite: una quantit di pesciolini viene a ripararsi all'ombra dell'autogonfiabile. Ce ne sono tantissimi, fino a sembrare, in certi momenti, una folla pi degna di una vasca di acquario che di un mare aperto come questo in cui siamo. Mi domando dove erano prima e come abbiano fatto a trovarci. Ce ne sono di tutti i colori, alcuni li conosco e altri li vedo per la prima volta. I miei preferiti sono quelli a righe verticali nere e azzurro scuro, hanno i colori pi intensi e poi sembrano i pi indaffarati ed eleganti del gruppo.
Vestiti con un'eleganza non troppo appariscente, danno l'impressione di passeggiare e discutere fra loro di cose importanti.
Per un poco resto affascinato a guardarli, poi mi viene un sospetto atroce che fa scadere di colpo le
mie simpatie. Finora non abbiamo visto pesci grandi, che pure sono presenti nel Mediterraneo, e non vorrei che i nostri nuovi amici fossero venuti sotto la zattera non per farci simpaticamente compagnia, ma solo per ripararsi da qualche cacciatore affamato.
Ormai, dopo la pesca della tartaruga, credo che possiamo aspettarci di tutto e una visita di qualche squalo potrebbe solo farci spavento, ma non stupirci. Mi auguro, per, di non dover avere altri problemi con i tanti che gi abbiamo(39).
Durante la notte il tempo riprende a cambiare, ma continuiamo ad avere un po' di ponente e a progredire verso la nostra area di sicurezza. Non mi meraviglierei se di questo passo dovessimo finire per atterrare alle Eolie. L'idea mi affascina e per qualche ora fantastico su un nostro eventuale arrivo su una delle isole. Mi piacerebbe che fosse Salina, conosco delle persone che ci abitano e poi  un posto che mi  sempre piaciuto e al quale mi sento legato.
Oh come  facile realizzare ogni cosa in un sogno! Vedo gi il nostro arrivo, gli amici che trovo e le feste che ci fanno, gli abbracci, la tavola imbandita, l'acqua bevuta dai rubinetti fino a scoppiare, e poi una doccia lunghissima e un letto comodo, stabile, un riposo senza angosce e interruzioni.
Mi immagino tutto fino nei dettagli e sogno a occhi aperti, estasiato e accarezzato da tutte le sensazioni che sento sulla mia pelle vive e palpabili. Poi un movimento della zattera pi brusco degli altri mi riporta alla realt con spietata durezza, senza il conforto di un attimo di smarrimento e allora vorrei non avere fantasia, vorrei che mi fosse impedito di pensare e sognare per non dover sopportare l'amarezza della delusione che mi invade alla vista del mio breve e ristretto spazio vitale.
Questa volta la notte sembra non dovere aver fine. I sogni, la speranza che il tempo cambi, la sete che torna ad assalirci dopo il breve effetto dissetante e rinfrescante della carne della tartaruga ci fanno desiderare l'arrivo del nuovo giorno con ansia.

23.
Al mattino avvistiamo terra per la prima volta.  molto distante e non riusciamo bene a comprendere se sia un'isola o un promontorio. Credo che sia Ustica, sebbene non sia in grado di poterlo affermare poich non l'ho mai visitata. Comunque non potrei confonderla con una delle Isole Eolie, queste, infatti, le conosco e le ho visitate quasi tutte a eccezione di Alicudi, che per sarei comunque in grado di riconoscere avendola vista pi volte dal mare.
Ci sentiamo molto emozionati, ormai siamo certi di aver scapolato Trapani e l'arrivare a terra  solo questione di tempo.
Istintivamente ci mettiamo a parlare e fare progetti, nelle nostre condizioni basta veramente poco a risollevare il morale e istintivamente non chiediamo altro che qualche piccola speranza alla quale aggrapparci per tenere in vita il nostro spirito. Finiamo cos per sentirci nuovamente forti e pi sicuri di noi. Dieci giorni di zattera e di sete non hanno ancora ucciso la nostra voglia di vivere, di salvarci e la vista di un pezzetto di terra, se pure cos lontano e irraggiungibile al momento, ci fa sentire vitali. Viene voglia di gridare al mare che noi siamo qui, che ancora non  riuscito a uccidere questi due piccoli uomini e che la partita  tutta da giocare.
Poi, verso le undici, finalmente il primo scroscio di pioggia(40), breve di durata ma intenso. All'interno della zattera, sul tendalino, c' un tubetto di gomma e in
corrispondenza, fuori, ci sono due canalette disposte in modo da far convergere l'acqua piovana verso il tubetto e da questo all'interno. I primi sorsi sono salati e poi finalmente riusciamo a bere acqua dolce per la prima volta dopo cinque giorni di completa astinenza e otto di sete tremenda. Raccogliamo in pi volte circa due litri d'acqua nella tanica, non sono molti e tra l'altro sono colorati in arancione. Sembra incredibile eppure il tendalino, di cui  previsto l'uso per raccogliere l'acqua piovana, stinge e d un sapore di plastica all'acqua raccolta dandoci l'impressione di aver raccolto un'aranciata amara andata a male.
Sono i soliti errori che si fanno progettando e costruendo le cose in base a norme e senza la bench minima ombra di prova o di collaudo. E ridicolo pensarci, ma non vorrei che la zattera dopo averci salvato ci avvelenasse con la tintura del suo tendalino!
Finalmente siamo riusciti a bere, sebbene non moltissimo, e in pi abbiamo ancora la carne della tartaruga che grazie al freddo si sta conservando bene. Siamo diventati bravissimi a scegliere i pezzi buoni e possiamo farlo anche al buio; domani, per, ci rester solo il caucci e toccher arrotare i denti per riuscire a mangiarlo.
Purtroppo l'isola  scomparsa, un po' a causa della visibilit diminuita e un po' a causa del vento. C' una brezza leggera che solo a tratti rinforza, ma non  di direzione costante e io credo che stiamo compiendo una specie di zig-zag sotto la costa siciliana. Mi domando quante persone su quella costa, in questo momento, stanno sprecando acqua. Le vedo farsi docce lunghissime, innaffiare giardini, gustare un gelato o prendere un caff. Mi assale un desiderio di cose banali, quelle stesse cose che in qualsiasi angolo della terra possiamo fare o avere ogni volta che ne
abbiamo voglia e che nello stesso momento in cui rifletto milioni di persone hanno.  decisamente un'ingiustizia che solo a me e Vincenzo sia impedito di avere qualsiasi cosa, anche la pi banale, e vorrei proprio sapere chi ne  colpevole(41). Non credo di essere io, mi sento la coscienza a posto per aver fatto tutto con criterio e con la massima attenzione e cura. Sono sempre stato un tipo prudente, forse anche troppo qualche volta, e credo di avere esaminato ogni possibile evento prima di partire. Mi sono documentato su tutto, ho letto tutto quello che di utile era possibile trovare sul nostro viaggio, ho chiesto consigli a tanti. Se ho fatto un errore  stato quello di supervalutare questa zattera, ma credo proprio che siamo i primi ai quali  accaduto di capovolgerci tante volte e stiamo pagando lo scotto di un'esperienza nuova. Mi fa rabbia pensare che se non dovessimo salvarci resterebbe anche inutile. Come vorrei che il tempo girasse a maestrale e poter scendere a terra velocemente. Certo potrebbe essere rischioso, potremmo anche finire su una scogliera, ma io mi sento ancora in forze e preferirei qualunque cosa, purch definitiva, a questa situazione di incredibile stallo su questa maledetta zattera. Se avessimo preso con noi a rimorchio il canotto adesso avremmo potuto provare ad andare a terra remando o addirittura improvvisare una vela. Eppure nel lasciare la barca avevo riflettuto a lungo e discusso con Vincenzo se portarlo dietro o lasciarlo. Poi la sicurezza che mi ispirava la zattera, il fatto di essere in una zona di traffico marittimo e ben equipaggiati mi aveva fatto desistere. Mi sembrava che avremmo finito per portarci dietro pi un impiccio che qualcosa di indispensabile.
Durante la notte sentiamo degli sbuffi vicino alla zattera.
Anche in barca capita a volte di notte, nel silenzio assoluto, ascoltare sbuffare o addirittura delle voci. Mi sono affacciato e ho fatto appena in tempo a vedere due scie fosforescenti passare sotto la zattera. Probabilmente devono essere due delfini in visita di cortesia e mi dispiace che non siano apparsi durante il giorno. Spero comunque che possano essere di buon auspicio!
Continuiamo a tremare durante le ore di buio, eppure ho l'impressione che faccia meno freddo dei giorni precedenti e quasi non ci capisco pi nulla: siamo noi che ci indeboliamo continuamente e soffriamo di pi il freddo o  questo che durante la notte scende a temperature veramente basse?

24.
Il tempo continua a mantenersi coperto, ma non volge decisamente al brutto, come speravamo. Nemmeno oggi avremo pioggia o vento favorevole, forse  destino che dei miei sogni e delle mie speranze non se ne realizzi nemmeno uno. Eppure, ogni volta che momenti di depressione lasciano un po' di spazio aperto ad altre sensazioni, la prima che sento riaffiorare  un presentimento, che spesso sfiora la certezza: di salvarci entrambi.
Ho sempre avuto una sorta di sesto senso e spesso in situazioni critiche l'ho sentito affiorare, a volte con decisione, e quando posso mi lascio guidare volentieri da lui e devo dire che l'esperienza di anni mi ha insegnato ad averne fiducia, ch sono pi le volte che mi sono pentito di non averlo seguito che quelle di aver sbagliato per colpa sua. E questa volta lo sento affiorare spesso, quasi continuamente, lo sento addosso, sotto la mia pelle, e mi tranquillizza(42).
Durante il giorno terminiamo la carne di tartaruga. Ci  durata pi di quanto ci aspettassimo, quattro giorni, ci ha sfamato e perfino dissetato e senza irritare il nostro gusto. Direi che l'ho trovata proprio buona e poi grazie a lei stiamo risparmiando l'acqua che di nuovo si avvia al lumicino. Sento della riconoscenza verso la tartaruga, ma non riesco a provarne compassione o tenerezza per averle interrotto il pasto tranquillo e averle fatto fare una fine tanto cruenta, tutt'altro.
Mi viene in mente l'idea, che decido di conservare per attuarla in momenti pi opportuni, di provarne la carne cotta.
So che si pu cucinare in umido e che con le pinne e le ossa si pu fare un buon brodino leggero e mi riprometto di provarlo.
Spero, comunque, che, anche senza carne di tartaruga, l'acqua questa volta possa durare di pi e dopo l'esperienza precedente credo che sia preferibile berne pochissima o limitarsi al solo inumidirsi le labbra, ma cercare assolutamente di averne sempre un poco. Siamo stati sciocchi a non conservare qualche pezzetto di carne di tartaruga per pescare e soprattutto a non averlo fatto subito, ma decido che forse siamo ancora in tempo per provare. Con una molla della radio cerco di costruire un amo e per lenza utilizzo i fili dei trefoli della cimetta dell'anello di lancio in dotazione dell'autogonfiabile. Al centro del fondo c' un anello di gomma galleggiante con un sagolino di nylon lungo circa trenta metri. Scomponendo un pezzo di questo filo ricavo una lenza tutta fatta di nodi e in un pezzo di piombo o zinco di una delle pile della radio trovo il peso per farla immergere. Come esca utilizzo gli ultimi rimasugli ancora attaccati al guscio della tartaruga(43). Purtroppo i pesci nemmeno si avvicinano al nostro amo improvvisato e lo sforzo si dimostra inutile. Ho trascorso un'infinit di tempo per cercare il filo di ferro adatto all'amo e ancora di pi per annodare tutti i pezzetti della lenza, ma tant' che la buona volont non  mai servita a granch per pescare o cacciare e io in questo momento possiedo solo quella.
Con l'anello di gomma e con il resto del filo faccio una piccola ancora galleggiante e come chiusura utilizzo il fazzoletto di Vincenzo. Lo chiudo a cono e con
infinita pazienza riesco a fissarlo vicino all'anello, ma ci rendiamo subito conto che offre ben poca resistenza agli spostamenti della zattera.
Comunque pu essere un aiuto a rallentare il percorso dell'autogonfiabile con venti sfavorevoli.
Nella mattinata sentiamo spesso rumori di aerei, ci sembrano dei jet di linea, ma non c' sufficiente visibilit per vederne almeno uno. Comincio a pensare che quella che abbiamo visto non fosse Ustica, ma un promontorio e che forse siamo pi vicini a Palermo di quanto immaginiamo. Questo pensiero mi fa venire in mente un'altra idea che subito realizzo. Apro la cassetta del sestante e ne estraggo lo specchio che lascio a portata di mano in una tasca della giacca. In caso di tempo buono potrebbe servire a fare delle segnalazioni luminose e vale la pena provare se ne dovesse capitare l'occasione. A dire il vero dopo avere fatto tutto mi sento un po' ridicolo come lo spettatore di un film che si d dello stupido per essersi lasciato commuovere da quello che ha visto nello spettacolo. Mi domando se sia possibile che un aereo di linea che voli a quelle altezze chilometriche possa davvero essere attratto da uno specchietto luccicante, come gli indiani di Cristoforo Colombo. Li vedo bene i soliti passeggeri che con aria tronfia cavalcano le ali del progresso e che ormai non guardano nemmeno pi in basso verso il mare per l'abitudine che hanno fatto nel vederlo, mentre noi stiamo qui sotto con uno specchietto in mano a fare segnali pi adatti a un gioco di bambini che alla sopravvivenza di due uomini. S, forse da piccolo ho visto troppi film americani di guerra e sono certo che seppure qualcuno lass vedesse i miseri riflessi del nostro microscopico specchietto penserebbe a uno scherzo di due deficienti. In questo momento tutto quello che ci accade  troppo al di l di una normale vita quotidiana perch qualcuno possa recepire il nostro messaggio, quale che sia.
Nel pomeriggio avvistiamo un'altra nave,  nera e passa lontano senza vederci(44). La cosa che pi mi meraviglia  il senso di stanchezza e spossatezza che assale entrambi dopo lo sforzo fatto per agitare i pantaloni e tenere ferme le gambe di Vincenzo. Siamo prostrati e lo siamo per un piccolo sforzo. Evidentemente stiamo subendo un declino fisico molto pi forte di quanto riusciamo a percepire o vogliamo
intendere.
 proprio una giornata movimentata, questa. Durante la notte, infatti, ascoltiamo dei rumori tipici di pescherecci e distinguiamo il rumore di almeno due motori e uno dei due ci sembra molto vicino. Proviamo a gridare e a un tratto il rumore che prima si allontanava sembra riavvicinarsi. Continuiamo a gridare per un pezzo, ma lo sentiamo allontanarsi lentamente e decisamente. Non abbiamo visto alcuna luce di barca e questo ci sembra strano, data l'intensit del rumore udito. Facciamo due ipotesi: o era un piccolo gozzo a motore senza luci, e in questo caso dovremmo essere davvero vicini alla costa, o era un peschereccio pi grande ma distante da noi due o tre miglia per cui non potevamo vederne le luci. La visibilit della zattera sulla superficie del mare  di circa tre miglia, data la bassa posizione degli osservatori, praticamente sul pelo dell'acqua.
Ma c' un'altra cosa che viene a colpire i nostri pensieri e la nostra immaginazione. In direzione sud-ovest, molto distante, si vede un grande alone di luce e questo, per chi va per mare,  il primo sintomo di una citt vicina. Tra l'altro l'alone  di grandi dimensioni e ci fa supporre che debba essere Palermo e non una citt pi piccola. Per l'ennesima volta ci lanciamo nei nostri ragionamenti e riaccendiamo le nostre speranze. Vincenzo mi dice che tutto intorno Palermo e Trapani ci sono cittadine piene di pescherecci, come Castellamare, e che molti di questi pescano nelle zone adiacenti i porti e magari domani potremmo anche vederne qualcuno, oltre a sentirne i rumori come questa notte. Forse siamo davvero vicini a terra e tutto sembra confermarcelo, tutto tranne i gabbiani, i classici gabbiani di tutte le avventure di mare. Fino a ora non ne abbiamo visto nemmeno uno e spero solo che sia perch d'inverno sono pi pigri e si allontanano meno dalla costa.
E con tutti questi pensieri nella testa trascorriamo una notte convulsa e agitata. Siamo emozionati e il mio sesto senso si affaccia continuamente non lasciandomi tregua, solo il freddo continua implacabile ad attaccarci e a ricordarci la desolazione del nostro stato.

25.
L'alba di questo dodicesimo giorno di naufragio ci trova pi speranzosi del solito e basta un po' di luce per farci affacciare continuamente alla ricerca della terra. Purtroppo il tempo continua a mantenersi variabile e non c' molta visibilit. Avevamo proprio sperato che oggi potesse essere la volta buona, ma evidentemente il nostro destino per compiersi deve farci superare qualche altra prova.
Fisicamente siamo molto debilitati. Ci sentiamo indolenziti e stanchi e poi c' un altro problema che sembra prendere corpo ogni giorno di pi: le ulcere e gli arrossamenti. Tutte le parti del corpo soggette a sfregamento con gli abiti hanno delle chiazze rosse che vanno ingigantendosi sempre di pi. Ho l'impressione che non potranno guarire fintanto che non arriveremo in un posto asciutto. Praticamente la pelle  sempre umida, gli abiti impregnati di sale, anche se fatti asciugare durante il giorno, la notte ritornano umidi e poi a causa dei movimenti dell'autogonfiabile siamo costretti a muoverci continuamente, anche se con piccoli movimenti, che generano un attrito con gli abiti(45).
Riesce sempre pi difficile muoversi, poggiare un ginocchio sul fondo della zattera e girarci sui nostri scomodi giacigli  diventata un'operazione dolorosa. Ho notato che tre piccoli graffi che mi sono fatto sulla mano destra al momento di salire sulla zattera ancora non sono rimarginati, ma si sono via via ingranditi e poi aperti e approfonditi. Metto dappertutto il Fargan e questa volta anche Vincenzo si lascia ungere. Non riesco a vedere il mio sedere, ma quello di Vincenzo fa impressione per quanto  rosso e pieno di ulcere. Anche l'articolazione di mani e piedi va male. Sono gonfi e indolenziti e credo che la pomata canforata serva a ben poco in queste condizioni.
La giornata, purtroppo, passa senza fare alcun avvistamento.
Di nuovo torniamo a essere stanchi e avviliti, tanto pi dopo le speranze accumulate questa notte. L'acqua sta di nuovo per finire e cos pure i viveri, ci sono rimaste tre sole scatolette di carne da un etto e una da due etti. Ancora quattro o cinque giorni di lauti pasti e poi sar quel che sar. Il tempo sta migliorando e si allontana anche la possibilit di una burrasca che potesse esserci favorevole. Sono proprio avvilito e questa volta perfino il mio sesto senso si rifiuta di venirmi incontro. Penso solo che dobbiamo cercare di resistere il pi a lungo possibile e cos mi trovo a chiedermi quanto posso ancora vivere in queste condizioni. In fondo si tratta solo di esaurire nel tempo le nostre energie, ma non ho idea di quanti giorni di vita possano ancora fornirci e comunque dobbiamo tentare,  un dovere verso noi stessi, ma che comincia a pesarmi. Mi sento stanco e oggi  proprio una brutta giornata.
Durante la notte non sentiamo alcun rumore, n vediamo alcuna luce o alone. Nulla, nel modo pi assoluto, n in noi, n fuori di noi e se non fosse per il freddo varrebbe la pena di farsi una magnifica dormita. A volte il dormire aiuta la mente, ci rilassa, ci d vigore e nuovi pensieri, ma a noi  impedita anche questa semplice possibilit di difesa. Possiamo consumarci, ma non rigenerarci.

26.
Al mattino siamo sorpresi da un magnifico sole:  di nuovo bel tempo! Ancora niente acqua e niente vento, una brezza leggera da levante all'alba, poi bonaccia, poi mezzogiorno e infine un soffio di ponente pomeridiano che gira appena a tramontana la notte.
L'acqua  proprio agli sgoccioli, ma devo dire che questa volta siamo stati bravissimi e in proporzione  durata il doppio della volta precedente. Bisogna aggiungere che non  proprio tutto merito nostro, ma in buona parte del tendalino. Gli ultimi sorsi sono quelli che contengono pi colorante e di conseguenza anche i pi imbevibili e non so pi se sto davvero bevendo acqua o plastica messa a macerare, se fosse possibile, nella tanica.
Durante tutta la mattinata sentiamo il rumore di molti aerei, alcuni ci sembrano vicini e facciamo dei tentativi di segnalazione con lo specchietto alla cieca. Ne vediamo solo due, ma sono molto alti e per giunta abbiamo il sole alle spalle ed  impossibile fare una segnalazione. C' qualcosa di strano, per, nel rumore, quello che sentiamo pi a lungo e spesso non deve essere un jet come l'altra volta, ma probabilmente un aereo a elica. A volte ne sentiamo anche pi d'uno contemporaneamente. Facciamo due ipotesi: o c' un'esercitazione fra Aeronautica e Marina oppure hanno trovato il relitto del Prahu e stanno facendo delle ricerche. Questo pensiero ci rincuora molto e scatena immediatamente una ridda di supposizioni.
Potrebbero davvero aver trovato la barca o i resti da qualche parte e avvisato le autorit. Vincenzo mi dice che suo fratello  sottoufficiale dell'Aeronautica e che per giunta  di stanza in Sardegna e proprio su mezzi di ricerca o antisommergibile, che pure volano a bassa quota e vengono impiegati nelle ricerche.  certo che suo fratello farebbe l'impossibile se avessero trovato il relitto. Io penso ai miei e alle loro conoscenze, mi domando chi avrebbero potuto sollecitare per farci cercare. Vincenzo si sente ottimista, dice che Marina e Aeronautica sono molto attrezzate per le ricerche di naufraghi e chiss che non riescano a trovarci. Trasmette anche a me il suo ottimismo e insieme finiamo per parlare di quello che faremmo se dovessero trovarci. Mi dice che vuole conservarsi il guscio della tartaruga e farci una bella mangiata di spaghetti usandolo come zuppiera. Io penso a bevute d'acqua e mangiate di frutta fresca e in questo momento non c' piatto pi ricco e sofisticato di qualsiasi cucina internazionale che potrebbe farmi desistere dal mio semplice desiderio(46).
Non so pi per quanto tempo parliamo di cose da mangiare e di Aeronautica e Marina insieme. Aerei, navi, piatti di cannelloni si alternano davanti ai nostri occhi a velocit incredibile e ogni cosa finisce con l'essere bella e desiderabile. Poi la tristezza e il dubbio si riaffacciano e insieme ci domandiamo se davvero riusciremo a fare almeno una delle cose che in questo momento tanto desideriamo. Poi taciamo e ognuno ritorna ai propri pensieri, ma tale  la fame che dopo un poco mi ritrovo a immaginare una solitaria cassa di legno persa da una nave. La vedo arrivare alla deriva, silenziosamente come la tartaruga, e come quella la prendiamo e la tiriamo dentro. E con gioia e stupore che scopriamo che  una cassetta di
propaganda spedita da un'industria di confezioni alimentari in scatola e dentro contiene un completo assortimento di roba in scatola: pomodori Sammarzano, frutta sciroppata, succhi di frutta, carne e sughi. Insomma un vero ben di dio! E vado avanti nel sogno finch non sento la pancia scoppiarmi e allora mi risveglio e devo accontentarmi di un miserissimo sorso di aranciata amara, della nostra scadente produzione di bordo.
Nel pomeriggio mi accorgo che si  fermato l'orologio e non ricordo l'ultima volta che l'ho guardato. Per un attimo penso che si sia rotta l'unica cosa vivente che  con noi in questa sventura. Il mio caro e fedele amico, compagno in tutto da sei anni, ha reso l'anima al cielo per non vedere la mia fine. Che pensieri tristi! Per fortuna sono anche inutili, si  solo fermato. Forse si  inceppato il meccanismo di ricarica automatica, ma dandogli la corda riparte e riprende il suo alacre lavoro. Sono sempre stato portato ad affezionarmi agli oggetti, a pochi in verit, ma con profondo e sincero affetto e mi rendo conto solo ora di quanto lo fossi verso l'orologio. Poi alla sera lo regolo sull'ora del tramonto che ormai conosciamo benissimo. In verit credo che potremmo farne anche a meno e a volte ci accorgiamo di conoscere l'ora senza neanche consultarlo, tale  l'abitudine nel vedere e aspettare tramonto e sorgere del sole, il suo passaggio sulla nostra testa, il calare e sorgere della luna. Sono tutti vecchi amici di cui conosciamo bene le abitudini; anche loro, come noi, fanno le stesse cose alle stesse ore(47).
Nella notte il freddo diventa insopportabile. Tira una leggera brezza da tramontana,  vero che ci spinge favorevolmente ma porta un gelo come poche volte avevamo sentito in zattera.
Anche la nostra posizione all'interno non ci favorisce e i giacigli che utilizziamo per ripararci dal freddo del fondo sono incredibilmente scomodi. Il sacco con gli strumenti e le radio non solo  duro, ma, per quanto si cerchi di disporre meglio i vari oggetti all'interno, non si riesce mai a ottenere una superficie piana, ma tutta a gradini che uniti al movimento dell'autogonfiabile generano un continuo massaggio di spigoli sul nostro fondoschiena che  gi sufficientemente rovinato e poco recettivo alle asperit di per se stesso. Ma anche il secondo giaciglio non  migliore del primo. I due pezzi di salvagente, che abbiamo separato e riunito in piano per formare una specie di cuscino, si sgonfiano continuamente e di tanto in tanto bisogna rigonfiarli, con tutto quello che ne segue: il dolore per gli spostamenti da fare, i lacci da slegare e rimettere attorno alle valvole per cercare di farle tenere, il freddo che ti entra lentamente nelle ossa a mano a mano che i salvagenti si sgonfiano. Essendo bassi, infatti, appena finisce la pressione si va a contatto con il fondo del canotto e con quel poco d'acqua che sempre ristagna nell'incavo formato dai nostri pesi sotto i cuscini. Fino a ora ci siamo sempre alternati nell'uso dei giacigli e cos pure nelle maledizioni, una notte per gli spigoli e un'altra per i continui ricaricamenti d'aria nei salvagenti. Questa notte  la mia notte degli spigoli.

27.
Al mattino, come prevedevo,  finita nuovamente l'acqua. Ormai teniamo la tanica capovolta sperando che qualche goccia possa ancora scendere verso il tappo. Durante il giorno ci sbizzarriamo a vicenda nel tentare tutti i possibili movimenti e contorcimenti della tanica per leccare qualche altra goccia all'interno dell'imboccatura stessa. A turno facciamo qualche tentativo e di tanto in tanto la fantasia di un movimento nuovo viene premiata da una goccia d'acqua che ogni volta sembra l'ultima, eppure non riesce a farci desistere dal continuare.
Se fosse per me strizzerei la tanica come uno straccio o l'aprirei squartandola per asciugarne ogni pi piccolo residuo d'acqua, ma pu ancora servirci ed  meglio desistere.
Il tempo si  messo decisamente al bello e con i venti tipici dell'alta pressione: levante leggero al mattino, giro del vento fino a ponente e di notte una bava di tramontana o maestrale. Continuiamo a usare l'ancora galleggiante per evitare di arretrare con venti sfavorevoli, ma ho l'impressione che stiamo facendo poco percorso.
Per tutta la mattinata continuiamo a sentire il rumore di aerei e mi convinco ancora di pi che sono militari a elica, non credo proprio che siano aerei di linea.  possibile che stiano davvero cercandoci? E se fosse vero, dove stanno facendo le ricerche? Come  possibile che non riusciamo a vederne nemmeno
uno? Per sentirli cos bene vuol dire che sono vicini e che se cercano effettivamente noi vuol dire che hanno capito pi o meno dove possiamo essere. Ma allora, perch non riusciamo a vederli? Restiamo tutta la giornata in apprensione e con tutti i sensi tesi per questa speranza. Facciamo di nuovo dei turni per affacciarci di tanto in tanto a guardare intorno, ma niente.
Poi nel pomeriggio ritorna il silenzio, forse hanno deciso di abbandonare le ricerche. In fondo, se fossero in giro per noi, questo sarebbe il secondo giorno e con quello che costa far volare un aereo non credo che proseguiranno. Che io ricordi, le ricerche difficilmente durano pi di due o tre giorni, tanto pi se cercano noi che siamo solo in due. M'immagino i moccoli che staranno tirandoci dietro, tutti malediranno la nostra incoscienza e i "glielo avevamo detto!" si sprecheranno. Vorrei tanto poter scendere a terra con i miei mezzi e non dover dire grazie a nessuno n per i consigli n per un eventuale interessamento. In fondo mi dispiacerebbe se avessi dovuto creare dei problemi a qualcuno, tanto pi se dovesse trattarsi di qualcuno che non conosco. Ma non credo proprio, se dovessimo salvarci, che potrei sopportare le ramanzine di questo qualcuno. A ognuno il suo, quando siamo partiti sapevamo benissimo i rischi che correvamo e credo che abbiamo fatto le cose con abbastanza criterio ed  per questo che ora abbiamo rimpianti, malinconie, tristezza, ma mai paura di morire. No, la morte non spaventa n me n Vincenzo e certo se l'avessimo temuta non saremmo partiti, ma saremmo rimasti a goderci la sicurezza di un buon lavoro e di una famiglia tranquilla(48). Ma non  questo quello che ci aspettiamo dalla nostra vita e se qualcuno la pensa diversamente mi dispiace potergli aver
creato dei pensieri o dei fastidi ma che vada al diavolo e non venga a dirmi "te l'avevo detto!" o "ben ti sta", che forse  ancora peggio.
Questi pensieri che dapprima affiorano alla mente e poi via via prendono corpo e consistenza svolgendosi in tutta la loro completezza, negli incontri, nelle persone, nelle frasi e perfino nei possibili atteggiamenti alla fine mi fanno incazzare come se fossero realmente avvenuti ed  perfino ridicolo sentire l'irrealt di ci che si pensa, capire che tutto  un frutto della fantasia, un galoppare dei miei pensieri, e non riuscire a calmarmi, ma addirittura comincio a covare una sorta di rancore verso persone che non mi hanno ancora fatto o detto nulla e che magari finir per assalire al primo incontro o alla prima parola. E ancora una volta ci avviamo verso il pomeriggio, prima, e verso la notte poi senza aver mutato nulla nella nostra posizione. Come prima abbiamo sete e freddo, la stanchezza continua ad aumentare in maniera subdola e strisciante e, mentre ci sembra di stare bene, un piccolo particolare ci manda un segnale di allarme e ci fa conoscere il declino del nostro fisico. Mi domando se almeno stiamo cambiando dentro, se questa esperienza ci sta modificando e se lo sta facendo in senso positivo o negativo, ma non riesco a darmi una risposta, non  facile. Ho la presunzione di non sentirmi cambiato, di continuare ad avere le stesse passioni e le stesse idee, di avere lo stesso atteggiamento di prima di fronte alla morte. C' una cosa che mi meraviglia molto ed  il fatto che non sia affiorato un sentimento religioso. Non credo in Dio, ma ho sempre pensato, e anche constatato in altri, che l'uomo pi miscredente di fronte alla morte finisce per cedere e per cercarlo con la preghiera. A me questo non  ancora accaduto, eppure non mi sento
arrogante, sicuro di me, mi sento come sempre umile di fronte a problemi e verit di queste dimensioni, ma continuo a non sentirne n la necessit n a giustificarne l'esistenza. E il fatto strano  che me ne dispiace, ho sempre invidiato i credenti, quelli veri, per la possibilit che hanno di rivolgere le loro speranze e i loro fini a qualcosa di irreale e cos incommensurabile da poter giustificare e accogliere ogni problema esistenziale. Credo che sia una grossa fortuna per chi ce l'ha. Ne parlo anche con Vincenzo e gli chiedo se lui, invece, ha sentito qualcosa, se ha rinunciato alle sue idee e mi confessa di averci pensato e di averne sentito l'esistenza, o forse pi che l'esistenza la necessit di rivolgerglisi, di appellarglisi.
Durante la notte il freddo ci incalza senza piet e, come sempre, col tempo buono aumenta. Credo che sia difficile poter trovare un'espressione migliore di quella classica "tremare come foglie" per rendere l'idea dei nostri brividi. Di notte i piedi diventano insensibili e duri, non li sentiamo quasi e spesso cerchiamo di articolarli per non perderne l'uso. Anche le mani ci danno non pochi pensieri, ma  pi facile proteggerle sotto le ascelle, almeno quando i movimenti dell'autogonfiabile lo consentono.

28.
Al mattino ci aspetta ancora una giornata di tempo meraviglioso.  Vincenzo che si affaccia per primo e come i marinai di Melville in cima alla coffa grida "terra! terra!". Le riconosco subito, sono le Isole Eolie e di fronte a noi, in direzione est sud-est, c' Alicudi. La visibilit  veramente eccezionale e le isole si vedono tutte e, dopo Alicudi, riconosco Filicudi e poi il gruppo di Salina, Lipari, Vulcano. Ricordo che la distanza fra Salina e Alicudi deve essere di circa ventiquattro miglia e che la visibilit teorica con tempo
buono dovrebbe essere intorno alle trenta o trentacinque miglia.
Di conseguenza la nostra distanza da Alicudi dovrebbe oscillare fra le cinque e le dieci miglia.  molto difficile definirla a occhio, l'isola  molto ben definita, ma non ne riconosciamo i dettagli n vediamo le case. E vero che probabilmente queste non ci sono proprio sul nostro versante, se ricordo bene il paese  esattamente sul versante di fronte, ma se fossimo pi vicini dovremmo almeno riuscire a riconoscere qualche dettaglio, come uno scoglio o un'incrinatura della roccia.
Mi vengono i brividi al pensiero del tragitto che dobbiamo aver fatto in questi quindici giorni: dovrebbero essere trecento miglia e forse anche di pi. E tutto questo su un mezzo che notoriamente non dovrebbe navigare, anzi se non erro  progettato in modo da allontanarsi il meno possibile dal luogo del disastro per facilitare le ricerche.  per questo motivo che porta sotto il fondo delle sacche che dovrebbero stabilizzarlo e frenarlo e le due ancore galleggianti che si sono rotte subito. Se consideriamo le bonacce che abbiamo avuto, vuol dire che nei momenti di vento l'autogonfiabile cammina quanto una deriva.
Restiamo a guardare l'isola affascinati e perplessi,  difficile in queste condizioni stabilire a che distanza siamo e ne discutiamo a lungo, tirando in ballo tutte le conoscenze ed esperienze che abbiamo(49). Poi decidiamo che la distanza che ci separa deve aggirarsi sulle sette miglia. E un problema serio questo. Con il canotto non ci sarebbero state difficolt per raggiungerla, ma con la zattera bisogna fare attenzione a non commettere troppi errori di valutazione.  difficilissimo spostarla a remi e corriamo il rischio di esaurire le ultime energie per cercare di raggiungerla, magari senza riuscirci.
E d'altro canto  da escludere che possiamo raggiungerla a nuoto nelle nostre condizioni. Tra le altre cose non solo abbiamo esaurito l'acqua, ormai da ventiquattro ore, ma stiamo anche per esaurire i viveri. Ci  rimasta, infatti, una sola scatoletta di carne, quella da due etti. Se fallissimo l'atterramento resteremmo spossati, senza acqua e senza viveri e chiss che non sia pi prudente attendere e aspettare che il vento ci porti pi vicino.
Alla fine, decidiamo per il tentativo. Il tempo  bello e pu darsi che ci conceda una tregua sufficiente; il vento  quasi inesistente, ce la potremmo anche fare. Stacchiamo i due coperchi dalla radio ricevente per farne i remi, poi abbassiamo il tendalino completamente per offrire meno resistenza al vento. Per fortuna che si  rotto ed  possibile calarlo, l'uscita originale dell'autogonfiabile  talmente
stretta e malfatta che sarebbe stato veramente difficile remare in due e la zattera, se non si  almeno in due,  pressoch impossibile riuscire a farla avanzare. Durante la mattinata si alza una bava di vento e, con la fortuna che ci troviamo addosso, viene giusto da scirocco. Avanziamo pochissimo e basta un nulla per fermarci e arretrare. Abbiamo una cimetta appesa al tientibene esterno e che finisce in mare e funziona da solco-scopio. Dai suoi spostamenti riusciamo a capire se avanziamo o siamo fermi o arretriamo. Purtroppo appena smettiamo di remare l'autogonfiabile prende a indietreggiare e le soste sono frequenti. Vincenzo trova continue difficolt, prima con lo sportello della radio che cambia due o tre volte col mio perch non riesce a tenerlo bene in mano, poi con la posizione in cui  costretto a remare o il lato in cui si trova che non gli sta bene e intanto mi dice che se riuscisse a trovare il ritmo  capace di remare anche per giorni interi. Io cerco di assecondarlo in tutto, purch remi, poi insisto perch ci rifletta prima di continuare. Se non se la sente  meglio fermarsi e rinunciare, sarebbe veramente da stupidi ammazzarsi di fatica per nulla, meglio risparmiare le energie. Ma lui niente, mi risponde che  solo questione di prendere il ritmo, e intanto la zattera gira continuamente dalla sua parte e ci dobbiamo fermare spesso per raddrizzarla. Comincio a credere che siamo su una yole a due invece che su un autogonfiabile e che discutiamo sullo stile di voga invece di remare come dannati per cercare di sopravvivere. Sento che come al solito Vincenzo si perde nelle teorie senza riuscire a fare una giusta valutazione della realt e dei suoi mezzi, ma questa volta mi trattengo dal litigare,  troppo importante la posta in gioco per mettersi a discutere e con pazienza, forse mal simulata, cerco di
trovare uno spiraglio nell'animo di Vincenzo che mi consenta di toccarlo e stimolarlo a remare o a riflettere. Provo prima con l'incoraggiamento, che adesso sta remando forte e che va bene, ma  inutile. Poi provo a corromperlo con i piaceri della terra, su quello che potremmo trovare sull'isola e di cosa potremmo finalmente mangiare e bere, ma inutile anche quest'altro tentativo.
Poi gli dico che ci stiamo muovendo e che secondo me l'isola si  avvicinata di parecchio, ma non serve. Poi faccio l'ultimo tentativo con una battuta e scherzando gli dico di darsi da fare che se morisse prima di me potrei anche succhiargli il sangue. Non l'avessi mai detto! Vincenzo si ferma e mi urla esasperato una serie di improperi senza fine, con cattiveria e odio, e io scoppio in lacrime come un bambino. Ne sono profondamente dispiaciuto, non so se sentirmi pi avvilito o dispiaciuto. Cerco di spiegargli che sto solo cercando di trovare qualcosa che possa ristabilire un contatto fra noi e stimolarlo a remare o a decidersi di fermarsi. Gli dico che ormai  in condizioni pietose e che sono preoccupato per lui e che se questo tentativo dovesse fallire potrebbe davvero essere la nostra fine, che mi dispiace di avergli detto qualcosa di brutto, anche se non mi era sembrata tale, e che sto solo cercando inutilmente da quando siamo partiti di farmi ascoltare. Vincenzo non mi risponde, mi guarda dapprima incredulo e poi mi chiede lo specchietto per guardarsi. Ha il volto completamente scarnito, le guance infossate, gli occhi incavati e cerchiati e sembra provare commozione nel guardarsi, gli vedo gli occhi inumidirsi.
Non dice nulla e in silenzio riprendiamo a remare, ma questa volta meglio. Abbiamo le mani continuamente in acqua e di tanto in tanto ci fermiamo per leccarle e dissetarci.
Durante la notte decidiamo di mangiare l'ultima scatoletta di carne in una sola volta e continuare a remare per arrivare all'isola.  sempre l, a volte ci sembra pi vicina, a volte sembra di non aver fatto un passo. La luce della luna ce la mostra continuamente in forme diverse.

29.
Al mattino, dopo aver vogato tutta la notte, ci sentiamo esausti, ma continuiamo a remare. La luce del giorno ci mostra che ci siamo s avvicinati parecchio, ma anche che la distanza che ci separa dall'isola  elevata. Io credo che manchino uno o due miglia. Adesso vediamo bene i contorni dell'isola e sulla sommit riusciamo a distinguere anche una casa, vediamo anche alcuni dettagli della roccia. Forse potremmo essere anche pi vicini di quello che immaginiamo.
Verso le undici, lo scirocco rinforza un po', non che sia forte, anzi appena una brezza, ma ci viene proprio di faccia, dall'isola, ed  sufficiente a impedire ogni nostro avanzamento.
Anche remando vediamo il nostro solco-scopio restare in verticale o andare avanti, praticamente siamo fermi quando remiamo e arretriamo quando rallentiamo o ci fermiamo. Siamo completamente esausti e a questo punto decidiamo di smettere di remare. Rimettiamo a posto il tendalino, buttiamo a mare la nostra ridicola ancora galleggiante e ci stendiamo sul fondo per riposare.
Credo che sia difficile rendere l'idea di quanto possiamo essere avviliti e sconfortati, sembra quasi che il nostro distenderci non sia un riposare ma un consegnare noi stessi anima e corpo al nostro destino, a questo mare cos implacabile.
Eppure questa volta sarebbe bastato cos poco per salvarci, un vento da grecale invece che da scirocco o
qualsiasi altro vento che non fosse proprio scirocco, oppure un isolano che fosse uscito a pescare o solamente si fosse affacciato dalla sommit dell'isola nelle ultime trentasei ore. Invece nulla di tutto questo, nulla di nulla. Siamo soli e incontriamo solo difficolt sulla nostra strada. Questo mare, che pure abbiamo amato e forse amiamo ancora tanto, ci respinge e ci umilia con la sua forza e la sua potenza, ci sovrasta in tutto come e quanto vuole, annulla la nostra forza e la nostra volont a suo piacere.
Restiamo buona parte della giornata in silenzio, il mare  ancora buono e il vento poco, noi non abbiamo nulla da fare, n da mangiare, n da bere. Possiamo solo pensare e riflettere e ognuno lo fa da solo.
Adesso la morte  davvero presente, ce l'abbiamo davanti agli occhi,  solo questione di tempo. Siamo silenziosamente tranquilli ad aspettarla, a immaginarla, completamente impotenti di fronte a essa.
Poi riprendiamo a parlare, a esaminare non le possibilit che ancora ci possono venire offerte per salvarci dall'esterno, ma quelle che possiamo trovare in noi stessi. Il nostro sesto senso che dice che finir bene, anche se non riesce a mostrarci pi alcuna soluzione possibile. Dobbiamo e possiamo avere fede solo in esso, accettarlo senza chiedergli prove, come si fa con una religione. Riusciamo anche a trovare delle prove, delle conferme in comune a questo nostro sesto senso e le troviamo nella cartomanzia(50). In fondo tutte le dottrine povere e popolari a cominciare dalla superstizione fino alla cartomanzia e all'astrologia sono delle forme di religione embrionale, alle quali bisogna prestar fede senza chiedere tanti perch. Cos scopriamo che sia io che Vincenzo per un caso fortuito e in tempi e luoghi diversi e con persone diverse abbiamo avuto le predizioni di
una cartomante. Trattandosi di nostre amiche, ne esaminiamo dapprima la bravura analizzando le previsioni che avevano fatto e indovinato ad altri, quasi analizzassimo le prove a favore della dottrina in esame, ma ci accontentiamo di poco per accettarle. Scopriamo cos che le predizioni fatteci possono essere addirittura complementari. A me avevano predetto il viaggio e il ritorno prima della fine di dicembre, a Vincenzo il viaggio e i pericoli del viaggio che per avrebbe superato. Allora ci sentiamo pi tranquilli e riprendiamo coraggio e arriviamo a riprendere quei progetti che avevamo accantonato ridandogli calore e vitalit. Viaggi da fare, libri da leggere, persone da conoscere meglio, tutto ritorna a essere fattibile al nostro ritorno. Ne parliamo a lungo e con soddisfazione, pur scoprendoci ancora una volta completamente diversi e criticandoci l'un l'altro(51).
Poi taciamo e torniamo ai nostri silenzi di prima e io mi riscopro un senso di amaro addosso, di effimero e forse anche di sciocco. Mi sembra di aver ceduto la disponibilit che era in me per i problemi religiosi a qualcosa di molto meno importante.
Ma non  solo questo a infastidirmi, ch pure queste riflessioni sono servite a sentirci meglio almeno per poco, ma  il fatto di avere ceduto psicologicamente, di aver accettato l'irrazionale che non avevo voluto accettare prima e quindi comprendere, quasi toccandolo, l'indebolimento del mio spirito e di quanto questo si senta istintivamente vicino alla morte, per quanti sforzi possa fare con la mia ragione per nasconderlo.
Il tempo sta cambiando e il vento durante la notte rinforza appena, il cielo si va coprendo. Non ci affacciamo nemmeno pi e non vogliamo vedere l'isola scomparire per non soffrirne.
Siamo distesi sui nostri giacigli, parliamo e poi trascorriamo una notte in silenzio completo. Sentiamo ancora pi freddo delle notti precedenti e ormai  chiaro che  solo il nostro progressivo indebolimento che ce lo fa sentire pi intenso.

30.
Al mattino ci ritroviamo a massaggiarci i piedi e le mani, sono indolenziti e doloranti. Le mani, in particolare, dopo le ventiquattro ore trascorse a mollo, sono diventate inservibili. Le mie sembrano quasi due pale, gonfie come sono. Gli arrossamenti si sono tutti trasformati in ulcere e siamo ricoperti di piaghe dappertutto e ho l'impressione che continuino a estendersi. Mi impressionano particolarmente quelle che ho sulle mani, forse perch avendole continuamente sotto gli occhi ne controllo meglio l'evolversi. I due graffi sul dorso della mano si sono via via allungati e allargati, guadagnando persino in profondit, adesso sono come due piccoli craterini e uno dei due, quello sul mignolo, credo che finir per arrivare all'osso fra poco(52).
Vincenzo si muove pochissimo e ho l'impressione che si stia consumando sotto i miei occhi, giorno per giorno, dapprima lentamente e ora con una velocit incredibile. Gli sono comparse delle strane macchioline sui piedi, in particolare sugli alluci. Sono delle macchie di colore rosso scuro, quasi violaceo, e mi dice che non solo muove a stento i piedi ma che ne ha perso quasi la sensibilit. Dice di non sentire le mani sui piedi mentre li massaggia o quello che tocca mentre cerca di articolarli.
Anche io devo essere dimagrito moltissimo e me ne rendo conto quando mi spoglio per ungermi. Sono sempre stato di corporatura robusta e ho avuto sempre un po' di pancia e credo che ormai siano venti anni che la porto dietro. Invece stamani, guardandomi, la pancia non c' pi. Cos per un attimo mi torna la felicit, chiamo Vincenzo e gli dico di guardare il miracolo. S, sono proprio contento. Poi penso con dispiacere che non potr farmi vedere da nessuno senza pancia, che non ho uno specchio per osservarmi e vedere come sto, e la sensazione di gioia va via come sono andati via i miei dodici o tredici chilogrammi superflui, come sta andando via tutto me stesso.
Nel pomeriggio decido di provare a mangiare un po' di Fargan, in fondo, se ricordo bene, deve essere composta di olii vegetali e a base di estratti del latte. Ne prendiamo un poco sia io che Vincenzo e spero che non porti effetti secondari.
Poi finalmente viene la pioggia e ci coglie di sorpresa. Il cielo era coperto, ma non sembrava che dovesse piovere. C'erano poche nuvole dense e consistenti, ma pi che altro era un grigio uniforme e sparso che non faceva presagire la pioggia n la quantit che ne sta venendo gi(53). Questa volta, per, usiamo un sistema diverso per raccoglierla: mentre Vincenzo resta dentro e tiene abbassato il sostegno del tendalino, io all'esterno raccolgo l'acqua con la scatoletta vuota del nostro ultimo pasto a base di carne. Dapprincipio ne beviamo direttamente dalla scatoletta, siamo felici come bambini che giocano sotto la pioggia e che possono bagnarsi senza che nessuno li richiami. Mi lascio bagnare il viso e i panni godendone e bevendo in continuazione un'acqua dal sapore nuovo e cos piacevole.
Quella che prendiamo direttamente con la scatoletta non sa di plastica, ma sembra proprio acqua potabile, con un gusto molto piacevole. Attraverso i vari scrosci che si susseguono nel pomeriggio, riusciamo a riempire completamente i dieci litri della tanica, ma questa volta ha un colore meno aranciato e un gusto migliore. Poi torniamo a sdraiarci soddisfatti e con un senso di pienezza allo stomaco che non provavamo da giorni. Mi ero dimenticato la sensazione che si prova quando si mangia troppo e ci si sente sazi fino a scoppiare e mi ha fatto piacere poterla riprovare ancora una volta prima che fosse troppo tardi. Mi viene da sorridere all'idea che almeno potremo morire a stomaco pieno e ben riposati, come i nobili del settecento che morivano di vecchiaia a tavola mentre mangiavano abbondantemente.
Poi ritorna il nostro stato di abbandono, il silenzio, i cupi pensieri. Quanti giorni resisteremo ancora? Chi morir per primo? Come succeder? Ce ne accorgeremo? E cosa succeder a quello che per caso dovesse morire per secondo? Ne parliamo anche insieme, ma sono tutte domande destinate a restare senza risposta o forse siamo noi che non vogliamo trovarne. E del resto sarebbe inutile pensarci prima, meglio che tutto accada come il destino ha deciso che debba accadere. Noi non abbiamo comunque alcun mezzo per poter intervenire a cambiarlo, fosse pure solo per differirne il corso per poco.
Trascorriamo un'altra notte di brividi tremendi e darei un anno di vita per una coperta. E una promessa ridicola in queste condizioni, forse sarebbe meglio promettere qualche altra cosa, ma non credo di avere altro da dare in cambio per una coperta.

31
Oggi, alla prima luce dell'alba, non ci siamo messi in movimento, non abbiamo aspettato con ansia che schiarisse per guardare fuori dalla zattera. Siamo rimasti fermi sui nostri scomodi giacigli continuando a cercare di tanto in tanto una posizione migliore, quasi che non stesse sorgendo il sole e iniziando un altro giorno. Siamo abulici, stanchi, depressi ed  come se avessimo impiegato diciotto giorni per imparare a non attendere niente dagli altri, dall'esterno, a diventare scettici, quasi a rendersi conto che nella vita bisogna fare tutto da soli e che spesso neanche questa soluzione serve a qualcosa(54).
 come tornare indietro negli anni, quando l'entusiasmo e la forza della giovent cozzano continuamente contro la realt spenta dei grandi passando da una delusione all'altra, da una mortificazione all'altra. E allora col tempo si matura, ci si indurisce, gli entusiasmi si dosano e si incanalano nell'esperienza, che non  altro che il chiudersi in se stessi rinunciando alle proprie passioni per acquistare lo scetticismo consapevole, triste e rinunciatario dei "grandi". Cos noi abbiamo vissuto questi diciotto giorni che ci hanno piegato, sottomesso e umiliato e ora aspettiamo che accada quello che deve accadere senza attenderci nulla, senza desideri, senza volont, senza credere pi in nulla.
Guardo Vincenzo e mi sento in colpa verso di lui. Mi dispiace di non avergli saputo dare una buona
compagnia e che fra noi ci siano state tante discussioni e incomprensioni. Mi sembra assurdo essere stati insieme tanto insieme e in situazioni cos difficili ed esserci scambiati cos poche idee senza riuscire a cambiare niente l'uno nell'altro. Mi domando, nel caso riuscissimo a salvarci, come andrebbe a finire tra noi, se continueremmo a vederci o se in breve tempo ritorneremmo a esserci completamente estranei.
La giornata scorre lentamente, in silenzio, senza mai arrivare al termine. Mi rimetto a pensare al modo di trovare qualcosa da mangiare oltre al Fargan, ma riesce difficile escogitare qualcosa.

32.
Al mattino, dopo il freddo tremendo della notte, il primo pensiero corre alle pomate e ai massaggi. Sono molto preoccupato per Vincenzo, non solo per il suo stato generale che ricorda gli scampati dai campi di concentramento con la sola pelle attaccata alle ossa e nessuna ombra di muscolatura, ma soprattutto per i suoi piedi. Le macchie violacee si stanno estendendo molto e in particolare ha un alluce quasi completamente nero. Non so cosa possa essere, ma sembrerebbe l'inizio di una necrosi, probabilmente dovuta a congelamento, e se fosse questa la causa delle macchie potrebbe continuare a estendersi fino a ucciderlo.
Cerco di nascondergli questi miei tristi pensieri e di parlare d'altro. Tornano cos i nostri presentimenti e con loro un soffio di vita. Parliamo ancora, come un'ossessione, di mangiate incredibli, di viaggi, di libri, di cose che vorremmo fare.
Scopriamo anche un viaggio che entrambi vorremmo fare: risalire la Senna fino a Parigi e magari anche oltre. Credo che questa sia la prima volta che ci troviamo qualcosa in comune, uno stesso desiderio, indubbiamente lo avevamo fin da prima, ma ci sono voluti diciannove giorni per trovarlo ed entusiasmarci, per una volta insieme.
Il mare sta tornando mosso, forse si avvicina una nuova depressione. Il vento  dapprima incerto, poi si mette deciso a libeccio e noi ricominciamo a sperare. Con questo vento potremmo arrivare in costa,
non ho idea dove, le supposizioni sono molte, ma una ci diverte pi delle altre: andare a finire nel Golfo di Napoli magari davanti agli Chalet di Mergellina dove sostano sempre i nostri amici barcaioli e, con faccia e toni smunti ma atteggiati a indifferenza, chiedere 'na tazzulella e caf. Ne ridiamo insieme e questa volta Vincenzo non si arrabbia, ma ci divertiamo a immaginare le facce stupite dei nostri amici.
Poi di nuovo la tristezza, il ricordo degli amici richiama quello dei familiari che ci dispiace abbandonare e addolorare.
Decidiamo che, se dovessimo accorgerci della fine, legheremmo i nostri corpi alla zattera in modo che possano ritrovarli e sapere con certezza della nostra fine, della nostra lotta per sopravvivere e soprattutto non cullino illusioni vane.
Durante la notte Vincenzo riesce per la prima volta dall'inizio del naufragio ad andare di corpo. Sono, infatti, diciannove giorni che il nostro intestino  come bloccato e temevo un'occlusione intestinale. Spero di poterlo fare anche io, sebbene dai gemiti e dagli sforzi di Vincenzo mi rendo conto che non deve essere stato facile, anzi tutt'altro.
Continuiamo a bere spesso, abbiamo solo acqua a bordo e sono quattro giorni che non mangiamo e per la prima volta sentiamo gli stimoli della fame e cerchiamo di calmarli bevendo.
Io inizio il count-down, quanti giorni possiamo ancora sopravvivere? Io credo al massimo una settimana e se non accade qualcosa  la fine, spero solo di morire prima di Vincenzo e magari mentre dormo.

33.
All'alba siamo ancora immersi nel nostro dormiveglia tutto brividi, poi iniziamo a ungerci. Sono all'incirca le sette e mezzo quando sentiamo il rumore di un motore di nave, questa volta molto vicino. Ci affacciamo e ne vediamo una, proprio di fronte a noi, a meno di cento metri. E quasi ferma, abbassiamo il tendali-no freneticamente e facciamo segnalazioni e gridiamo. Trascorrono minuti interminabili o forse solo attimi, poi distinguiamo delle persone che ci stanno guardando, fanno anche loro dei segnali. Ci hanno visto,  finita, questa volta davvero!(55).
La nave torna indietro e ci accosta, viene lanciata una biscaglina, ma non riusciamo a prenderla e cominciamo a sfilarle verso poppa. C' un'onda lunga alta un metro, la fiancata della nave  altissima e noi saliamo e scendiamo sul mare senza trovare nulla a cui aggrapparci. Poi finalmente ci lanciano una corda e riusciamo ad afferrarla e di nuovo viene calata la biscaglina. E Vincenzo che sale per primo e vi si lancia sopra, ma si siede sul primo gradino. Non ce la fa a salire e resta fermo per qualche minuto che sembra un'eternit, seduto sul gradino con in viso uno stupore sconvolto per essersi reso conto della sua debolezza, lui che sapeva salire a braccia in testa d'albero. Poi finalmente prende a salire e lo tirano a bordo di peso. Salgo anch'io, ho la mano graffiata dagli urti con la fiancata della nave e indolenzita. Per qualche attimo resto con un piede infilato nel gradino della
biscaglina e con l'altro tengo la zattera accostata. Sono indeciso, ho addosso la borsa con i documenti, ma penso di poter salvare qualche altra cosa. Passo in rassegna velocemente quello che abbiamo lasciato nella zattera e che potrei forse legare alla cima per farlo tirare a bordo: il guscio della tartaruga, il sacco con le radio e gli strumenti, la zattera stessa. Poi scaccio tutto con un calcio.
L'importante  aver salvato la pelle.

Il seguito.
Salendo sulla biscaglina mi rendo conto della debolezza delle mie gambe e delle difficolt di Vincenzo. I marinai che ci accolgono a bordo sono tutti gentilissimi, sono cinesi di Hong Kong e la nave  una porta-container. Hanno appena passato lo stretto e si stanno dirigendo verso Marsiglia, dove ci sbarcheranno, non considerandoci in imminente pericolo di vita.
Ci allestiscono due brandine a prua e finalmente posso lavarmi e distendermi. Vincenzo resta immobile nel letto,  debolissimo e il suo fisico fa impressione, quello che avevo visto a bordo dell'autogonfiabile era ancora poco. Non ha pi l'ombra di un muscolo e tutta l'ossatura  visibile: costola, bacino, femori, braccia, tutto sembra appena ricoperto da uno strato di pelle. Non riesce a muoversi dalla brandina e bisogna sorreggerlo per farlo stare in piedi. In quanto a me sto decisamente meglio di lui. Non posso articolare i piedi, che tra l'altro sono incredibilmente gonfi e doloranti, ma posso camminare come se li avessi ingessati(57).
Mi fanno salire sul ponte di comando, ma non riesco a telefonare e decidiamo di fare un telegramma. Non sapendo se hanno trovato il relitto o meno ne faccio uno breve e sibillino. Mi racconteranno poi le ansie e l'incredulit che ha suscitato un telegramma cos evanescente nel contenuto.
Il viaggio per Marsiglia non manca di suspence. Nel Golfo del Leone una burrasca fa saltare i cavi di
acciaio che trattengono una gru di sedici tonnellate facendola disporre di traverso e inclinata su un fianco. Vediamo i marinai agitarsi e correre per tutta la notte, con grande apprensione da parte nostra che ci sentiamo apportatori di jatture tremende e pericolose. Dopo una deviazione per ridossarci sotto Cape d'Anti-bes finalmente arriviamo a Marsiglia. A causa della gru la nave ha dovuto accostare di fianco dove non ha alcun portello ed  necessario chiamare i pompieri per sbarcare Vincenzo, che ancora non pu muoversi, con una scaletta appoggiata al fianco della nave.
In ospedale scopriamo di aver subito entrambi un principio di congelamento alle estremit e che le macchie ai piedi di Vincenzo sono proprio delle necrosi e che forse sar necessario amputare gli alluci. Per fortuna tutto si risolver in una piccola operazione.

LE RICERCHE.
Il relitto del trimarano fu ritrovato l'undici o il dodici dicembre da una petroliera tedesca al largo di Trapani. Era capovolto, senza tuga e albero, senza lo scafo laterale destro e con quello centrale e il laterale sinistro che portavano ancora i segni delle ondate prese prima di abbandonarlo.
Il comandante della petroliera rifiut di fermarsi a Trapani prima, e a Siracusa, poi, per farlo esaminare e lo port a Venezia dove era diretta e dove lo scaric.
Le ricerche furono organizzate da Aeronautica e Marina e per qualche giorno uscirono diversi mezzi a cercarci. Non so con quali mezzi e criteri furono condotte, ai miei amici che volevano noleggiare un aereo per collaborare fu rifiutata ogni informazione e cortesemente rispediti a casa. Si supponeva, tra l'altro, che l'incidente doveva esserci occorso fra l'uno e il due dicembre, giorni in cui il mare e il vento avevano raggiunto, per la prima volta dopo cinquanta anni, forza dieci e che difficilmente avremmo potuto sopravvivere pi di dieci giorni a causa del freddo e delle basse temperature notturne.
Non so quali criteri siano stati adottati per le ricerche, ma posso riferire quello adottato dai miei amici napoletani.
Riuscirono a procurarsi, non so come perch credo che sia vietatissimo, una carta militare detta carta di Metallo. Questa carta riporta la velocit di scarroccio di vari mezzi abbandonati alla deriva a seconda della
forza del vento, del mare, del tipo di imbarcazione. I miei amici, carta di Metallo e bollettini meteorologici alla mano, avevano individuato due zone della nostra possibile posizione racchiuse da due piccoli cerchietti. Al mio ritorno, senza avere ancora detto nulla della posizione dove eravamo stati trovati, me le hanno fatte vedere: in una delle due eravamo noi al momento del ritrovamento, la nave "Tarek ci ha ripescati, infatti, a 3927' N e 1338'" praticamente a circa ottanta miglia a nord di Alicudi e dopo un percorso in zattera di circa quattrocento miglia in venti giorni, quasi pari, tra l'altro, al percorso da noi fatto col trimarano in quindici giorni da Fiumicino ad Annaba.

LA ZATTERA.
Non vorrei fare delle considerazioni sulla barca. Ritengo, infatti, che i trimarani siano delle buone barche, sufficientemente marine e sicure. In particolare il mio era anche comodo, trattandosi della versione crociera del Nimble, un progetto vecchio del Piver e di cui sono stati costruiti centinaia di esemplari in tutto il mondo. Tra l'altro la barca era stata controllata scrupolosamente, il legno era stato portato a nudo e completamente riverniciato ed erano stati fatti dei rinforzi allo scafo, eliminati gli obl anteriori e delle coperture in compensato per quelli laterali. Un unico appunto lo farei al tipo di progetto, ormai decisamente superato, trattandosi di trimarano a carena planante e non solcante come i pi moderni: per viaggi impegnativi sono preferibili, per quanto decisamente scomodi, i moderni trimarani d'altura che hanno una superficie esposta al mare decisamente inferiore a quella del Nimble e di conseguenza sono meno soggetti ai duri colpi delle onde, stringono meglio il vento e hanno meno superficie al vento in caso di fuga al mare.
Vorrei fare, invece, delle considerazioni sugli autogonfiabili e in particolare su quello da noi usato, una Callegari e Chigi del tipo 6 MP omologata per sei persone. Costruita in ottimo materiale, non si  mai lesionato un pezzo a eccezione del tendalino, ha presentato delle pecche di progettazione e costruzione dovute, indubbiamente, alla mancanza di un collaudo pi serio. Cominciamo dalle valvole, chiuse da un tappo di sicurezza da mettere in sede a pressione, ma di gomma cos dura che era difficile riuscire a infilarlo e cos sporgente che a ogni movimento finiva per saltare.
Poi il fondo che non isola assolutamente dal freddo del mare e che  eccessivamente morbido. E a causa della morbidezza e dell'eccessiva concavit che ci siamo ribaltati tante volte. Mi domando, inoltre, quanto tempo avremmo potuto resistere, col freddo che abbiamo patito, se non avessimo avuto qualcosa da frapporre tra noi e il fondo.
Poi c' l'apertura della zattera, troppo stretta e posta a cavallo del sostegno del tendalino.  pressoch impossibile alzarsi in piedi per fare delle segnalazioni o mettersi a remare in due.
Poi il tendalino, che presenta difetti notevoli. Il pi grave  la perdita del colorante, che dimostra un'incuria veramente grave da parte del progettista. Anche la zona di raccolta dell'acqua piovana  fatta male ed  ridicolmente piccola, almeno in rapporto alla superficie sfruttabile del tendalino. Mi domando come si possa pensare che sei persone possano dissetarsi raccogliendo l'acqua piovana che pu fornire la canaletta, tanto pi in considerazione dei miseri sei litri in dotazione alla zattera.
Poi la mancanza di una biscaglina per salire a bordo. Non  facile per una persona vestita, cosa che di solito accade a chi fa naufragio, scalare i cinquanta e pi centimetri del bordo dell'autogonfiabile.
Poi le ancore galleggianti. Se ne sono rotte due ed entrambe le volte  stata la cimetta a cedere e a troncarsi. Probabilmente sono troppo grandi, sebbene la velocit di scarroccio della zattera con l'ancora galleggiante fosse superiore a quella del trimarano (due
nodi e mezzo), oppure non  stata collaudata la capacit di strappo della cimetta perch fosse proporzionale allo sforzo richiesto.
Mi domando se non sia possibile utilizzare qualcosa di diverso come mezzo di salvataggio. Io credo che un gommone, con i bordi sufficientemente alti, opportunamente modificato sarebbe senz'altro preferibile da chi deve fare viaggi impegnativi, indipendentemente dal R.I.N.A. Dovrebbe avere delle bombolette per il gonfiamento istantaneo, un paiolo pieghevole ma rigido in modo da isolare gli occupanti dal freddo e dall'acqua del fondo. Essere raddrizzate, del resto oggi si riescono a raddrizzare anche catamarani di sette metri e, comunque, credo che sia pi difficile capovolgere un gommone che un auto-gonfiabile. Avere un tendalino fissabile a dei tientibene esterni, in modo da proteggere gli occupanti e utilizzarlo per la raccolta di acqua piovana. Essere progettato in modo che in una sacca, da tenere a portata di mano nella barca, ci siano delle derive laterali, un timone, un albero telescopico piccolo e relativa veletta. Io credo che un mezzo del genere, anche occupando il doppio dello spazio di un autogonfiabile una volta ripiegato, sarebbe possibile tenerlo sulla tuga e usarlo anche come tender, come del resto si fa con i piccoli pram autogonfiabili, e sono certo che potrebbe offrire molte pi chances di una zattera. Credo anche, dall'esperienza del gruppo italiano che ha navigato in gommone a Capo Horn, che un canotto si ribalti meno facilmente di una zattera.
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FINE.
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Note.
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1. Presa dai "dovr",
dai "non dovr", o ancora dagli "avrei dovuto", mi accusavo di tutti i mali e di non essere perfetta! Una volta cresciute le ragazze, adulte e autonome, ho dunque scelto di partire intorno al mondo. Sentivo l'urgenza di allargare i miei orizzonti al di l dei confini di un apparecchio televisivo... E ho armato una barca.
(Michle Demai, Alaska Dream)
2. La lista "per non dimenticare nulla"  lunga, il nostro budget ristretto.
Armati di una serie di quindici pagine, come procedere? Per quarantott'ore, stiviamo la mercanzia registrando ogni articolo e cercando di equilibrare il peso al meglio. (...) La barca  stracolma, caricata di una tonnellata o pi, senza contare gli ottocento litri di gasolio, la benzina per il fuoribordo e l'olio per il cambio motore. Gli sci e le pelli sono fissati al soffitto del vano motore! (Michle Demai, Alaska Dream)
3. L'Arcipelago di Maddalena  in parte un Parco Nazionale che comprende 180 km di costa, tutte le isole e gli isolotti appartenenti al Comune di La Maddalena.  inoltre in via di istituzione il Parco Marino Internazionale delle Bocche di Bonifacio.
4. Testone come sono, so quello che voglio. Quadrato a U con sedute basse come divani. Letto bretone aperto davanti per non ridurre
lo spazio. Tavolo da carteggio largo. Cucina con un grande piano da lavoro armadietti, posti per stivare. Due cabine dietro, ciascuna con scrivania e biblioteca.
Un bagno vasto per non essere piegati in quattro sotto la doccia o schiacciati tra
il wc e il lavabo. Cerco anche di delimitare la zona secca da quella umida con dislivelli differenti tra i paglioli. (Michle Demai, Alaska Dream)
5. La vela si strappa per tutta la sua larghezza e, rassegnato, comincio a ricucirla. Il mio materiale consiste in un rocchetto di comune filo nero e in alcuni aghi non meno comuni; sicch devo ricucire punto per punto, e non posso nemmeno distendere davanti a me tutto il lavoro, tanto poco  lo spazio. (Alain Bombard)
6. La sera, il vento fa disperare. Per tutto il giorno  stato irregolare per forza e posizione. Ben presto il mare si agita, ma il battello resiste contro questo detestabile Mediterraneo, che  proprio "un sudicio mare". (Alain Bombard)
7. Nel corso dell'ultima notte, nel momento in cui il vento comincia a girare, siamo pi duramente malmenati e io mi rallegro di aver scelto una barca in acciaio. Fuori, urla. Dentro, risuona. C' da diventare matti. Nel grande shaker, ogni gesto richiede un'energia estenuante. So bene che l'oceano gonfio della sua collera finir per calmarsi, ma l'attesa sembra lunga. (Michle Demai, Alaska Dream)
8. La fame comincia a diventare sempre pi dolorosa. A turno, ricordiamo commuovendoci quel panino al prosciutto rifiutato al momento della partenza: diventa per noi qualcosa di pi reale, di pi disperatamente invitante dei piatti delicati che avremmo potuto immaginare. (Alain Bombard)
9. Per finire, installiamo stufa e camino. Ah! La stufa. Che bell'idea. Un vecchio bidone di ferro infilato in un contenitore riempito di sabbia sul tetto della tuga, qualche buco per l'aerazione, una porticina per infilare la legna, un camino circondato di amianto che esce dal tetto, ed ecco il nostro angolo del fuoco. (Michle Demai, Alaska Dream)
10. Jack a mezzogiorno, con mille difficolt era riuscito a determinare la nostra posizione grazie all'altezza solare meridiana. Jack doveva far coincidere, per mezzo del sestante, l'immagine dell'orlo inferiore del sole con l'orizzonte: questa operazione  gi delicata dall'alto del ponte di una nave, ma provate a farla su un gommone sballottato secondo il piacere delle onde! (Alain Bombard)
11. Nel bollettino meteo della sera le previsioni elencano un inventario di orrori che non abbiamo voglia di ascoltare. Il gale warning (avviso di burrasca), diventa storm warning (avviso di tempesta), poi strong storm warning (avviso di tempesta molto forte). Settanta nodi di vento sono attesi con onde alte pi di dieci metri: un palazzo di cinque piani! (Michle Demai, Alaska Dream)
12. Misurare l'altezza del sole a mezzogiorno non  difficile: basta far coincidere, nella lente visuale, l'orlo inferiore del sole con l'orizzonte. Una scala d il valore dell'angolo sole-osservatore-orizzonte, ma non basta: con questa semplice misura come posso ottenere la mia latitudine? (Alain Bombard)
13. Di tanto in tanto, questo pensiero si fa insidiosamente strada nel mio cervello: "Ma tu, che stavi tanto bene nella tua piccola esistenza cos confortevole, che diavolo sei venuto a fare in questa prigione?" (Alain Bombard)
15. Per colmo della sfortuna, comincia a soffiare il vento del nord portando tempesta. Lontani dalle coste, non avevamo paura, ma qui, circondati dalle scogliere,  terribilmente pericoloso. Il vento si fa sempre pi violento: in quattro ore circa (con una media di cinque nodi), arriviamo molto vicino alla terra; ma il mare  scatenato e sar impossibile superare quel fatidico capo. (Alain Bombard)
15. Alle 18, incrociamo una nave a tribordo di fronte a noi. Mettiamo in azione il meccanismo di avvistamento, preparato da molto tempo: Jack fa partire due razzi a esplosione. Nessuna reazione da parte della nave.
(Alain Bombard)
16. Mal disposto, dopo aver tirato in ballo la marea, i venti e l'assenza di carte, alla fine Jack accetta di fare un tentativo luned 11 agosto. Siccome so che non  convinto, un dubbio si insinua nei miei pensieri: gli basterebbe girare il battello mentre io dormo, e mi sveglierei nel Mediterraneo. Non sono entusiasta della prospettiva di passare il tempo a sorvegliarsi reciprocamente. (Alain Bombard)
17. Dal 1962, dopo la partenza dei francesi, l'Algeria  una Repubblica e la Costituzione del 1989 la definisce una Repubblica Democratica e Popolare, il cui Presidente  anche comadante in capo delle Forze Armate, eletto a suffragio universale ogni 5 anni.
18. Uno dei dilemmi che tormentano gli intellettuali algerini  accettare che Sant'Agostino, uno dei simboli della cristianit, fu algerino. Nacque infatti a Tagaste (oggi Souk Ahras), ma la sua citt d'adozione, dove visse quasi 40 anni, fu Ippona, l'odierna Annaba.
19.  l'italiano Pietro Laureano, architetto e consulente Unesco, a gestire il recupero della casbah di Algeri, il suo nucleo pi antico, dopo aver guidato il restauro dei Sassi di Matera.
20. Mi sembra che l'acqua salga intorno a me, che invada ogni cosa. Comincio a dibattermi. C' ancora un battello sotto di me? Sono dentro? Sono fuori? Nuoto. Nuoto pi forte. L'Hrtique  completamente sommerso. Mi rendo conto che un'ondata si  infranta proprio su noi. Devo svuotarlo a ogni costo. Solo i galleggianti di gomma sono ancora fuori dall'acqua, nel mezzo di un unico mare; ma l'Hrtique continua imperturbabile la sua strada, come un relitto. (Alain Bombard)
21. Il gommone misurava m. 4,60 per 1,90. Era un budello di gomma gonfiabile, a forma di ferro di cavallo, le cui estremit erano riunite posteriormente da un segmento di legno: cos potevamo evitare lo strofinio che avrebbero provocato le nostre cordicelle da rimorchio. Sul fondo di gomma era steso un sottile pavimento di legno e l'imbarcazione non conteneva neppure un solo elemento metallico. I galleggianti erano divisi da quattro tramezzi in compartimenti stagni, apribili e chiudibili a volont. Il fondo dello scafo era praticamente piatto. Una spina centrale rigida lo divideva nel senso della lunghezza, e formava due curvature che, come ventose, aumentavano l'aderenza al mare senza per offrire resistenza ai flutti. La propulsione era assicurata da una vela quadra di 3 mq circa. Una relativa manovrabilit era assicurata da due derive fissate lateralmente all'incrocio del terzo medio e del terzo anteriore con il terzo davanti. Queste due piastre metalliche ci sarebbero dovute servire solo in caso di avvicinamento a terra. (Alain Bombard)
22. La Paura fa all'improvviso il suo ingresso, come se l'ultimo battello scomparso dal nostro orizzonte le avesse lasciato libera la scena. Questa volta,  solamente una breve prova se la paragono alle profonde ferite che mi avrebbe inflitto in seguito. Avremo altre occasioni di conoscere la Paura, la vera Paura: non questa leggera angoscia della partenza, ma la ribellione panica del corpo e dell'anima terrorizzati dagli elementi, come se tutto l'universo non fosse altro che un solo e ineluttabile pericolo. (Alain Bombard)
23. L'ncora pu essere formata da qualsiasi oggetto immerso a met e fissato con un lungo filo sulla parte anteriore del battello che, muovendosi sotto la spinta del vento, esercita una trazione sull'oggetto immerso. Poich questo fa resistenza, il battello si presenter sempre con il naso dalla parte della resistenza. Cos, la deriva  frenata, e il battello non pu essere preso obliquamente da un'ondata che rischierebbe di rovesciarlo. (Alain Bombard)
24. Naufrago, non devi mai abbandonarti alla disperazione. Devi sapere che, quando ti sembra di toccare il fondo della miseria umana, sopravvengono circostanze che possono trasformare ogni cosa. (Alain Bombard)
25. Dopo di che, pesco per circa un'ora, quanto basta per il mio nutrimento quotidiano, e divido la provvista in due parti, una per il pranzo, l'altra per la cena. Perch non ho mutato le ore dei pasti? Perch avendo gi modificato la natura dell'alimentazione ritengo sia inutile introdurre un nuovo turbamento nel mio regime, cambiando anche le ore di lavoro del mio stomaco, che  abituato a secernere i succhi gastrici all'ora dei pasti, per essere pronto poi ad assimilarli.
 dunque inutile imporgli un lavoro supplementare. (Alain Bombard)
26. Jack si rivela di giorno in giorno pi simpatico. Ma siamo ancora a terra. Non potevo fare a meno di chiedermi: "Che succeder quando avremo fame? Non ci rivolteremo l'uno contro l'altro?" (Alain Bombard)
27. Il gran problema dei navigatori,
lo scorbuto,  una malattia dovuta alla mancanza di vitamina C. Gli animali si dividono in quelli che fabbricano gli acidi ascorbici
e quelli che li prendono dall'esterno, dal loro nutrimento. Ora, la balena ha bisogno di trovare il suo acido ascorbico all'esterno
e si nutre esclusivamente di plancton e di piccoli crostacei planctonivori. Avrei dovuto dunque trovare la vitamina C nel plancton. (Alain Bombard)
28. Durante tutta la giornata, c' un problema costante: sapere come mettermi. Seduto sul bordo del battello, oppure con la schiena appoggiata contro il budello, le gambe sopra al budello opposto; qualche volta mi stendo sul fondo del battello, ma ogni posizione diventa presto insostenibile. (Alain Bombard)
29. Ho sempre desiderio che venga sera, innanzitutto perch un altro giorno  passato, poi perch mi addormento, rimettendomi per ogni cosa alla Provvidenza, e infine perch non vedo gli avvenimenti che potrebbero preoccuparmi. Questa specie di passivit  tipica dell'uomo rimasto a lungo solo: finisce con il curvare la schiena alle avversit. Cos, ogni giorno in cui non mi  capitato nulla  un giorno favorevole, e la notte in cui nulla accade  per forza qualcosa di rassicurante. (Alain Bombard)
30. Contrariamente a quanto si possa credere, ho sempre pi paura perch, anche se  gi passata una ventina di giorni,  terribile che sia sempre sufficiente un'ondata, e una sola. Il fatto che non sia capitato niente per venti giorni non cambia nulla, io sono in balia di un'onda, sempre, sempre, anche l'ultimo giorno! Se fosse tra dieci giorni, sarei sul passaggio delle navi, ma ora come ora non c' nessuna speranza. (Alain Bombard)
31. Se non vedo la terra domani o dopodomani al pi presto, non ci capisco pi nulla e abbandono. Alla partenza, sui 15 20' ovest circa, facevo il punto alle 12,10; oggi, invece, l'ho fatto alle 15,10: c' una differenza di 3 ore, dunque 60 20' ovest. Anche a 30 miglia al giorno dovrei essere domani a 28 e a 19 miglia: se non vedo niente dopodomani, do le dimissioni. (Alain Bombard)
32. Il mio gommone da salvataggio mi stupisce ogni giorno di pi. Tutte le mattine, verso le undici, devo sgonfiarlo leggermente per evitare che l'aria dilatata dal sole lo faccia scoppiare. Ogni sera lo gonfio di nuovo. (Alain Bombard)
33. L'acqua di mare  pericolosa, tutti lo sanno: berne grandi quantit conduce alla morte per nefrite. Come fare, allora? La tabella di composizione che mostra che l'elemento pi importante  il cloruro di sodio. Quindi, comincio semplicemente a consumare la mia razione quotidiana di cloruro di sodio (sale) con l'acqua di mare, e ci mi consente di assorbire da 800 a 900 gr di liquido salato. L'assorbimento di acqua salata non avrebbe dovuto oltrepassare 5 giorni, dopo i quali la nefrite sarebbe riapparsa minacciosa. (Alain Bombard)
34. Fa caldo: un buon bicchiere di birra! Ci che pi mi fa soffrire  non avere sempre acqua dolce. Se almeno piovesse! A dire il vero, non ho sete, ho soltanto voglia di cose buone, come chi non ha pi fame di maccheroni, ma mangerebbe volentieri un po' di pollo. Il bisogno d'acqua dolce mi perseguita, pi di quanto mi faccia soffrire. (Alain Bombard)
35. Jack si mostra molto pi diffidente circa il bere l'acqua di mare e, preferendo sperare in una preda ipotetica o in una pioggia poco probabile per soddisfare la sete, se ne astiene nonostante i miei consigli e le mie osservazioni. Era una prova evidente del pericolo che rappresenta una tradizione troppo radicata nelle menti. Nemmeno il mio esempio era riuscito a convincerlo. (Alain Bombard)
36. Quando porto alle labbra la carne rosea del pesce appena pescato mi viene una violenta voglia di vomitare. Avanti, io so che  buono! E il primo boccone va gi bene. Il tab  superato, vittoria! Ci mettiamo sotto i piedi l'educazione e strappiamo con i denti quella carne che, per miracolo, ora ci sembra sana e appetitosa. (Alain Bombard)
37. Gioved. Nulla in vista, sempre nulla in vista. Comincio a essere fisicamente esaurito. Oggi mi ha fatto visita una farfalla, stamattina un ragnetto di Santa Maria. Con tutto questo, in verit, la terra non pu essere lontana.
Ma navi + aerei = zero. (Alain Bombard)
38. Vvo nel continuo timore della foruncolosi. Per evitare un simile rischio, l'unico rimedio a mia disposizione  il mercurocromo, che mi d un aspetto tragico e sanguinolento. Di notte, il dolore diventa tanto violento che il contatto con una stoffa qualsiasi  insopportabile. (Alain Bombard)
39. Un forte urto mi costringe ad appoggiarmi al bordo del gommone: si tratta di uno squalo, uno grosso, la cui parte superiore di coda  molto pi grande di quella inferiore. Si  voltato sul dorso per venire verso di me. Tutti i suoi denti brillano; il suo ventre  bianco. Per un momento che mi pare eterno, i colpi della coda sbattono intorno a me come frustate. Poi, finalmente, stanco della mia passivit, si allontana. (Alain Bombard)
40. Pioggia! pioggia! La vera pioggia tropicale mi scroscia addosso, riempiendo rapidamente la tenda che si piega sotto il peso, tra le mie ginocchia. Bevo quella prima acqua ma... tremenda! Era salata del sale della tenda, e la butto in mare. Quando la tenda si  lavata, quell'acqua, anche se sa maledettamente di gomma, mi sembra una vera grazia di Dio. (Alain Bombard)
41. Questa
avventura rappresenta un taglio netto nella mia esistenza. Per quanto ogni giornata sembri lunghissima, il tempo non conta pi, perch ho perso qualsiasi punto di riferimento e i giorni passano senza che io ne abbia coscienza. (Alain Bombard)
42. Non chiedo altro che questo libro possa aiutare quanti dovranno lottare, sul mare o altrove, contro questa voce: e che dentro di loro, ancora una volta, il no di un eretico possa essere un s alla vita. (Alain Bombard)
43. Lavoro a incurvare la punta del mio coltello, poco a poco, senza spezzarla, servendomi del remo piatto come di un'incudine. Poi fisso con una cordicella il manico del coltello alla punta del remo, per tentare di arpionare il primo pesce che si avviciner sufficientemente.
Ogni cosa, a bordo, pu servire da cordicella: una cravatta, dei lacci da scarpa, una cintura, delle corde... Un naufrago ne avr sempre. (Alain Bombard)
44. Lo stesso giorno una nave incrocia la mia rotta a una decina di miglia. Non mi vede. Povero vero naufrago, conta solo su te stesso per salvare la tua vita! Io sono tra la nave e il sole, e non mi hanno visto. Eppure si  fermata per dieci minuti abbondanti, per stabilire la longitudine. Che peccato! (Alain Bombard)
45. Io, come il battello, ho sofferto parecchio: sono indebolito all'estremo e ogni movimento mi causa un'enorme stanchezza. Sono dimagrito molto, ma la cosa pi grave  lo stato della mia pelle: ho il corpo coperto di bollicine che si evolvono, in pochi giorni, dalla macula, alla vescichetta, alla pustola. (Alain Bombard)
46. Ho preparato la lista per il pranzo che vorrei offrirmi:
1. fegato d'oca tartufato, souffl di granchiolini, anatra al sangue, patate al passito, formaggi misti, crpe alla marmellata, macedonia di frutta allo champagne;
2. aragosta Thermidor, pernice tartufata su canap, fagioli verdi, formaggi misti, crpe Suzette (una dozzina), macedonia di frutta allo champagne. (Alain Bombard)
47. Il 28 ottobre, accade qualcosa che avr in seguito una grande importanza, di cui sul momento non mi rendo conto: rompo il cinturino dell'orologio che si ricarica automaticamente con i movimenti del polso. L'orologio si ferma poco dopo. Diventa impossibile sapere con certezza in che punto mi trovi rispetto all'ovest, cio nella direzione che pi mi interessa: quella delle isole che voglio raggiungere. (Alain Bombard)
48. Adesso ho capito che, se ci fosse una tempesta, non dovrei pi gettare l'ncora galleggiante... vada come Dio vuole! Che cosa ho fatto! Non potevo fermarmi alle Canarie? Il Mediterraneo, Casablanca, le Canarie, ci sono riuscito, e qui fallisco miseramente. (Alain Bombard)
49. Naufrago, amico mio, sei finalmente giunto in vista della terra, e tutto ti sembra finito: sarebbe davvero troppo stupido che tu fossi ucciso, proprio in questo momento. Hai tempo. Solo la tua impazienza pu ancora compromettere ogni cosa. Non dimenticare che il 90% degli incidenti avviene durante l'approdo. Fermati.
Osserva. Scegli. (Alain Bombard)
50. Per aumentare una simile confusione, cominciano a impossessarsi di me terrori superstiziosi. Una superstizione divertente  quella dei fiammiferi. Ho ancora qualche sigaretta e me ne fumo una di tanto in tanto; per me, il numero di fiammiferi che devo sfregare per accendere la sigaretta corrisponde al numero di giorni che mancano per terminare il viaggio. (Alain Bombard)
51. Sono stanco e desidero: 1) un bagno caldo; 2) scarpe impermeabili; 3) un letto asciutto; 4) un pollo arrosto; 5) un litro di birra. (Alain Bombard)
52. Alla minima ferita, si manifesta una generale tendenza alla suppurazione e devo con ogni cura disinfettare tutte le piaghe. Potrei usare, certo, la penicillina, ma voglio fare un'osservazione medica completa senza modifiche date dalle medicine, almeno finch riesco a resistere. (Alain Bombard)
53. La pioggia imperversa e sarebbe veramente paradossale annegare nell'acqua dolce: ma  proprio quel che mi capiter, se continua a piovere in questo modo. Ho da bere almeno per un mese. Che acquazzoni, Signore! E, per di pi, un mare scatenato! Al mattino, un sole pallido pallido, ma piove ancora. (Alain Bombard)
54. Venerd 5 dicembre. Forse la terra  a poche decine di miglia, ma questo non risolve nulla, non ho vento. Sono a pezzi per la diarrea terribile e l'emorragia, che mi perseguitano. Non ho pi il coraggio di mangiare; se continua cos il battello arriver, ma con me morto dentro. Davvero  tutto contro di me. Sono sfinito. Se fallisco, si potr dire che  stato perch tutto si  messo contro di me. (Alain Bombard)
55.  ancora un mercoled che succede il miracolo! Una nave! urlo. Infatti, a tribordo di poppa, a circa due miglia e mezzo, una nave avanza in modo da tagliarmi esattamente la rotta. Isso in cima a un remo la bandierina tricolore e mi sento pieno d'orgoglio quando vedo che il bastimento, mentre si avvicina, issa sull'albero maestro l'Union Jack, che si alza e si abbassa tre volte, saluto che si deve alle navi da guerra incontrate in mare. (Alain Bombard)
56. Mi chiedo se ci si renda conto di cosa significa per un uomo toccare terra dopo 65 giorni di totale isolamento e immobilit. Lentamente, spinto e tirato dagli indigeni, bevendo acqua ogni due passi, tanto sudo e tanto sono sfinito, mi dirigo verso il posto di polizia. Trascorro i successivi giorni in una totale felicit, nonostante la stanchezza che aumenta e che mi obbliga prima a usare il bastone, poi a smettere di camminare. (Alain Bombard)
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FINE.
